SINIBALDO
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LA PROSSIMA CORTINA DI FERRO - IL MONDO SI DIVIDE PER LE MATERIE PRIME
2030 Fine del petrolio. La nuova guerra fredda
Il pianeta è attraversato da un unico, grande conflitto:
quello per le materie prime. Dall'Iraq alla Nigeria, dal Caucaso al Venezuela, è battaglia per il controllo di petrolio e gas, ma anche di uranio e rame.
La corsa per accaparrarsi le risorse cambia i rapporti di forza fra gli stati.
E c'è chi teme che possa sfociare in uno scontro aperto.
«Abbiamo petrolio ancora per 25 anni».
A enunciare l'apocalittica previsione è un freddo addetto ai lavori: Fatih Birol, capo economista della Iea (Agenzia energetica internazionale), il club dei paesi importatori.
Nel suo ufficio a fianco alla torre Eiffel, questo funzionario turco snocciola analisi con la destrezza di chi è abituato a ragionare su cifre e scenari (sta preparando il World energy outlook 2006, che uscirà a novembre ).
E le sue conclusioni sono tutt'altro che incoraggianti: a meno che non vengano scoperti nuovi giacimenti, il pianeta disporrà di greggio soltanto fino al 2030.
Un dato di fatto che sta cambiando i rapporti di forza fra stati.
E che sta ponendo le fondamenta per l'avvento di quella che il settimanale tedesco Der Spiegel ha definito «la nuova guerra fredda».
Alla base di quest'assunto, tre prosaiche osservazioni. L'economia mondiale cresce a ritmi strepitosi.
Questo boom economico però non regge su basi solide, perché le ambitissime risorse energetiche su cui si fonda questa crescita (per lo più greggio e gas) si stanno riducendo a vista d'occhio.
Risultato: la corsa per accaparrarsi le materie prime (richiestissimi uranio e rame, raddoppiati di costo in tre anni) sta sconvolgendo gli equilibri geopolitici, aprendo le porte all'era dei conflitti energetici.
Archiviate le euforiche illusioni sulla fine della storia di Francis Fukuyama, seppellita la «pace selvaggia» degli anni 90, siamo entrati in un nuovo ciclo storico, in cui vecchie potenze declinano e giovani paesi ascendono.
«Presto possiamo diventare una superpotenza planetaria» ha annunciato il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. E il mondo ha tremato.
I venti di guerra soffiano già con forza.
I produttori lanciano proclami minacciosi:
l'Iran di Ahmadinejad si dice pronto a bloccare la produzione, il Venezuela di Hugo Chávez dichiara che il petrolio potrebbe raggiungere i 100 dollari al barile, mentre l'Opec ammette di non riuscire a controllare la crescita dei prezzi.
I belligeranti si schierano sul campo di battaglia, rinnovando antichi accordi e tessendo nuove alleanze.
Emblematici il patto di cooperazione nucleare fra India e Usa, l'accordo energetico tra Mosca e Pechino, il contratto da 2 miliardi di dollari per la vendita di uranio da Australia a Cina e l'intesa fra il colosso del gas russo Gazprom con la multinazionale chimica tedesca Basf.
Ma anche le opinioni pubbliche sono ormai consapevoli dei mutamenti geopolitici:
in Russia cresce il nazionalismo perché tutti sono convinti che sia ripresa la guerra fredda con gli Usa.
E sono già iniziate le scaramucce: gli scontri fra sunniti e sciiti in Iraq, gli attacchi in Kurdistan e il fallito attentato di Al Qaeda a un impianto petrolifero saudita non sono altro che le prove generali dell'imminente guerra fredda.
«Siamo entrati in una nuova era geopolitica ed energetica» conferma l'economista Fatih Birol.
«Le ragioni sono chiare.
In passato, quando il prezzo del greggio cresceva, i consumatori potevano incrementare la produzione.
Ora questo non è più possibile.
E i consumatori devono cercare le materie prime in regioni sempre più difficili, dove i produttori tendono a usare le risorse energetiche come leve politiche sullo scacchiere internazionale».
Già, la politica. «Il petrolio è al 10 per cento economia, al 90 per cento politica».
Lo ha detto, parlando degli anni Trenta, l'economista Daniel Yergin, esperto di Guerra fredda (la prima) e vincitore del premio Pulitzer.
E lo ribadisce con forza parlando di oggi: «Nessun'altra materia prima ha legami così stretti con la politica.
In Medio Oriente come in Russia, in Cina come in America Latina».
E sarà la politica energetica a determinare il nostro futuro.
«Il petrolio che ci resta per i prossimi 25 anni è concentrato in pochissimi paesi: Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti» continua Birol.
Paesi (non a caso) instabili, che nella gestione delle risorse non ragionano solo in termini economici.
Fatto che rende il quadro ancor più fosco.(E.Burba)
(CONTINUA)
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SINIBALDO
2030 Fine del petrolio. La nuova guerra fredda
Il pianeta è attraversato da un unico, grande conflitto:
quello per le materie prime. Dall'Iraq alla Nigeria, dal Caucaso al Venezuela, è battaglia per il controllo di petrolio e gas, ma anche di uranio e rame.
La corsa per accaparrarsi le risorse cambia i rapporti di forza fra gli stati.
E c'è chi teme che possa sfociare in uno scontro aperto.
«Abbiamo petrolio ancora per 25 anni».
A enunciare l'apocalittica previsione è un freddo addetto ai lavori: Fatih Birol, capo economista della Iea (Agenzia energetica internazionale), il club dei paesi importatori.
Nel suo ufficio a fianco alla torre Eiffel, questo funzionario turco snocciola analisi con la destrezza di chi è abituato a ragionare su cifre e scenari (sta preparando il World energy outlook 2006, che uscirà a novembre ).
E le sue conclusioni sono tutt'altro che incoraggianti: a meno che non vengano scoperti nuovi giacimenti, il pianeta disporrà di greggio soltanto fino al 2030.
Un dato di fatto che sta cambiando i rapporti di forza fra stati.
E che sta ponendo le fondamenta per l'avvento di quella che il settimanale tedesco Der Spiegel ha definito «la nuova guerra fredda».
Alla base di quest'assunto, tre prosaiche osservazioni. L'economia mondiale cresce a ritmi strepitosi.
Questo boom economico però non regge su basi solide, perché le ambitissime risorse energetiche su cui si fonda questa crescita (per lo più greggio e gas) si stanno riducendo a vista d'occhio.
Risultato: la corsa per accaparrarsi le materie prime (richiestissimi uranio e rame, raddoppiati di costo in tre anni) sta sconvolgendo gli equilibri geopolitici, aprendo le porte all'era dei conflitti energetici.
Archiviate le euforiche illusioni sulla fine della storia di Francis Fukuyama, seppellita la «pace selvaggia» degli anni 90, siamo entrati in un nuovo ciclo storico, in cui vecchie potenze declinano e giovani paesi ascendono.
«Presto possiamo diventare una superpotenza planetaria» ha annunciato il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. E il mondo ha tremato.
I venti di guerra soffiano già con forza.
I produttori lanciano proclami minacciosi:
l'Iran di Ahmadinejad si dice pronto a bloccare la produzione, il Venezuela di Hugo Chávez dichiara che il petrolio potrebbe raggiungere i 100 dollari al barile, mentre l'Opec ammette di non riuscire a controllare la crescita dei prezzi.
I belligeranti si schierano sul campo di battaglia, rinnovando antichi accordi e tessendo nuove alleanze.
Emblematici il patto di cooperazione nucleare fra India e Usa, l'accordo energetico tra Mosca e Pechino, il contratto da 2 miliardi di dollari per la vendita di uranio da Australia a Cina e l'intesa fra il colosso del gas russo Gazprom con la multinazionale chimica tedesca Basf.
Ma anche le opinioni pubbliche sono ormai consapevoli dei mutamenti geopolitici:
in Russia cresce il nazionalismo perché tutti sono convinti che sia ripresa la guerra fredda con gli Usa.
E sono già iniziate le scaramucce: gli scontri fra sunniti e sciiti in Iraq, gli attacchi in Kurdistan e il fallito attentato di Al Qaeda a un impianto petrolifero saudita non sono altro che le prove generali dell'imminente guerra fredda.
«Siamo entrati in una nuova era geopolitica ed energetica» conferma l'economista Fatih Birol.
«Le ragioni sono chiare.
In passato, quando il prezzo del greggio cresceva, i consumatori potevano incrementare la produzione.
Ora questo non è più possibile.
E i consumatori devono cercare le materie prime in regioni sempre più difficili, dove i produttori tendono a usare le risorse energetiche come leve politiche sullo scacchiere internazionale».
Già, la politica. «Il petrolio è al 10 per cento economia, al 90 per cento politica».
Lo ha detto, parlando degli anni Trenta, l'economista Daniel Yergin, esperto di Guerra fredda (la prima) e vincitore del premio Pulitzer.
E lo ribadisce con forza parlando di oggi: «Nessun'altra materia prima ha legami così stretti con la politica.
In Medio Oriente come in Russia, in Cina come in America Latina».
E sarà la politica energetica a determinare il nostro futuro.
«Il petrolio che ci resta per i prossimi 25 anni è concentrato in pochissimi paesi: Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti» continua Birol.
Paesi (non a caso) instabili, che nella gestione delle risorse non ragionano solo in termini economici.
Fatto che rende il quadro ancor più fosco.(E.Burba)
(CONTINUA)
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