Cosa c’è dietro il disastro dell’antiterrorismo a Manchester

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Cosa c’è dietro il disastro dell’antiterrorismo a Manchester

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Cosa c’è dietro il disastro dell’antiterrorismo a Manchester
Davide 26 maggio 2017 , 7:47 Attualità, Notizie dal Mondo, Opinione 30 Commenti 3,507 Viste
FONTE: MOON OF ALABAMA

Emergono dettagli sull’attacco di Manchester.
Esso si collega al sostegno che il governo britannico dà ai takfir nelle proprie guerre ai paesi laici del Medio Oriente.
Il quadro non è cambiato da quello che abbiamo dipinto in passato. L’uso britannico di Takfir per abbattere governi sgraditi le si è ritorto contro.

Nel 2011, quando inglesi, francesi ed americani dichiararono guerra alla Libia, Londra inviò Tafkir britannico-libici per combattere contro le forze di Gheddafi.

Belal Younis, un cittadino britannico che andò in Libia, ha descritto come venne fermato dalle forze anti-terrorismo “Schedule 7” al suo ritorno nel Regno Unito dopo esser stato nel paese africano ad inizio 2011.

Un agente del MI5 gli ha chiesto: “Sei disposto ad entrare in battaglia?”

“Mentre prendevo tempo per rispondere, mi disse che il governo britannico non aveva alcun problema con chi combatteva contro Gheddafi”, ha detto a MEE.

Noti estremisti libici vennero rilasciati, vennero dati loro passaporti e furono portati in Libia. Forze speciali ed aerei da combattimento britannici erano già là a combattere il legittimo governo libico. L’MI5 “selezionò” i combattenti inviati dal Regno Unito.
Il Segretario di Stato per gli Affari Interni in quel momento? Una certa Theresa May.

Il padre dell’assassino di Manchester combatteva in Libia in una banda legata al Gruppo dei combattenti islamici libici, una nota cellula di al-Qaeda. Suo figlio, allora sedicenne gli si unì:

Nel 2011, Abedi, ancora un adolescente, andò in Libia e lottò al fianco di suo padre in una milizia conosciuta come la Brigata di Tripoli per cacciare Gheddafi, nel contesto delle primavere arabe.

Il ragazzo tornò a Manchester, ma era ormai diventato un pericolo per la società.
I membri delle comunità libiche di Manchester lo riportarono alle autorità locali almeno cinque volte, definendolo un pericoloso jihadista. Non ci furono però reazioni.
Inoltre:
Il background della famiglia di Abedi doveva costituire un campanello d’allarme per le autorità. Suo padre era membro del Gruppo dei combattenti islamici libici.

Il ministro degli interni francese ha dichiarato che il 22enne aveva “mostrato” legami con lo Stato islamico e che i servizi di intelligence britannici e francesi sapevano che era stato in Siria.

Secondo il Financial Times, Salman Abedi era tornato in Gran Bretagna pochi giorni prima dell’attacco, tramite Turchia e Germania. Era giunto in Turchia dalla Libia, ma probabilmente era rimasto alcuni giorni in Siria per ricevere gli ultimi ordini.

Tutti questi attacchi di Takfir, a Parigi, Bruxelles, Berlino e Manchester, nonché in Libia, Siria ed Iraq, hanno le loro radici ideologiche nel Wahhabismo, la versione estremista dell’Islam Salafista, promossa in Arabia Saudita e Qatar. Le radici di tale terrorismo sono a Riyad e Doha e dovrebbero essere combattute lì.

Ma i governanti sauditi e qatarioti elargiscono comprano a peso d’oro armi britanniche e statunitensi. Fino a che continueranno a farlo, rimarranno utili pedine nella scacchiera.

Per i governi britannici ed occidentali le vittime di Manchester sono solo un danno collaterale nella loro ricerca di governare il mondo con l’aiuto delle truppe wahhabite.

Nel frattempo, media ed agenzie di stampa “occidentali” continuano a promuovere al-Qaeda, incoraggiando ancor più giovani ad aderire al suo culto mortale.

Fonte: www.moonofalabama.org

Link: MoA - Details Emerge On The Manchester Blowback From Britain's Terror Support

25.05.2017



Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di HMG
 
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Di Mauro Bottarelli , il 26 maggio 2017 198 Comment
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Tira brutta aria.
Ogni giorno di più.
E la cosa più impressionante è che comincia a intravedersi chiara la regia del piano che ci sta portando, sempre meno lentamente, verso un confronto diretto con la Russia.
Per mesi e mesi, i media mainstream e i governi hanno usato l’arma della post-verità per criminalizzare e marginalizzare qualsiasi narrativa della realtà che differisse dalla loro versione: bene, la post-verità è diventata verità.
L’Isis ha taciuto per mesi, nessun attacco in Europa (salvo quello francamente inconsistente come rivendicazione degli Champs Elysée) e gravi perdite e ritirate in Siria e Iraq ma adesso, in perfetta contemporanea con il primo tour estero di Donald Trump, ecco che risorge, più forte e spietato che mai.
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Prima Manchester con la “strage degli innocenti” e oggi l’Egitto, dove miliziani travestiti da soldati hanno trucidato 35 cristiani copti su un pullman a Menyah: tra di loro, molti sono bambini.
I simbolismi non sono coincidenze, i simbolismi sono armi.
E se serviva qualcosa per rendere ancora più urgente nelle menti emotivamente provate degli europei la lotta senza quartiere al Califfato, ecco che toccare l’infanzia e l’innocenza diviene il classico nervo scoperto, la “red line” da non superare.
Prepariamoci a una nuova guerra permanente, visto che ieri al G7 di Taormina, il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, ha detto che Trump ha ragione, “con l’Isis dobbiamo essere risoluti e brutali”.
L’Unione Europea si è schierata Con il Deep State, il vero burattinaio che muove i fili del suo sempre più folkloristico e ricattabile emissario, il presidente Trump.
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Ma attenzione, perché nel silenzio totale garantito dal botto di Manchester, l’organismo guidato da Tusk, tra mercoledì e ieri, ha fatto anche altro. Un qualcosa che ha molto a che fare con l’agenda neo-con in atto, dall’immigrazione come politica destabilizzante dell’Europa fino al confronto con Mosca.
Sono infatti pronti nuovi provvedimenti dal Consiglio europeo per combattere il cosiddetto “hate speech”, cioè i contenuti d’odio sulle piattaforme digitali.
Stando ai provvedimenti di CENSURA approvati, Facebook, Twitter e YouTube dovranno bloccare in modo più efficace i video contraddistinti da questo tipo di contenuti. Dopo il via libera del Consiglio dei ministri Ue manca il passaggio al Parlamento europeo prima di poter rendere effettive queste modifiche alla direttiva già in vigore, quella sui servizi di media audiovisivi e piattaforme online.
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Si tratterebbe delle prime iniziative di questo genere a livello europeo ad assegnare formalmente ai colossi del web e dei social network, in particolare, la responsabilità di ciò che viene pubblicato attraverso i loro servizi, propaganda terroristica compresa. La proposta di modifica alla direttiva, avanzata dalla Commissione, obbliga infatti Facebook e soci, comprese tutte le piattaforme digitali in cui i video abbiano un ruolo “essenziale” nei servizi offerti, a sviluppare dei meccanismi più efficaci per rimuovere contenuti d’odio, che promuovano o meno il terrorismo. Di più, per somma gioia di Laura Boldrini che ne chiedeva l’attuazione da mesi e mesi, salta anche il principio del Paese d’origine, cioè lo schema per il quale i fornitori di servizi siano soggetti solo alle leggi applicabili nello Stato in cui hanno sede. La normativa europea diventa dunque l’unico riferimento in merito.

Ecco a voi il Grande Fratello.
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“Dobbiamo tenere in considerazione i nuovi modi di fruire i video e trovare il giusto bilanciamento fra l’incoraggiamento a servizi innovativi, alla promozione di film europei, alla protezione dei bambini e alla rimozione dell’hate speech in modi più efficaci” ha spiegato l’estone Andrus Ansip, vicepresidente della Commissione e commissario per il mercato unico digitale. Insomma, filmati che si rifanno alla categoria del linguaggio dell’odio e quelli terroristici, di fatto apologetici, saranno ritenuti ugualmente sanzionabili, pressoché parificati: pensate che i video divenuti virali nei mesi scorsi e che mostravano le rotte delle navi ONG verso la Libia avranno un futuro, dopo questa mossa? Basterà una segnalazione come video che incita all’odio, in questo caso declinato in xenofobia e zac, pur di non correre rischi le piattaforme censureranno. Con somma gioia.
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D’altronde, l’estone Andrus Ansip è stato chiaro al riguardo. Come è stato chiaro il suo governo, il quale poco fa ha espulso, con mossa senza precedenti, il console generale e il console senior russo di Narva. Immediata e durissima la risposta del ministero degli Esteri di Mosca: “Questa mossa è l’ennesimo atto di inimicizia e senza costrutto contro la Russia, atto che non rimarrà senza risposta”. E quando il Paese baluardo dell’allargamento ad Est della NATO in chiave anti-russa arriva a un atto simile, senza fornire una motivazione ufficiale, significa due cose. Primo, il conto alla rovescia è partito. Secondo, la puzza di false flag comincia a sentirsi lontano un miglio, perché l’ipotesi che emerga una spy-story da complotto geopolitico si fa forte.
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Tanto più che, restando in tema di russofobia connaturata, proprio il prima citato Donald Tusk, parlando a Taormina prima dell’apertura ufficiale del G7, si era espresso in questi termini, elencando le priorità cui l’UE deve dare risposta: “Spero che il G7 mostri unità sul conflitto in Ucraina, perché dall’ultimo vertice G7 in Giappone non abbiamo visto niente che giustifichi un cambiamento nelle sanzioni alla Russia”. Ma non basta, forse posseduto dallo spirito di John McCain, ecco il proseguo: “I leader del G7 devono essere uniti nel porre fine alla brutalità in Siria e pronti ad aumentare i nostri sforzi per sconfiggere il terrorismo. Ma una particolare responsabilità grava su Iran e Russia che sono coinvolti nella crisi e collaborano con il regime di Assad. Mosca e Teheran, invece di perdere tempo, usino la loro influenza per realizzare un vero cessate il fuoco, porre fine all’uso di armi chimiche e assicurare un accesso umanitario sicuro e immediato a tutti i bisognosi”.
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Proprio vero che, a volte, anche le formiche hanno la tosse.
Forse, perché la suddetta formica ha già venduto anima e mandato al padrone di sempre, quegli USA che oggi vedono al potere il Deep State di diretta derivazione neo-con: “E’ improbabile che il presidente tolga le sanzioni americane alla Russia”, aveva infatti dichiarato il consigliere economico della Casa Bianca, Gary Cohn, parlando con giornalisti sull’Air Force One diretto in Sicilia per il G7. Linea dettata, tacchi sbattuti da parte dei servi.
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E che la tensione si stia alzando, lo testimoniano le mosse di Mosca. La Russia sarebbe infatti pronta a svolgere esercitazioni militari al largo delle coste libiche nell’arco dei prossimi cinque giorni. In particolare, ad essere testati sarebbero i sistemi missilistici posti sulle navi che ormai da molti mesi navigano nel Mediterraneo, al largo del Golfo di Sirte. Stando a quanto riportato da alcuni media russi e occidentali, la Federal Aviation Authority avrebbe ricevuto una comunicazione del Ministero della Difesa della Federazione Russa con il quale si annunciavano test missilistici nell’area a nord delle coste libiche, chiedendo quindi all’ente di evitare voli su tutta la regione al fine di evitare tragici incidenti.
Un segnale chiaro, anche alla luce dei ricaschi geopolitici portati a galla dalla strage di Manchester.
Secondo, sempre la Russia ha dispiegato sistemi missilistici Uragan in Tagikistan.
Ecco come l’analista presso il Russia Institute for Strategic Studies, Dmitry Aleksandrov, ha provato a interpretare la mossa: “Penso che il dispiegamento degli Uragan nella 201ma base in Tagikistan sia un avvertimento a tutte le forze distruttive che, in teoria, potrebbero lanciare un aggressione dall’Afghanistan. Attualmente, la situazione non è critica ma questo rafforzamento delle difese sembra essere una mossa preventiva rispetto a minacce potenziali. E’ un chiaro segnale ai membri delle organizzazioni estremiste”.
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Senza parlare dell’attivismo militare russo in Siria, vera ragione dell’isterismo diplomatico del G7 e di Washington: dopo aver garantito un fondamentale supporto all’esercito siriano nella liberazione delle strade tra Damasco e Palmira e in quella di 3mila chilometri quadrati di territorio in mano all’Isis in sole 48 ore (tra cui una base militare abbandonata nella zona di Homs divenuta quartier generale del Califfato nell’area), è di poco fa la notizia che ormai la “Brigata tigre” dell’esercito di Assad sia solo a 3 chilometri dall’ultimo bastione di Aleppo sotto il controllo dell’Isis, Maskanah.
I soldati siriani insieme ai russi hanno preso il controllo della cittadina di Sukkariyah, tanto che le milizie del Califfato starebbero ritirandosi. Occorre intervenire, occorre che USA e UE facciano qualcosa per fermare l’Isis in Siria. Ovvero, per bloccare Assad e la Russia. Il problema è che l’azzardo del governo estone ci dice altro. Ovvero, che la stagione dei conflitti proxy potrebbe essere alla fine. Se accadesse, le conseguenze sarebbero difficilmente immaginabili.



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Terrore in Gran Bretagna: che cosa sapeva il Primo Ministro?
Davide 3 giugno 2017 , 0:10 Attualità, Notizie dal Mondo, Opinione 8 Commenti 2,623 Viste

DI JOHN PILGER

counterpunch.org

Ciò che non si può dire, in campagna elettorale in Gran Bretagna, è proprio questo.

Che le cause dell’attentato di Manchester, in cui 22 persone, perlopiù giovani, sono state uccise da un jihadista, sono tenute nascoste per proteggere i segreti della politica estera britannica.

Domande cruciali, come il motivo per cui i servizi di sicurezza dell’MI5 lasciavano a piede libero cellule terroristiche a Manchester e perché il governo non aveva avvertito i cittadini di quella minaccia tra di loro, rimangono senza risposta, allontanate dalla promessa di un’inchiesta interna.

Salman Abedi, il presunto suicida, faceva parte di un gruppo estremista, il Libyan Islamic Fighting Group [LIFG], che prosperava a Manchester, cresciuto e utilizzato dall’MI5 da oltre 20 anni.

L’LIFG è bandita in Gran Bretagna come organizzazione terroristica che si propone di creare uno “stato islamico integralista” in Libia e che “fa parte del più ampio movimento islamico estremo globale, ispirato ad Al-Qaida”.

La “pistola fumante” deriva dal fatto che quando Theresa May era Segretario di Stato per gli Affari Interni, i jihadisti dell’LIFG erano autorizzati a viaggiare senza problemi in tutta Europa e incoraggiati a partecipare a “battaglie”: prima per rimuovere Mu’ammar Gheddafi in Libia, poi per aderire a gruppi affiliati ad Al-Qaida In Siria.

Pare che lo scorso anno l’FBI avesse messo Abedi su di una “lista nera terroristica” e che avesse avvertito l’MI5 che il suo gruppo di appartenenza stesse cercando un “obiettivo politico” in Gran Bretagna. Perché non fu arrestato e non fu impedito agli altri affiliatii di pianificare ed eseguire l’attentato del 22 maggio?

Queste domande si presentano a causa di una soffiata dell’FBI che scredita la pista del “lupo solitario” sulla scia dell’attacco del 22 maggio, per cui il panico, lo sdegno e l’insolita indignazione da parte di Londra nei confronti di Washington, e le scuse di Donald Trump.

L’attentato di Manchester solleva la questione della politica estera britannica per svelare la sua alleanza faustiana con l’estremismo islamico, in particolare con la setta nota come Wahhabismo o Salafismo, il cui principale esponente e banchiere è il regno petrolifero dell’Arabia Saudita, il maggiore cliente britannico in armamenti.

Questo matrimonio imperiale risale alla Seconda Guerra Mondiale e ai primi giorni della Fratellanza Mussulmana in Egitto. Lo scopo della politica britannica era quello di fermare il panarabismo: cioè che gli stati arabi sviluppassero un moderno secolarismo, e che affermassero la loro indipendenza dall’ovest imperiale e controllassero le proprie risorse. La creazione di un rapace Israele serviva ad accelerare questo processo. Il panarabismo da allora è stato schiacciato. Adesso l’obiettivo è dividere e conquistare.

Secondo “Middle East Eye”, nel 2011 a Manchester l’LIFG era conosciuto come i “ragazzi di Manchester”. Implacabili nemici di Mu’ammar Gheddafi, erano considerati un alto rischio e un certo numero di loro era controllato dal ministero degli affari interni e posto agli arresti domiciliari quando le manifestazioni anti-Gheddafi esplosero in Libia, un paese composto da miriadi di inimicizie tribali.

Improvvisamente quegli ordini di controllo furono rimossi. “Mi è stato permesso di andare, senza far domande”, ha detto un membro dell’LIFG. L’MI5 ha restituito i passaporti e alla polizia antiterrorismo dell’aeroporto di Heathrow è stato detto di lasciarli salire a bordo dei loro voli.

Il rovesciamento di Gheddafi, che controllava le maggiori riserve di petrolio in Africa, era stato a lungo pianificato da Washington e Londra. Secondo l’intelligence francese, negli anni ‘90 l’LIFG, finanziata dall’intelligence britannica, tentò in diverse occasioni di assassinare Gheddafi.
Nel marzo 2011 la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti colsero l’opportunità di un “intervento umanitario” e attaccarono la Libia. A loro si unì la Nato con il pretesto di una risoluzione dell’ONU per “proteggere i civili”.

Un’inchiesta del Comitato di Selezione degli Affari Esteri della Camera dei Comuni [inglese] ha concluso lo scorso settembre che l’allora primo ministro David Cameron aveva portato il paese in guerra contro Gheddafi basandosi su una serie di “erronee supposizioni” e che l’attacco “aveva portato all’ascesa dello Stato Islamico nel Nord Africa”. Il Comitato citava il succinto commento di Barack Obama sull’operato di Cameron in Libia come di uno “show di merda”.

In effetti, Obama è stato uno dei protagonisti in quello “show di merda”, sollecitato dal suo segretario di Stato, Hillary Clinton, e dai media che accusavano Gheddafi di pianificare “un genocidio” contro il suo popolo [hanno deciso così di anticiparlo e di effettuare loro stesso il genocidio... non amano farsi superare negli assassini]. “Sapevamo… che se avessimo aspettato un giorno in più”, disse Obama, “Benghazi, una città delle dimensioni di Charlotte, avrebbe potuto subire un massacro che sarebbe riecheggiato nell’intera regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo”.

La storia del massacro era stata inventata dalle milizie salafite che stavano per essere sconfitte dalle forze governative libiche. Dissero alla Reuters che ci sarebbe stato “un vero e proprio bagno di sangue, un massacro come quello del Ruanda”. Il Comitato dei Comuni concluse: “L’affermazione che Mu’ammar Gheddafi avrebbe ordinato il massacro di civili a Bengasi non era corroborata dalle prove disponibili”.[ancora una volta gli USA+UK attaccano e bombardano nazioni innocenti dalle accuse mosse ed inventate .... vedi Iraq e Serbia]

Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti hanno praticamente distrutto la Libia come stato moderno. Secondo i suoi stessi documenti, la Nato ha lanciato 9.700 incursioni, di cui più di un terzo ha colpito obiettivi civili. Erano fatte con bombe a frammentazione e missili con testate all’uranio impoverito. Le città di Misurata e Sirte furono bombardate a tappeto. L’Unicef ha riferito che una elevata percentuale di bambini uccisi “erano sotto i dieci anni”.

Più che “dare origine” allo Stato Islamico – l’ISIS aveva già preso piede nelle rovine dell’Iraq dopo l’invasione di Blair e Bush del 2003 – i moderni barbari ora avevano tutto il Nord Africa come base. L’aggressione ha anche scatenato una fuga precipitosa di rifugiati verso l’Europa.

Cameron è stato osannato a Tripoli come un “liberatore”, o forse ha solo immaginato di esserlo. La folla che inneggiava a lui includeva quelli che erano stati segretamente “forniti“ e addestrati dalle SAS britanniche e ispirati allo Stato Islamico, come i “ragazzi di Manchester”.

Per gli americani e gli inglesi, il vero crimine di Gheddafi era la sua indipendenza irriverente e il suo piano di abbandonare il petrodollaro, pilastro del potere imperiale americano. Aveva audacemente deciso di sottoscrivere una comune moneta africana basata sull’oro, di istituire una banca tutta africana e di promuovere un’unione economica dei paesi poveri con risorse preziose. Non si sa se questo sarebbe accaduto o meno, ma per gli Stati Uniti l’idea stessa era intollerabile, perché si preparavano ad “entrare” in Africa corrompendo i governi africani con “partenariati militari”.

Il dittatore caduto fuggì per salvarsi la vita. Un aereo della Royal Air Force scoprì il suo convoglio, e tra le macerie di Sirte fu sodomizzato con un coltello da un fanatico descritto nei notiziari come “un ribelle”.

Dopo aver saccheggiato l’arsenale da 30 miliardi di dollari libici, i “ribelli” proseguirono verso sud, terrorizzando città e villaggi. Attraversando il Mali sub-sahariano distrussero la fragile stabilità di quel paese. I francesi, sempre entusiasti, inviarono aerei e truppe alla loro ex colonia “per combattere Al-Qaida”, o la minaccia che essi stessi avevano contribuito a creare.

Il 14 ottobre 2011 il presidente Obama annunciò che stava inviando truppe speciali in Uganda per unirsi alla guerra civile. Nei mesi a seguire, truppe militari USA furono inviate in Sud Sudan, in Congo e nella Repubblica Centrafricana. Con la Libia assicurata, un’invasione americana del continente africano era in corso, con poco scalpore mediatico.

A Londra, uno dei più grandi showroom di armamenti a livello mondiale è stato organizzato dal governo britannico. Il ronzìo negli stand era “l’effetto dimostrativo in Libia”. La Camera di Commercio e d’Industria di Londra tenne un’anteprima intitolata “Medio Oriente: un vasto mercato per le società di difesa e sicurezza britanniche”. L’ospite era la Royal Bank of Scotland, un investitore importante nelle bombe a grappolo, che sono state utilizzate ampiamente contro obiettivi civili in Libia. Il discorso a favore del partito delle armi della banca lodava le “opportunità senza precedenti per le società di difesa e di sicurezza britanniche”.

Il primo ministro Theresa May è stata in Arabia Saudita il mese scorso, dove ha venduto più di 3 miliardi di dollari di armi britanniche che i sauditi hanno usato contro lo Yemen. I consiglieri militari britannici assistono ai bombardamenti sauditi, che hanno ucciso più di 10.000 civili, da una base di controllo in Riyad. Oggi ci sono chiari segni di carestia. Ogni 10 minuti in Yemen muore un bambino di malattie prevenibili, dice l’Unicef.

Le atrocità di Manchester del 22 maggio sono il risultato di quelle inesorabili violenze di stato in luoghi lontani, gran parte delle quali sponsorizzate dalla Gran Bretagna. Le vite e i nomi delle vittime sono per noi quasi sconosciuti.

Questa verità ha difficoltà a venire a galla, la stessa difficoltà che ebbe quando la metropolitana di Londra subì l’attentato del 7 luglio 2005. Di tanto in tanto un cittadino qualunque rompe il silenzio, come fece quel londinese che si piazzò di fronte alla macchina da presa di una troupe della CNN e disse: “Iraq!”. “Abbiamo invaso l’Iraq. Cosa ci aspettavamo? Avanti, ditelo.”

Ad un grande convegno mediatico a cui ho partecipato, molti degli importanti ospiti parlottavano di “Iraq” e “Blair” come per purificarsi da ciò che non osavano dire professionalmente e pubblicamente. Tuttavia, prima di invadere l’Iraq, Blair era stato avvertito dall’Intelligence che “la minaccia di Al-Qaida aumenterà all’avvio di qualsiasi azione militare contro l’Iraq… La minaccia mondiale di altri gruppi terroristici islamici o di singoli individui aumenterà notevolmente”.

Esattamente come Blair portò in Gran Bretagna la violenza del proprio (e di George W. Bush) “show di merda”, così David Cameron, con il beneplacito di Theresa May, ne ha peggiorato il crimine in Libia con le sue orribili conseguenze, inclusa quella che ha causato i morti e i feriti della Manchester Arena il 22 maggio.

Non sorprende che la presa in giro sia tornata. Salman Abedi ha agito da solo. Era un pazzo criminale, niente più. La vasta rete svelata la scorsa settimana dalla soffiata americana è scomparsa.
Ma non le domande.
Perché Abedi ha potuto viaggiare liberamente in Europa e in Libia e tornare a Manchester solo pochi giorni prima di commettere il suo terribile crimine?
L’MI5 aveva comunicato a Theresa May che l’FBI lo aveva individuato come parte di una cellula islamica che stava progettando l’attacco ad un “obiettivo politico” in Gran Bretagna?

Nell’attuale campagna elettorale, il leader Laburista Jeremy Corbyn ha fatto un cauto riferimento ad una “guerra al terrore che ha fallito”. Come lui ben sa, non è mai stata una guerra al terrore, ma una guerra di conquista e sottomissione. Palestina. Afghanistan. Iraq. Libia. Siria. Si dice che l’Iran sia la prossima mossa.

Prima che ci sia un’altra Manchester, chi avrà il coraggio di dirlo?



John Pilger

Fonte: www.counterpunch.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2017/05/31/terror-in-britain-what-did-the-prime-minister-know/

31.05.2017



Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA
 

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