Le Donne "Boss"
di Silvia Carena
Depositarie di segreti, Furie disperate, manager calcolatrici ed infaticabili, femministe del crimine, signore in giallo nostrane.
Sono le donne della camorra.
Il 6 e il 7 dicembre 2004 i carabinieri che arrivarono a Scampia per arrestare alcuni affiliati alla camorra partenopea le trovarono in vestaglia e con i bambini per mano. Urlavano “jatevenne” alle forze dell’ordine che arrestavano i loro uomini e facevano barriera a difesa di porte e verande.
Le donne di Scampia volevano farsi sentire, cercavano telecamere e taccuini dei cronisti accorsi in massa, per urlare la loro insofferenza nei confronti delle forze dell’ordine.
La camorra si affida sempre di più alla loro voce, ma anche alla loro capacità imprenditoriale, al loro senso pratico ed alla loro intraprendenza.
La progenitrice di queste signore del crimine è la “mitica” Pupetta Maresca.
Antonietta Maresca (detta Pipetta) moglie di Pasquale Simonetti, boss della camorra napoletana, nel 1955 decise di vendicare la moglie del marito, eliminato dal clan rivale, sparando un intero caricatore sul presunto assassino di Pasquale.
Pupetta era incinta di sei mesi. Aspettò Antonio Esposito, sospettato dell’omicidio, di fronte al bar Grandone, vicino alla stazione ferroviaria di Napoli, e dopo avergli sparato si allontanò a piedi, verso casa.
Pupetta venne arrestata e trascorse in carcere dieci anni, prima di ottenere la grazia nel 1965.
La camorra vive di principi e di codici, e come tutte le società tribali si fonda sull’appartenenza ad una stessa “famiglia”. Il sangue materno identifica un clan, e la donna è prima di tutto madre, poi moglie e depositaria di valori, principi e tradizioni.
Le donne di Vitaliano Brancati decidevano al posto degli uomini (ne sapeva qualcosa il povero “Don Giovanni in Sicilia”, costretto ad emigrare a Milano per sottomettersi ai voleri della moglie), li costringevano ad abiurare amici e conoscenti, imponevano nuove regole di vita e li piegavano ai loro desideri.
Le donne di camorra oggi hanno saputo sostituirsi ai loro uomini, assumerne il ruolo, e diventare veri e propri “boss”.
Queste “malafemmine” in carriera sono in grado non solo di dare man forte ai o ai figli ricercati dai carabinieri, ma anche di tessere al posto loro le trame di traffici illegali, di riciclare denaro sporco, di dare ordini e di riscuotere il pizzo
La più nota tra loro è Anna Mazza, vedova di gennaio Moccia, padrino di Afragola, comune sciolto nel 1999 per infiltrazioni camorristiche.
Anna Mazza è stata la prima donna in Italia ad essere condannata per reati d’associazione mafiosa.
Fu lei la vera iniziatrice di un “matriarcato” della camorra, capace di tessere le reti di traffici illegali e di saldare i rapporti tra la camorra e la cosiddetta “mafia del Brenta”, in seguito ad un suo soggiorno obbligato in Veneto.
Anna Mazza seppe approfittare della pressoché totale impunità riservata alle donne nel Meridione, per rimanere immune da invidie, minacce e vendette. Abile imprenditrice, incrementò notevolmente il giro di affari del clan dei Moccia nei campi dell’edilizia e dell’acquisto di terreni edificabili.
Anna Mazza era costantemente tenuta sotto scorta, da “bodyguard” ovviamente al femminile, donne veloci e sicure, a bordo di altrettanto agili Smart gialle, in grado di dare nell’occhio, ma non troppo, di incutere timore senza pretendere riverenza.
Tra queste “dame di compagnia” c’era anche Immacolata Capone. Bella, ma non appariscente, morigerata nel suo caschetto biondo, un’eleganza d’altri tempi.
Sposata con Giorgio Saliero, camorrista, poi legata ad uno dei boss del clan Puca di Sant’Antimo, Imma (come era chiamata da tutti) era una donna dalla forte “capacità manageriale e potere corruttivo”. La Dda di Napoli che investigò sul suo omicidio, avvenuto il 17 marzo del 2004, dovette districarsi in un complesso intreccio di affari illeciti, attraverso i quali la donna aveva tentato un “salto di qualità” per se stessa e per il clan Moccia.
Imma venne uccisa dietro il banco di una polleria. Una morte da donna, quasi a voler far intendere che gli uomini della camorra non si lasciano intimorire, che nessuno può alzare la testa e restare impunito. Tanto meno un caschetto biondo.
Le donne della camorra muoiono, ma non si pentono mai. Tengono saldi i valori di cui si ritengono portatrici, e se un tempo erano proprio loro, le madri di famiglia a sostituire gli uomini in guerra, adesso sono queste matrone del ventunesimo secolo a gestire affari, portare armi, suddividere i compensi, quando gli uomini “pentiti” si trovano in carcere.
Alcune di esse arrivano persino a disconoscere i mariti, che si sono “arresi” di fronte alla legge.
Giuseppina Schiavone, figlia del pentito Carmine Schiavone, cugino di Francesco Schiavone detto Sandokan, dirigente del clan dei casalesi, condannò così il pentimento del padre :
“E’ un grande falso, bugiardo, cattivo ed ipocrita che ha venduto i suoi fallimenti. Una bestia. Non è mai stato mio padre. Io non so neanche cosa sia la camorra.”
Hanno anche un apposito look per ogni occasione queste signore del crimine: “femme fatale” in vestito da sera e gioielli vistosi per i debutti in società, vedova a lutto con viso tirato e velo nero nelle aule dei tribunali, casalinga disperata in vestaglia sgualcita per le strade, di fronte alle divise.
La classe è femmina, ovunque e qualunque sia il fine da raggiungere.
Ma tra queste indomite vestali si nascondono in realtà delle vittime, a cui la camorra ha lasciato un segno indelebile, un tatuaggio sulla pelle che non se ne andrà più via.
Carmela Rosaria Iuculano, a diciotto anni aveva già sposato Pino Rizzo, boss di Cerda (in provincia di Palermo). Casalinga e madre di due figlie, aveva sopportato per anni i soprusi e le botte, gli insulti e i tradimenti del marito, fino a che, dopo dodici anni di questa vita, si decise ad andarsene, a tornare a casa dai genitori. Non sapendo a cosa stesse andando incontro.
Pino Rizzo e i suoi “compari” iniziarono a danneggiare l’azienda del padre di Carmela, il quale convinse la figlia a tornare dal marito. Carmela lo fece, ma cominciò a bere e diventò anoressica.
Nel 2002 il marito venne arrestato, e la donna si trovò a dover amministrare i suoi affari, perché il clan doveva andare avanti, il pizzo andava riscosso e il denaro doveva continuare a girare.
Nel 2004 Carmela venne arrestata e decise di collaborare con la giustizia, denunciando il marito, il fratello e un cugino, e facendo molti altri nomi di affiliati alla mafia del palermitano.
Carmela dice di averlo fatto per i suoi figli.
Nel 2004, dopo le notti di Scampia il sindaco di Napoli, Iervolino aveva chiesto la stessa cosa alle donne della sua città:
“Da donna a donna…lasciate il clan. Fatelo per i figli.”
Alla Sig.ra Iervolino aveva risposto una donna di camorra, Immacolata Icone, moglie del potentissimo boss della camorra degli anni Ottanta Raffaele Cutolo:
“La camorra è sofferenza. Il mio matrimonio è stato celebrato in carcere. Con mio marito ho trascorso un solo giorno. Raffaele ha capito che ha sbagliato e sta scontando la sua pena. E io con lui. Lo Stato mi ha impedito di adottare i miei nipoti e di sottopormi all’inseminazione artificiale. Era il mio desiderio più grande. Non sono una delle mamme cui Lei si è rivolta. E non sono una donna. Per gli altri sono solo un cognome: Cutolo”.
La sofferenza è donna, anche nel Terzo Mondo di Scampia, anche a Napoli come a Palermo.
Perché anche se vogliono assomigliare ad Uma Thurman e si vestono di giallo, queste donne sono spesso più simili a tante “madri coraggio”scarmigliate e disperate, vittime di un Sistema e di una mentalità difficile da sradicare.
La scrittrice Elisabetta Rasy le definisce “vittime delle colpe dell’oblio dell’autorità, delle amministrazioni, del degrado urbano. Ma soprattutto vittime degli uomini che tribalmente le onorano e civilmente le disonorano con l’efferatezza dei loro reati.”
Ma queste vittime si sono spesso trasformate in carnefici, senza scrupoli e molto, molto più simili agli uomini di quanto si possa pensare.
I nuovi boss in gonnella impazzano, nel nome delle pari opportunità, ma anche (è d’obbligo dirlo) nell’oblio di una quasi inesistente legalità.