Rassegna stampa .. articoli vari

FORTEBRACCIO ha scritto:
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Che il mandato di Franco Marini fosse quasi un salto mortale senza rete si sapeva, bastava saper fare i conti con il pallottoliere.
Che i termini dell’incarico conferitogli dal Quirinale fossero singolari lo si era compreso nell’apprendere la nascita di una nuova categoria istituzionale, il “governo finalizzato”, che mancava nella pur fantasiosa galleria politica italiana.

Ma che il compito del Presidente del Senato potesse assumere sembianze tanto multiformi da arrivare a tirar fuori dal cilindro le consultazioni con le associazioni di categoria, questo era inimmaginabile.

Marini ha rispolverato la consumata liturgia sindacale - lo ricordiamo bene nei panni di un combattivo segretario generale della Cisl - e facendo uno strappo al diritto (la Costituzione) e al rovescio (la prassi repubblicana) della politica ha deciso che per formare un nuovo governo e trovare la maggioranza non basta il Parlamento e i partiti non sono gli unici interlocutori.

No, ci vogliono anche le associazioni.
A Palazzo Giustiniani dunque sfileranno i vertici di Confindustria, i sindacati, quelle che in politichese vengono definite “parti sociali”.

Marini introduce il metodo della “concertazione” con soggetti esterni alle Camere e il fatto è davvero sorprendente visto che il “concerto” il presidente del Senato deve cercarlo esclusivamente con i partiti che poi decideranno di dare o negare la fiducia al suo esecutivo.

La scelta di Marini non solo è irrituale, ma produce anche effetti surreali.
Leggere per credere le dichiarazioni di Carlo Ripa di Meana, presidente dell’Associazione Italia Nostra: “Si pensava che le consultazioni per il governo del presidente del Senato fossero strettamente parlamentari.

Scopriamo oggi con sorpresa e forte perplessità, che così non sarà.
Saranno ascoltati, sino a martedì, rappresentanti del mondo economico e sociale e della società civile, come ha detto Napolitano, inclusa una delegazione di cittadini promotori del Manifesto della Governabilità.

Sia chiaro che in questo caso Italia Nostra, la più antica e autorevolissima associazione ecologista, insieme alle altre, come il Comitato nazionale del paesaggio, devono, ripeto devono, essere invitate da Marini.

Rappresentiamo interessi diffusi e legittimi e siamo preoccupati per la tutela del territorio sotto attacco speculativo, per la difesa del paesaggio violato in moltissimi luoghi, per la tutela delle città storiche e non storiche spesso sfigurate, per l’insipienza della gestione campana dei rifiuti.
Il problema della legge elettorale non è il solo problema della nostra Patria’”.

Altolà, Ripa di Meana è chiaro: o tutti o nessuno.
Nel primo caso, le consultazioni di Marini potrebbero allargarsi e allungarsi all’infinito (si possono escludere i rappresentanti delle associazioni dei consumatori?

Vogliamo mettere il bavaglio alla categoria più tassata d’Italia, gli automobilisti?

E se si offendessero i cattolici e pure i buddisti?

Nel secondo caso, il Presidente del Senato non solo risparmierebbe tempo e ritornerebbe entro i confini della prassi costituzionale, ma riporterebbe un po’ di sobrietà in un incarico che con il passare delle ore si sta rivelando una vera e propria disavventura istituzionale.


di Mario Secchi Panorama.it
 
FORTEBRACCIO ha scritto:
Inquisiti per mille latrocini e soprusi, i nuovi padroni sanno che nello sfascio delle istituzioni possono sempre affidarsi ai grandi avvocati per evitare i castighi e conservare l'appoggio dei clienti che partecipano al loro banchetto

Tre nomi, tre personaggi campeggiano nelle cronache politiche e giudiziarie: Clemente Mastella, Salvatore Cuffaro, Silvio Berlusconi.
Indagati, processati e magari condannati, ma sempre adulati dai loro clienti e complici di questa dittatura morbida che toglie la gioia di vivere a una metà degli italiani, ma viene spesso appassionatamente difesa dall'altra metà.

Non resta che prender atto che una metà degli italiani, di destra o di sinistra che sia, è ormai legata o rassegnata a questa gestione clientelare della cosa pubblica, che vige in tutti gli uffici della pubblica amministrazione, diciamo in questo modo italiano che le clientele politiche e affaristiche hanno di appropriarsi del pubblico denaro.

Il colpo di grazia alla democrazia è stato l'applauso del parlamento, in tutti i suoi ordini, a Clemente Mastella, che difendeva se stesso e il suo clan e attaccava la magistratura che si era permessa di ricordargli che la legge è uguale per tutti.
E quell'applauso spiega come l'attuale classe dirigente politica-manageriale ostenti la più assoluta indifferenza per ciò che va sotto il nome di pubblica opinione.

Stalin redivivo chiederebbe: "Quante divisioni ha la pubblica opinione?", che potere ha la pubblica opinione di regolare il consumismo anarcoide, il clientelismo avido, la irresponsabilità dei deputati?

Inquisiti per mille latrocini e soprusi, i nuovi padroni sanno che nello sfascio delle istituzioni possono sempre affidarsi agli azzeccagarbugli più abili, ai grandi avvocati per evitare i castighi e per conservare l'appoggio dei clienti che partecipano al loro banchetto.

Il male, ora lo vediamo chiaramente, è antico, progressivo e a quel che sembra inevitabile.
L'immoralismo dei Craxi e degli Andreotti, lodato e rimpianto da una parte sempre maggiore del ceto dirigente, doveva farci prevedere il peggio.

Ho assistito anni fa al processo di Giulio Andreotti sul famoso bacio al padrino Riina, cioè sui suoi rapporti con la mafia.
Rapporti noti e addirittura rivendicati come un merito.


Tutti sapevano che la corrente di Andreotti nella Democrazia cristiana era diretta dai mafiosi Ciancimino e Lima e finanziata dai mafiosi cugini Salvo, a cui il ministro scriveva una lettera pubblicata su tutti i giornali: "Vi accusano perché sono invidiosi di voi".

Ero come cronista al processo, quando arrivò da Roma una delegazione democristiana venuta a portare ad Andreotti la solidarietà del partito, composta tra gli altri da Casini e Mastella.

Passarono tra i nostri banchi salutando, sorridenti, pimpanti, euforici, come se si celebrasse una vittoria della democrazia e non uno degli spettacoli più sordidi e umilianti per la nazione e la sua storia: la tradizionale assoluzione per insufficienza di prove di un potente protetto dallo Stato complice.

Insieme a Clemente Mastella torna nelle cronache italiche Salvatore Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia.

Un tribunale lo ha appena condannato a cinque anni di reclusione per aver avvertito un 'pezzo da novanta' siciliano di stare attento ai suoi telefoni, intercettati dai magistrati, ma assolto dall'accusa di complicità con la mafia, una contraddizione in termini spudorata, la stessa usata al processo Andreotti, e il signor Cuffaro, prima di essere costretto a dimettersi, ha festeggiato, offrendo dolci e champagne ai suoi amici.

Intanto Berlusconi deride e accusa i giudici che lo accusano di aver tentato di corrompere alcuni senatori a vita usando i suoi servi nella televisione di Stato.

I capiscuola Bettino Craxi e Giulio Andreotti ci avevano avvertiti, ma noi andiamo avanti verso lo sfascio generale.


di Giorgio Bocca
 
FORTEBRACCIO ha scritto:
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Berlusconi viaggia come un treno verso le urne. Correrà con tutti gli alleati, inclusi Mastella e Dini, poi abolirà le intercettazioni e la libertà di stampa

L'eterno ritorno di Silvio Berlusconi, candidato per la quinta volta a Palazzo Chigi a 71 anni suonati, ricorda i film horror sui morti viventi.
Ma prendersela col destino cinico e baro, o col solo Mastella, o con gli eterni secondi Fini e Casini che tre mesi fa annunciavano sfracelli e ora son già rientrati all'ovile, sarebbe comico.

A novembre il Cavaliere era un uomo politicamente defunto.
Bossi flirtava con la sinistra in cambio di uno straccio di 'federalismo', An e Udc picconavano la Cdl e parlavano financo di conflitto d'interessi, i Fini Boys schifavano "gli amici del mafioso Vittorio Mangano" e riscoprivano antiche affinità con Paolo Borsellino.

Lo statista di Milanello, detronizzato dai partner, in picchiata nei sondaggi, fallite una dozzina di 'spallate' al governo, tentava di intercettare l''antipolitica' inventandosi un Avatar al femminile, Michela Vittoria Brambilla, fondando partiti dai nomi cangianti sul predellino di una Mercedes e millantando 10 milioni di baionette nei gazebo semideserti delle finte primarie. Un caso umano.

A quel punto entrò in scena Walter Veltroni, legittimato da tre milioni di voti veri. Anziché incunearsi nelle divisioni del centrodestra, dialogando con Fini, Casini e Bossi su un unico tavolo che comprendesse legge elettorale, conflitto d'interessi e tv, scelse il Cavaliere come interlocutore privilegiato e lo riportò sul trono, isolandone gli alleati in fuga.

Sordina al conflitto d'interessi e al problema tv, dialogo su una riforma elettorale e addirittura costituzionale che consentisse ai due partiti maggiori di scrollarsi di dosso gli alleati.

Chi non ricorda gli amorosi sensi tra i due "grandi riformatori" nonché "padri della Terza Repubblica",le telefonate quotidiane tra Gianni Letta e Goffredo Bettini, gli entusiasmi dei dalemiani vedovi inconsolabili della Bicamerale e le serenate di Cicchitto&Bondi sotto il Campidoglio?

Giuliano Ferrara coniava la figura del 'CaW' (mezzo Cav. e mezzo Walter), Veltroni rilasciava mega-interviste al 'Foglio' e il Pd invitava il consigliori berlusconiano a presenziare alla riunione del comitato Valori.
Invano Prodi e i suoi mettevano in guardia dalla pluricollaudata inaffidabilità del Cavaliere, rassicuravano gli alleati su un ritorno al Mattarellum e insistevano sul conflitto d'interessi per tener insieme l'Unione Brancaleone.

Il 19 gennaio, tre giorni dopo l'arresto di lady Mastella e di mezza Udeur, il colpo di genio: Veltroni annuncia agli alleati che "il Pd correrà da solo" con qualunque legge elettorale.

Una mossa gabellata come innovativa, che in realtà - come ha scritto Barbara Spinelli - è quanto di più vecchio si possa immaginare: "un partito che si presenta alle urne e poi deciderà con chi e con quale programma governerà".

Due giorni dopo Mastella lascia l'Unione e cade il governo.
Mentre i papaveri Pd lo invitano al "governo istituzionale" e al "senso di responsabilità" (sic!), Berlusconi dimostra quel che si era sempre saputo: delle riforme non gliene importa nulla.

E viaggia come un treno straniero verso le urne, per capitalizzare il mega-vantaggio dei sondaggi.
Correrà con tutti gli alleati, nessuno escluso, anzi inclusi Mastella e Dini, poi abolirà le intercettazioni e la libertà di stampa.

Per il Pd si annuncia una campagna elettorale muta.
Non potrà nominare il conflitto d'interessi, non avendolo risolto nemmeno stavolta.
Né potrà evocare lo spauracchio Berlusconi, avendoci dialogato fino all'altro ieri.
Se questi sono i professionisti della politica, ridateci i dilettanti.


di Marco Travaglio
 

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