petrolio che farà nel 2020?

tontolina

Forumer storico
graf.CFD mensile
upload_2020-1-2_14-18-7.png
 
intanto il cambio UDS-CAD che è inversamente correlato all'andamento dell'OIL ha rotto il supporto di lunghissimo periodo
upload_2020-1-2_14-25-6.png
 
Iran, generale iraniano Qassem Soleimani morto in attacco aereo Usa
Reuters.png
Generali38 minuti fa (03.01.2020 09:21)
BAGHDAD (Reuters) - Il generale iraniano Qassem Soleimani, capo dell'unità speciale Forza Quds e protagonista della crescente influenza militare dell'Iran nel Medio Oriente, è stato ucciso in un attacco aereo effettuato oggi dagli Stati Uniti sull'aeroporto di Baghdad.
Lo affermano il Pentagono e l'Iran.
Anche il comandante della milizia iraniana Abu Mahdi al-Muhandis, un consigliere di Soleimani, è morto nell'attacco che è stato autorizzato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
La morte di Soleimani rappresenta un drammatico inasprimento nella "guerra ombra" tra l'Iran e gli Stati Uniti e i suoi alleati, tra cui spiccano Israele e Arabia Saudita, che potrebbe portare ad altri attacchi di ritorsione.

La Guida Suprema dell'Iran, l'Ayatollah Ali Khamenei, ha promesso una severa vendetta.

L'Iran è impegnato in un lungo conflitto con gli Stati Uniti, che si è inasprito rapidamente dopo un attacco la settimana scorsa all'ambasciata statunitense in Iraq, portato avanti da miliziani pro-iraniani. L'attacco è avvenuto in risposta a un attacco aereo statunitense sulla milizia Brigate Hezbollah, fondata da Muhandis.

"Secondo gli ordini del presidente, l'esercito degli Stati Uniti ha intrapreso una decisa misura difensiva per proteggere il personale statunitense all'estero attraverso l'uccisione di Qassem Soleimani", scrive il Pentagono in un comunicato.

"Questo attacco era inteso come un deterrente per i futuri piani di attacco iraniani", ha aggiunto.
 
Prezzo del petrolio in ribasso dopo ravvivarsi delle tensioni in Medio Oriente e Libia

By Liliana Farello
02 gen 2020

Il nuovo anno si apre con una serie di scontri in Iraq e con il ravvivarsi delle tensioni nel Mediterraneo, in grado di provocare ricadute sul prezzo del petrolio

Iraq e Libia sotto l’occhio attento della comunità internazionale, dopo le tensioni geopolitiche degli ultimi giorni. Intanto, dopo i leggeri rialzi di stamattina, il prezzo del petrolio torna a scendere.

Cosa sta succedendo in Iran?
La miccia che ha dato il via a giornate di proteste, proprio a ridosso della fine dell’anno, è stato l’attacco di domenica da parte degli Stati Uniti a cinque basi militari in Iraq e Siria, afferenti alle Forze di mobilitazione popolare, Kataib Hezbollah, appoggiate dall’Iran. Gli attacchi hanno provocato 25 vittime e oltre il doppio dei feriti.

Mercoledì i sostenitori delle milizie hanno reagito con forti proteste e tentativi di assalti all’ambasciata statunitense a Baghdad, con i manifestanti che hanno ceduto a una tregua solo ieri.

Si ripropone ora l’annosa questione della presenza delle truppe statunitensi in Iraq, dove l’esercito Usa è tornato nel 2014 per far fronte alla minaccia dello Stato Islamico. L’organizzazione delle milizie ha annunciato di voler portare la questione al parlamento di Baghdad, per spingerlo a un voto che decreti l’illegittimità della presenza statunitense sul suolo iracheno.

Per gli Usa comunque dietro le proteste di Baghdad ci sarebbe l’Iran di Khamenei. Subito dopo gli attacchi all’ambasciata, il presidente statunitense Donald Trump ha pubblicato un tweet al vetriolo, specificando che l’Iran “sarebbe stato ritenuto completamente responsabile per perdite di vite o danni a qualsiasi delle nostre strutture. Pagheranno un prezzo molto alto! Questo non è un avvertimento, è una minaccia”.

A quanto pare però Teheran non si è mostrata troppo intimorita: “Le nostre forze armate monitorano ogni movimento e, se qualcuno fa il minimo errore, reagiranno in maniera decisa, e se la situazione si scalda, mostreremo al nemico le nostre abilità”, ha twittato il capo dell’esercito iraniano, il generale Abdolrahim Mousavi.

E in Libia?
Diversa la situazione in Libia, ma comunque in grado di scatenare un focolaio di rinnovate tensioni. Con 325 voti favorevoli contro 184 contrati, nel pomeriggio il parlamento turco ha approvato una legge che autorizza il dispiegamento di truppe sul suolo libico, in aiuto al governo riconosciuto dalla comunità internazionale, quello di Al-Sarraj, contro l’autoproclamatosi governo di Tobruk, in Cirenaica, guidato dal generale Khalifa Haftar.

La decisione potrebbe dunque dare il via a tensioni, soprattutto con l’Egitto (che sostiene il governo di Haftar). Mentre il presidente turco Recep Taypp Erdogan ha infatti dichiarato di aver agito su richiesta del governo di Tripoli, l’Egitto ha condannato il voto di oggi, sostenendo che “provocherà instabilità nell’area mediterranea”. D’altra parte, dietro l’interesse della Turchia per la Libia c’è l’accordo siglato tra Tripoli e Ankara sull’esplorazione del territorio a fini energetici.
 
THE JANUARY EFFECT
Una delle rare verità universali sui mercati è che “sapere ciò che sanno tutti è come non sapere nulla”. In altre parole, se fosse facile fare i soldi con i luoghi comuni, sarebbero tutti milionari in vacanza. Il cosiddetto “january effect” (“effetto gennaio”) è la convinzione diffusa che il mese di gennaio in borsa sia positivo e abbia un significato forte nel predire l’andamento del mercato azionario per il resto dell’anno solare.
Questo fenomeno è particolarmente marcato nella prima settimana, o meglio tra l’ultimo giorno di contrattazione nel dicembre dell’anno precedente e il quinto giorno di borsa del nuovo anno nel mese di gennaio.
L’ “effetto gennaio” ha origine sul mercato USA ed è semplicemente il risultato della vendita per ragioni fiscali delle posizioni in perdita, che induce gli investitori di Wall Street a vendere le loro posizioni in perdita alla fine di dicembre. L’ “effetto gennaio” è basato sull’idea che questi titoli, che sono stati venduti per realizzare i vantaggi fiscali sulle perdite, siano a sconto rispetto al loro valore di mercato. Questa apparente anomalia è stata notata all’inizio degli anni ’80 e ampiamente studiata e documentata, anche a livello accademico.
In realtà, una semplice comparazione sugli indici americani evidenzia come questa stastitica non sia assolutamente significativa per Dow, S&P e NASDAQ, che registrano per la prima settimana e in generale per il mese di gennaio percentuali di chiusure positive esattamente in linea con la loro media globale (circa il 60%). In termini di salita percentuale, invece, il NASDAQ risulta di gran lunga la “scelta migliore” per chi vuole basarsi su questo singolo concetto.

Una seconda regoletta spesso applicata al gennaio borsistico è quella del “1-10-31”. Si prendono in considerazione il segno del primo giorno di contrattazioni (1) e la posizione rispetto a (1) sia della chiusura della seconda settimana (10) che di quella del mese (31). Se (1) è positivo, (10) è superiore a (1) e (31) è superiore a (10), allora è piena conferma statistica positiva. Altrimenti, scenari variabili di conseguenza. Per ora abbiamo un (1) di segno positivo, il che non è male.


Uscendo dal ristretto campo di indicazioni relative al mese di gennaio, si possono estrapolare per il 2020 (sempre basandosi sul mercato USA: l’Italia non risulta avere autonomia comportamentale significativa) alcune osservazioni interessanti e – forse – anche più utili per l’investitore.
- La prima riguarda il quarto anno del mandato presidenziale USA, che è statisticamente positivo anche se non il piu’ positivo (che è il terzo: quello appena finito). La seconda riguarda il ciclo quadriennale. Ebbene, dagli anni ‘60 ad oggi gli anni di “ritmo 4” con il 2020 (quindi: 2016, 2012, 2008, 2004, 2000, 1996, 1992 ecc.) hanno quasi sempre chiuso sul mercato USA (guardando l’indice S&P 500) con segno positivo. Le eccezioni, tuttavia, sono state solo due ma micidiali: 2000 (il Top del Bull Market ciclico e secolare degli anni ’90) e 2008 (la Grande Crisi). Entrambe queste eccezioni sono legate a triplo nodo con la conclusione di un ciclo economico e la conseguente recessione, con eccessi insostenibili e con una serie di eventi esogeni (quindi i tipici “Black Swans”, cioè gli eventi davvero imprevedibili).
Questa è dunque la principale istanza dell’investitore nel 2020 sui mercati azionari: levarsi dal “noise” di breve periodo per concentrarsi sulle macrovariabili profonde, in primis il ciclo economico USA che resta il motore trainante. Giusto per capirci: l’Europa 20 anni fa generava il 30% del PIL mondiale, oggi è scesa al 15%. E la “decade facile”, quella della easy money per tutti, è finita. Prendiamone atto, senza drammi ma con il coraggio di cambiare atteggiamento di fronte alla volatilità, che da nemica – vista la situazione - si è fatta amica.
 

Users who are viewing this thread

Back
Alto