carrodano ha scritto:
Quel'è lo scopo del diritto
Quando si parla di "filosofia del diritto" c'è da fare una piccola premessa:
la natura dell'espressione è di appena due secoli fa. Per questo ho segnalato
in tutta fretta, nel pomeriggio, il testo di Hegel; perchè Hegel, e parimenti
un altro luminare della cultura giuridico-filosofica tedesca che si chiama Fichte,
sul finire del '700 scrisse appunto l'importantissima opera denominata
"Lineamenti di filosofia del diritto". Fu il primo, dunque, ad usare quell'espressione
"filosofia del diritto"; di contro, sappiamo benissimo che la nascita e lo studio
separato delle due parole, sono di gran lunga più antichi.
La filosofia del diritto si preoccupa di indagare il cosiddetto "diritto oggettivo",
ovvero il diritto di tutti; il diritto oggettivo è l'ordinamento giuridico generale,
quell'insieme di regole che provvede all'organizzazione giuridica della collettività, ecco.
Il filosofo del diritto, si pone una domanda (a cui eventualmente solo dopo segue la tua quotata in questo post):
che cosa è il diritto? (mentre Kant, relativamente al diritto, poneva una seconda domanda
che invece tocca al giurista: che cosa, è diritto?). Questa prima domanda che il filosofo
del diritto si pone, rappresenta il problema ontologico del diritto.
Poi vi è anche il problema deontologico: cosa il diritto deve essere?
...ed il problema fenomenologico: in quale modo opera il diritto sulla realtà?
Detto ciò, facciamo un salto alla tua interessante domanda, che appartiene più che altro
all'ambito fenomenologico: qual è lo scopo del diritto, cioè qual è il suo fine ultimo dell'operare nella realtà.
Hegel sostiene che lo scopo del diritto sia quello di creare un sistema delle libertà
individuali, con l'aiuto del pensiero e dell'intelletto. Questo sistema potrebbe garantire
ad ogni individuo, autonomamente, di riconoscere la propria autonomia di movimento
(che potremmo anche chiamare libertà o volontà libera) in un contesto universale di autonomie
di movimento; in questo modo ognuno si garantirebbe uno spazio libero proprio senza interferire in quello degli altri.
Naturalmente in questo concetto, vi è l'astrazione massima del termine "individuo",
inteso cioè come persona giuridica e, pertanto, detentore/portatore di diritti.
Kelsen non lo cito, in questo senso, perchè egli si è occupato della dottrina PURA del diritto
e quindi del suo problema ONTOLOGICO (di cui ho detto più su); problema dal quale comunque
bisogna partire per poi arrivare a quello fenomenologico di cui vorremmo occuparci nel 3d
(ecco perchè ho citato il suo manuale, oltre al fatto che è stato un mio testo universitario).
Citerò invece (e concludo perchè il letto mi chiama) un concetto di Platone, a proposito della
questione che tu sollevi (arriveremo, quindi, al lato penale) e legata alla filosofia, al diritto
e all'operare di queste sulla realtà umana:
"A meno che i filosofi non regnino negli Stati
o coloro che oggi sono detti re e signori non facciano genuina e valida filosofia,
e non si riuniscano nella stessa persona la potenza politica e la filosofia,
non ci può essere una tregua di mali per gli Stati e nemmeno per il genere umano"
(Platone, Repubblica)
P.s. sarebbe bello se molti altri intervenissero (e so che ci sono menti eccelse qui)
perchè la mia esperienza non è tantissima e potrò sempre dare nient'altro che un modesto parere.