FORTEBRACCIO
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[center:97e99dfdbf]Il Mercato come sistema di razionamento e di esclusione
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Spesso sentiamo evocare il Mercato, quando si tratta di giustificare lo smantellamento di uno stabilimento industriale, o lo spostamento di un’attività produttiva da un paese all’altro, con conseguente chiusura dei cancelli in loco e l’irrimediabile perdita di posti di lavoro.
Ci si riempie la bocca con la parola Mercato anche quando si vogliono negare aumenti retributivi dignitosi ai lavoratori dipendenti, spingendoli giorno dopo giorno verso una condizione di reale indigenza, o per sostituire il ricattabile precariato agli impieghi stabili e soggetti ad ampie tutele normative.
Si ricorre a questa magica formula – sempre più dogma ideologico e sempre meno luogo fisico di incontro fra i venditori di merci, utili alla vita quotidiana della collettività, e i compratori – per procedere alla progressiva distruzione dello stato sociale, ritenuto
un ostacolo a maggiori profitti e quindi alla “competitività” e allo “sviluppo”, nonché per attaccare la tutela dei cosiddetti beni pubblici puri, che sfuggono alle logiche del Mercato stesso, ma che sono essenziali per la collettività nazionale e il suo benessere.
Sentiamo dire, inoltre, che il processo di allargamento dei mercati all’infinito, non soltanto in termini fisici, costituisce un dato positivo per l’umanità tutta, mentre invece due miliardi di individui sopravvivono nell’indigenza più vergognosa - nonostante anni di
robusta crescita del Pil mondiale - e il ceto medio, nei paesi “ricchi”, si va progressivamente riducendo, con la rapida espulsione, dai benefici che questa appartenenza comporta, di tutti quelli che risultano sempre meno “utili” al Mercato onnivoro.
A pensarci bene, basterebbe la nostra quotidiana esperienza per suggerirci la conclusione che questo terribile dio, il quale regola dall’alto i processi di mondializzazione economica, è prima di tutto un’invenzione di grande successo -
semantica, come potrebbe convenientemente aggiungere l’autorevole Serge Latouche - che nei fatti regala ai Signori della mondializzazione il controllo sui destini dei popoli e delle nazioni e consente loro di modellare, secondo interessi particolaristici, l’organizzazione delle società umane.
Si applicano le leggi del Mercato per abrogare, nel concreto, le leggi dei vecchi stati, nazionali o federali che siano, o per marginalizzarle fino alla desuetudine, o ancor più spesso al fine di subordinarle alle stringenti regole fissate dagli organi della
mondializzazione – quali Fmi, Banca Mondiale, Wto e Unione europea – che hanno come compito quello di “promuovere” la globalizzazione economica, l’internazionalizzazione della finanza e del capitale produttivo ed espandere per questa via il potere, trasversale e assoluto, dei Signori della mondializzazione.
In linea di massima e pur con qualche significativa riserva concordo con David C. Korten, quando scrive (in Il fallimento di Bretton Woods di David C. Korten, tratto da Glocalismo. Arianna Editrice, 1998 di J. Mander e E. Goldsmith): “Il punto in discussione non è il mercato in quanto tale.
E’ evidente che un’economia senza mercato è destinata al fallimento, come dimostra l’esperienza sovietica.
Si tratta invece di fare una netta distinzione fra mercato e libero mercato.[…]
Il successo del mondo occidentale nell’ultimo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra non deriva dal libero mercato, ma da un patto istituzionale che ha cercato di garantire un equilibrio fra stato e mercato, che venivano considerati responsabili dell’interesse pubblico in pari misura”.
Quello del libero Mercato è prima di tutto un dogma, il prodotto di un’ideologia generata dai cascami della dottrina economica liberista, assieme all’utile compendio politico della “teoria” liberale - che si vuole imporre, attraverso le regole del commercio internazionale e i processi di “democratizzazione” delle società in senso occidentale, od anche manu militari, al genere umano tutto e nel concreto è un meccanismo
apparentemente impersonale di razionamento nella distribuzione dei beni e dei servizi, nonché di spietata esclusione di fasce sempre più ampie della popolazione, all’interno dei paesi occidentali, e di interi popoli altrove nel mondo, dai benefici di uno “sviluppo” inteso esclusivamente in chiave economica, sulla scorta del puro e semplice accrescimento delle quantità di beni prodotti e consumati.
(CONTINUA)
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Spesso sentiamo evocare il Mercato, quando si tratta di giustificare lo smantellamento di uno stabilimento industriale, o lo spostamento di un’attività produttiva da un paese all’altro, con conseguente chiusura dei cancelli in loco e l’irrimediabile perdita di posti di lavoro.
Ci si riempie la bocca con la parola Mercato anche quando si vogliono negare aumenti retributivi dignitosi ai lavoratori dipendenti, spingendoli giorno dopo giorno verso una condizione di reale indigenza, o per sostituire il ricattabile precariato agli impieghi stabili e soggetti ad ampie tutele normative.
Si ricorre a questa magica formula – sempre più dogma ideologico e sempre meno luogo fisico di incontro fra i venditori di merci, utili alla vita quotidiana della collettività, e i compratori – per procedere alla progressiva distruzione dello stato sociale, ritenuto
un ostacolo a maggiori profitti e quindi alla “competitività” e allo “sviluppo”, nonché per attaccare la tutela dei cosiddetti beni pubblici puri, che sfuggono alle logiche del Mercato stesso, ma che sono essenziali per la collettività nazionale e il suo benessere.
Sentiamo dire, inoltre, che il processo di allargamento dei mercati all’infinito, non soltanto in termini fisici, costituisce un dato positivo per l’umanità tutta, mentre invece due miliardi di individui sopravvivono nell’indigenza più vergognosa - nonostante anni di
robusta crescita del Pil mondiale - e il ceto medio, nei paesi “ricchi”, si va progressivamente riducendo, con la rapida espulsione, dai benefici che questa appartenenza comporta, di tutti quelli che risultano sempre meno “utili” al Mercato onnivoro.
A pensarci bene, basterebbe la nostra quotidiana esperienza per suggerirci la conclusione che questo terribile dio, il quale regola dall’alto i processi di mondializzazione economica, è prima di tutto un’invenzione di grande successo -
semantica, come potrebbe convenientemente aggiungere l’autorevole Serge Latouche - che nei fatti regala ai Signori della mondializzazione il controllo sui destini dei popoli e delle nazioni e consente loro di modellare, secondo interessi particolaristici, l’organizzazione delle società umane.
Si applicano le leggi del Mercato per abrogare, nel concreto, le leggi dei vecchi stati, nazionali o federali che siano, o per marginalizzarle fino alla desuetudine, o ancor più spesso al fine di subordinarle alle stringenti regole fissate dagli organi della
mondializzazione – quali Fmi, Banca Mondiale, Wto e Unione europea – che hanno come compito quello di “promuovere” la globalizzazione economica, l’internazionalizzazione della finanza e del capitale produttivo ed espandere per questa via il potere, trasversale e assoluto, dei Signori della mondializzazione.
In linea di massima e pur con qualche significativa riserva concordo con David C. Korten, quando scrive (in Il fallimento di Bretton Woods di David C. Korten, tratto da Glocalismo. Arianna Editrice, 1998 di J. Mander e E. Goldsmith): “Il punto in discussione non è il mercato in quanto tale.
E’ evidente che un’economia senza mercato è destinata al fallimento, come dimostra l’esperienza sovietica.
Si tratta invece di fare una netta distinzione fra mercato e libero mercato.[…]
Il successo del mondo occidentale nell’ultimo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra non deriva dal libero mercato, ma da un patto istituzionale che ha cercato di garantire un equilibrio fra stato e mercato, che venivano considerati responsabili dell’interesse pubblico in pari misura”.
Quello del libero Mercato è prima di tutto un dogma, il prodotto di un’ideologia generata dai cascami della dottrina economica liberista, assieme all’utile compendio politico della “teoria” liberale - che si vuole imporre, attraverso le regole del commercio internazionale e i processi di “democratizzazione” delle società in senso occidentale, od anche manu militari, al genere umano tutto e nel concreto è un meccanismo
apparentemente impersonale di razionamento nella distribuzione dei beni e dei servizi, nonché di spietata esclusione di fasce sempre più ampie della popolazione, all’interno dei paesi occidentali, e di interi popoli altrove nel mondo, dai benefici di uno “sviluppo” inteso esclusivamente in chiave economica, sulla scorta del puro e semplice accrescimento delle quantità di beni prodotti e consumati.
(CONTINUA)
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