Agricoltura italiana e UE

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Forumer storico
Paga la lotta degli agricoltori sardi
Banco di Sardegna, governo e parlamento si impegnano a salvare 5.000 aziende minacciate da vendite all'asta
Costantino Cossu
Sassari

Qualche risultato la mobilitazione degli agricoltori sardi per salvare le loro aziende lo ha raggiunto. Ieri a Roma, in un incontro con De Castro, ministro per l'agricoltura, e con Soru, presidente della giunta regionale sarda, i vertici del Banco di Sardegna, la banca titolare di più del 90% dei crediti a carico dei coltivatori, si sono impegnati a proporre alla prossima assemblea degli azionisti un piano di recupero graduale dei mutui inevasi che porti alla sospensione della vendita all'asta di 5.000 aziende decisa dalla magistratura.
Ma si è aperta anche un'altra strada che potrebbe condurre allo stesso risultato: i capigruppo della commissione agricoltura del Senato hanno firmato una proposta di emendamento al collegato alla legge finanziaria che prevede, per decreto del presidente del Consiglio, l'istituzione di un gruppo di studio formato da tre esperti (2 designati dal governo e 1 dalla Regione Sardegna), che dovranno proporre a Prodi possibili soluzioni per liberare le aziende dai debiti con le banche entro il 31 luglio 2008. Sino a quella data, le vendite all'asta sarebbero sospese dallo stesso decreto del governo che istituisce il gruppo di studio. La proposta è stata approvata all'unanimità.
«Quella proposta dalla commissione del Senato è la strada giusta», dice Riccardo Piras, uno dei leader della mobilitazione degli agricoltori. «Solo attraverso un coinvolgimento diretto del governo il nostro problema può essere risolto». Le aziende sarde si sono indebitate con la copertura finanziaria di una legge regionale del 1988, che aveva lo scopo di favorire l'ammodernamento tecnologico e la specializzazione produttiva. Quando, nel '97, la Ue ha dichiarato illegittima la legge sarda perché antimercato, i coltivatori, titolari di piccole e medie imprese, si sono trovati soli di fronte alle banche. La Regione si è allineata al diktat della Ue e gli istituti di credito hanno chiesto il rientro dei prestiti. Per chi non ce l'ha fatta, sono scattati i provvedimenti giudiziari di vendita all'asta.
«Dal presidente Soru - dice ancora Piras - abbiamo sentito una proposta che non ci piace: le banche dovrebbero vendere i crediti che vantano nei nostri confronti a una bad company, la quale, diventata di fatto proprietaria delle nostre aziende, agirebbe secondo logiche strette di mercato, proponendo vendite e ristrutturazioni rispetto alle quali noi non avremmo alcuna voce in capitolo. Non è questo che chiediamo. Il percorso stabilito dalla commissione agricoltura del Senato è quello più corretto. Ma non basta. Bisogna capire che il caso sardo è soltanto la punta di un iceberg. Le politiche agricole comunitarie, orientate a favorire gli interessi delle grandi corporation dell'agroalimentare, stanno producendo danni enormi».
L'analisi di Piras è confermata da Gianni Fabbris, responsabile nazionale di Altra Agricoltura: «La politica agricola comunitaria oggi punta a mettere in secondo piano la produzione e a favorire sia le industrie multinazionali che operano nella trasformazione delle materie prime sia le grandi imprese di import-export. Per tutta una fase ormai passata la legislazione europea e quelle nazionali e regionali hanno indotto le aziende agricole a indebitarsi massicciamente per specializzarsi in alcuni segmenti produttivi. Poi la svolta. Da almeno dieci anni, non conta più la specializzazione in produzioni cosiddette di eccellenza, di qualità. L'Unione europea favorisce l'industria della trasformazione alimentare attraverso politiche di sostegno all'importazione di materie prime acquistate dove sono meno care, ad esempio nei paesi dell'est europeo o del nord Africa. Non a caso la produzione del grano in Italia è diminuita del 45% mentre è aumentata la produzione di pasta italiana. Ecco perché le imprese agricole, quelle piccole ma anche le medie, in molti casi sono in ginocchio. Esistono molte altre situazioni come quella sarda. Le nostre campagne stanno esplodendo».

Fonte: il manifesto di ieri
 

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