[...] Anna dimenticò i suoi
vicini di vagone e, al leggero dondolio della corsa,
aspirando l’aria fresca, si mise di nuovo a pensare.
“Sì, a che punto mi son fermata? Al fatto che non riesco
a inventare una situazione in cui la vita non sia un
tormento, che noi tutti siamo creati per tormentarci, e
che noi tutti lo sappiamo e tutti inventiamo dei mezzi
per ingannarci. E quando si vede la verità, che mai si
può fare?”.
— La ragione è data all’uomo per liberarsi di quello che
lo inquieta — disse in francese la signora,
evidentemente soddisfatta della propria frase e facendo
smorfie con la lingua.
Queste parole parvero rispondere al pensiero di Anna.
“Liberarsi di quello che lo inquieta” ripeté Anna. E,
guardando il marito dalle guance rosse e la moglie
magra, ella capì che la moglie malaticcia si considerava
una donna incompresa e che il marito la ingannava,
mantenendo in lei questa opinione su se stessa. Ad Anna
pareva di vedere la loro storia e tutti gli angoli remoti
dell’anima loro, mentre spostava su di essi la sua luce.
Ma lì non c’era nulla di interessante, e continuò il suo
pensiero.
“Sì, mi agita molto, e la ragione è data per liberarsene;
perciò bisogna liberarsene. E perché non spegnere la
candela, quando non c’è più nulla da guardare, quando
fa ribrezzo guardare tutto? Ma come? Perché questo
capotreno è passato di corsa sulla traversa? perché
gridano quei giovani, in quello scompartimento? Perché
parlano, perché ridono? Tutto è menzogna, tutto
inganno, tutto malvagità...”.
Quando il treno entrò in stazione, Anna uscì tra la folla
degli altri passeggeri e, allontanandosi da loro come da
lebbrosi, si fermò sulla banchina, cercando di ricordare
perché era arrivata là e cosa avesse intenzione di fare.
Tutto quello che prima le sembrava possibile, adesso era
così difficile a considerarsi, specialmente tra la folla
rumoreggiante di tutte quelle persone deformi, che non
la lasciavano in pace.
[...] “Dio mio, dove andare?” ella
pensava, allontanandosi sempre più sulla banchina. Alla
fine si fermò. Le signore e i bambini, che erano venuti a
incontrare un signore con gli occhiali e che ridevano e
parlavano forte, tacquero, esaminandola, quand’ella
giunse alla loro altezza. Ella affrettò il passo e si
allontanò da loro verso l’orlo della banchina. Si
avvicinava un treno merci. La banchina si mise a
tremare e a lei parve d’essere di nuovo in viaggio.
E a un tratto si ricordò dell’uomo schiacciato al suo
primo incontro con Vronskij e capì quello che doveva
fare. Dopo essere scesa con passo veloce, leggero, per i
gradini che andavano verso le rotaie, si fermò accanto al
treno che le passava vicinissimo. Guardava la parte
sottostante dei carri, le viti e le catene e le ruote alte di
ghisa del primo carro che scivolava lento, e cercava di
stabilire con l’occhio il punto mediano fra le ruote
anteriori e le posteriori e il momento in cui questo punto
mediano sarebbe stato di fronte a lei.
“Là — si diceva, guardando nell’ombra del carro la
sabbia mista a carbone di cui erano sparse le traverse —
là, proprio nel mezzo, e lo punirò, e mi libererò da tutti
e da me stessa”.
Voleva cadere sotto il primo vagone che giungesse alla
sua altezza nel punto mediano; ma il sacchetto rosso che
aveva preso a togliere dal braccio, la trattenne, ed era
già tardi; il punto mediano le era passato accanto.
Bisognava aspettare il vagone seguente. Un sentimento
simile a quello che provava quando, facendo il bagno, si
preparava a entrar nell’acqua, la prese, ed ella si fece il
segno della croce. Il gesto abituale della croce suscitò
nell’anima sua tutta una serie di ricordi verginali e
infantili, e a un tratto l’oscurità che per lei copriva tutto
si lacerò, e la vita le apparve per un attimo con tutte le
sue luminose gioie passate. Ma ella non staccava gli
occhi dalle ruote del secondo vagone che si avvicinava.
E proprio nel momento in cui il punto mediano fra le
ruote giunse alla sua altezza, ella gettò indietro il
sacchetto rosso, ritirò la testa fra le spalle, cadde sulle
mani sotto il vagone e con movimento leggero, quasi
preparandosi a rialzarsi subito, si lasciò andare in
ginocchio. E in quell’attimo stesso inorridì di quello che
faceva. “Dove sono? che faccio? perché?”. Voleva
sollevarsi, ripiegarsi all’indietro, ma qualcosa di
enorme, di inesorabile le dette un urto nel capo e la
trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” ella
disse, sentendo l’impossibilità della lotta. Un contadino,
dicendo qualcosa, lavorava su del ferro. E la candela,
alla cui luce aveva letto il libro pieno di ansie e di
inganni, di dolore e di male, avvampò di una luce più
viva che mai, le schiarì tutto quello che prima era nelle
tenebre, crepitò, prese ad oscurarsi e si spense