FORTEBRACCIO
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Berlusconi punta sul voto anticipato. E prepara il nuovo simbolo e le liste. Ma una parte dei suoi spinge per una intesa con Veltroni. Obiettivo: un governo per la riforma elettorale
Il simbolo con cui correre alle elezioni è già pronto, i colonnelli azzurri l'hanno già visto.
Un mix grafico tra vecchio e nuovo: la vecchia bandiera tricolore con la scritta Forza Italia dentro un campo azzurro con il logo del Popolo della libertà, l'ultima creatura berlusconiana che nei programmi dovrebbe nascere all'assemblea costituente del 27 marzo.
Può darsi che non ci si arrivi e che in quella data Silvio Berlusconi abbia già realizzato il suo sogno: trascinare il Paese alle urne e tornare a palazzo Chigi a furor di popolo, sanando quella che lui ha sempre considerato un'usurpazione, dover abbandonare la guida del governo dopo il voto dell'aprile 2006.
La settimana di passione di Romano Prodi coglie l'eterno rivale nel momento di massimo dolore privato, la malattia dell'adorata mamma, e di massima felicità pubblica, la crisi definitiva della maggioranza di centrosinistra che lui ha aspettato per 20 interminabili mesi, spesso in solitudine, bistrattato perfino dagli alleati An e Udc, lavorando ogni giorno per la spallata.
Ora che il giorno della spallata è arrivato, mercoledì 23 gennaio, il Cavaliere è talmente ben disposto da concedere al Professore di Bologna una stretta di mano appena arrivato a Montecitorio per partecipare alle celebrazioni per i sessant'anni della Costituzione in un clima surreale.
Con i forzisti che già lavorano alle liste elettorali. Gongolanti i notabili azzurri Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto, Elio Vito, Denis Verdini, gli eterni emergenti Maurizio Lupi, Guido Crosetto, Angelino Alfano, le ragazze di ultima generazione Mara Carfagna, Laura Ravetto, Maristella Gelmini: il precipitare della situazione politica li rimette in sella, la prospettiva di tornare al governo li eccita.
Anche se ci sono i nuovi arrivati, bocche fameliche da sfamare, "non sarà facile fare le liste", lamenta un coordinatore forzista.
C'è l'ex radicale Daniele Capezzone da sistemare, forse arriverà qualche frammento mastelliano, di certo bisogna accontentare i circoli della rossa Michela Brambilla.
E poi le facce nuove, si fa per dire. Don Agostino Saccà, per esempio: per lui, il direttore di Raifiction che tanti servizi ha reso al Paese e soprattutto al Cavaliere, sarebbe pronto un seggio al Senato, "anche se queste decisioni vengono prese al massimo livello", cioè a Palazzo Grazioli.
E certo: non l'aveva detto, il patron della fiction Rai, che senza Berlusconi nel Paese si era creato un vuoto? Ecco: il vuoto sta per essere colmato.
Nelle ore che precedono il voto di fiducia del Parlamento sul governo Prodi gli umori berlusconiani tendono all'euforia.
Anche se la strada che porta alle elezioni anticipate è ancora lunga. E nello stesso partito azzurro si fanno sentire voci diverse: quelle che spingono a rimandare il prevedibile trionfo elettorale in nome di un disegno ancora più ambizioso e di più lungo periodo. Quello che vedrebbe Berlusconi fondatore della Terza Repubblica, dopo essere stato protagonista assoluto della Seconda.
Fare come a Segrate. Qui, nel centro dell'hinterland milanese, sede della Mondadori, teatro della lunga guerra per il controllo della casa editrice sfociata in tribunale, il sindaco di Forza Italia Adriano Alessandrini ha aperto la settimana scorsa le trattative per rimpastare la sua giunta, con una mossa a sorpresa: ha scaricato la Lega e ha imbarcato il Partito democratico.
"Non c'erano più i numeri per andare avanti. Ci saranno assessori del Pd, ma nessuna implicazione politica, per carità", spiega il primo cittadino.
Sarà: ma la giunta Forza Italia-Pd nel cuore dell'Impero berlusconiano, a due passi da Arcore, ha subito incassato un editoriale di appoggio del quotidiano dei
vescovi 'Avvenire': "Una Grosse Koalition padana che taglia fuori la Lega e che, esattamente come nel proscenio nazionale, vede l'Udc in stand by, in posizione attendista. Che sia un fatto premonitore?".
Chissà. Di certo il governissimo di Segrate prendeva corpo nelle stesse ore in cui Walter Veltroni a Orvieto ribadiva
di Marco Damilano