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Dall'Europa dell'Est immigrazione indiscriminata senza permessi e senza quote ragionevoli di assorbimento nel mercato del lavoro. La Direttiva Bolkestein è stata camuffata e applicata sotto silenzio.
Il 21 luglio scorso, il governo italiano ha approvato un decreto con il quale vengono eliminate le restrizioni nei confronti dei lavoratori provenienti da otto Stati membri dell'est Europa: Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia.
"Con questo provvedimento" ha dichiarato Enrico Letta, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio del governo Prodi, "abbiamo posto fine a una discriminazione nei confronti dei nuovi Stati membri".
La decisione italiana va incontro alle sollecitazioni sia dei paesi interessati sia delle istituzioni comunitarie ed è stata accolta positivamente dalle autorità di Bruxelles: ''Mi congratulo con l'Italia per aver deciso di eliminare le restrizioni", ha commentato il Presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, mentre il commissario responsabile per l'occupazione, Vladimir Spidla ha aggiunto: ''Aprire il mercato del lavoro ai cittadini di tutti gli stati membri dell'Ue porterà benefici all'economia italiana e al Paese nel suo insieme".
Con l'Italia, diventano otto i "vecchi" Stati membri che hanno eliminato ogni forma di restrizione all'ingresso di lavoratori provenienti dall'Europa orientale. Gran Bretagna, Irlanda e Svezia hanno aperto le proprie frontiere fin dal 2004; nella primavera di quest'anno sono state imitate da Spagna, Finlandia, Portogallo e Grecia. In totale adesso sono 18 i paesi Ue tra i quali vi è una completa libertà di circolazione nel mercato del lavoro.
Nel maggio del 2004, al momento dell'allargamento a 25, i timori per un aumento del numero di migranti provenienti dall'est europeo hanno spinto la maggioranza dei governi dei "vecchi" Stati membri a imporre delle limitazioni alla libera circolazione dei lavoratori sul proprio territorio. La paura dell'ormai celebre "idraulico polacco" si è tradotta quindi nell'istituzione di un regime transitorio che regola l'accesso dei lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri sulla base di quote annuali. Secondo l'accordo del 2004, il meccanismo di restrizioni - che riguarda solo gli otto paesi dell'est e non i due nuovi membri mediterranei, Cipro e Malta - deve essere rivisto periodicamente e comunque non potrà essere più prorogato dopo il 2011.
Le istituzioni comunitarie hanno fortemente criticato il regime di restrizioni; il 5 aprile 2006 il parlamento di Strasburgo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che indicava tra le conseguenze negative della situazione attuale, l'aumento del lavoro nero e lo sfruttamento dei lavoratori migranti e chiedeva una riduzione della durata del regime transitorio al 2009.
Analoga è la posizione della Commissione europea che, sulla base di un rapporto pubblicato lo scorso febbraio, ha sottolineato come la mobilità dei lavori dell'Europa centrale e orientale verso i vecchi quindici abbia avuto soprattutto effetti positivi. Secondo lo studio, in Irlanda, Regno Unito e Svezia, grazie all'apertura a est si è verificata una riduzione generalizzata dei costi della manodopera di cui hanno beneficiato sia i consumatori, sia le imprese. Per quanto riguarda invece l'occupazione, a due anni dall'eliminazione delle barriere, non si sono verificate le temute conseguenze destabilizzanti ed anzi il tasso di disoccupazione è diminuito grazie alla regolarizzazione di un alto numero di lavoratori prima impiegati in nero.
L'evidenza dei dati empirici ha favorito una riconsiderazione della politica di chiusura delle frontiere in molti Stati membri. In aprile la Francia ha eliminato le restrizioni in sette settori economici: edilizia e lavori pubblici, alberghiero-ristorazione, agricoltura, metalmeccanico, industrie di lavorazione, commercio e servizi di pulizia; nello stesso periodo anche Lussemburgo e Belgio hanno adottato misure analoghe. Austria e Germania invece continuano a mantenere una linea "protezionista" più severa, adducendo come giustificazione la maggiore vicinanza geografica ai nuovi paesi membri e gli attuali alti livelli di disoccupazione.
europa.tiscali.it/futuro/news/200607/25/immigrazione.html
Il 21 luglio scorso, il governo italiano ha approvato un decreto con il quale vengono eliminate le restrizioni nei confronti dei lavoratori provenienti da otto Stati membri dell'est Europa: Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia.
"Con questo provvedimento" ha dichiarato Enrico Letta, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio del governo Prodi, "abbiamo posto fine a una discriminazione nei confronti dei nuovi Stati membri".
La decisione italiana va incontro alle sollecitazioni sia dei paesi interessati sia delle istituzioni comunitarie ed è stata accolta positivamente dalle autorità di Bruxelles: ''Mi congratulo con l'Italia per aver deciso di eliminare le restrizioni", ha commentato il Presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, mentre il commissario responsabile per l'occupazione, Vladimir Spidla ha aggiunto: ''Aprire il mercato del lavoro ai cittadini di tutti gli stati membri dell'Ue porterà benefici all'economia italiana e al Paese nel suo insieme".
Con l'Italia, diventano otto i "vecchi" Stati membri che hanno eliminato ogni forma di restrizione all'ingresso di lavoratori provenienti dall'Europa orientale. Gran Bretagna, Irlanda e Svezia hanno aperto le proprie frontiere fin dal 2004; nella primavera di quest'anno sono state imitate da Spagna, Finlandia, Portogallo e Grecia. In totale adesso sono 18 i paesi Ue tra i quali vi è una completa libertà di circolazione nel mercato del lavoro.
Nel maggio del 2004, al momento dell'allargamento a 25, i timori per un aumento del numero di migranti provenienti dall'est europeo hanno spinto la maggioranza dei governi dei "vecchi" Stati membri a imporre delle limitazioni alla libera circolazione dei lavoratori sul proprio territorio. La paura dell'ormai celebre "idraulico polacco" si è tradotta quindi nell'istituzione di un regime transitorio che regola l'accesso dei lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri sulla base di quote annuali. Secondo l'accordo del 2004, il meccanismo di restrizioni - che riguarda solo gli otto paesi dell'est e non i due nuovi membri mediterranei, Cipro e Malta - deve essere rivisto periodicamente e comunque non potrà essere più prorogato dopo il 2011.
Le istituzioni comunitarie hanno fortemente criticato il regime di restrizioni; il 5 aprile 2006 il parlamento di Strasburgo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che indicava tra le conseguenze negative della situazione attuale, l'aumento del lavoro nero e lo sfruttamento dei lavoratori migranti e chiedeva una riduzione della durata del regime transitorio al 2009.
Analoga è la posizione della Commissione europea che, sulla base di un rapporto pubblicato lo scorso febbraio, ha sottolineato come la mobilità dei lavori dell'Europa centrale e orientale verso i vecchi quindici abbia avuto soprattutto effetti positivi. Secondo lo studio, in Irlanda, Regno Unito e Svezia, grazie all'apertura a est si è verificata una riduzione generalizzata dei costi della manodopera di cui hanno beneficiato sia i consumatori, sia le imprese. Per quanto riguarda invece l'occupazione, a due anni dall'eliminazione delle barriere, non si sono verificate le temute conseguenze destabilizzanti ed anzi il tasso di disoccupazione è diminuito grazie alla regolarizzazione di un alto numero di lavoratori prima impiegati in nero.
L'evidenza dei dati empirici ha favorito una riconsiderazione della politica di chiusura delle frontiere in molti Stati membri. In aprile la Francia ha eliminato le restrizioni in sette settori economici: edilizia e lavori pubblici, alberghiero-ristorazione, agricoltura, metalmeccanico, industrie di lavorazione, commercio e servizi di pulizia; nello stesso periodo anche Lussemburgo e Belgio hanno adottato misure analoghe. Austria e Germania invece continuano a mantenere una linea "protezionista" più severa, adducendo come giustificazione la maggiore vicinanza geografica ai nuovi paesi membri e gli attuali alti livelli di disoccupazione.
europa.tiscali.it/futuro/news/200607/25/immigrazione.html