Terrorismo USA

tontolina

Forumer storico
Voli Cia/ "In Italia furono usati 10 aeroporti". Dossier dell'Europarlamento: sono atterrati anche a Sigonella gli aerei con i prigionieri
Martedí 13.06.2006 09:12

http://canali.libero.it/affaritaliani/politica/volicia1306.html

La Commissione d'inchiesta dell'Europarlamento sulle operazioni clandestine condotte dalla Cia tra il 2002 e il 2005 sul territorio e nello spazio aereo dell'Unione, approva a maggioranza la relazione che mette in mora Italia, Germania, Spagna e Gran Bretagna, denunciando l'appoggio diretto o indiretto dei governi di questi quattro Paesi nel sequestro illegale di sospetti di terrorismo internazionale (le cosiddette "extraordinary renditions"). Il documento, approvato ieri sera a Strasburgo (24 i "sì", 14 i "no", 7 gli astenuti) spacca i Popolari e passa con l'appoggio decisivo delle Sinistre e dei Liberali (i tre deputati europei di Forza Italia in commissione hanno votato "no"). Ma, soprattutto, consegna alla discussione plenaria del Parlamento (fissata tra due settimane) un primo atto ufficiale costruito su evidenze testimoniali e documentali raccolte nell'arco di un'istruttoria avviata ormai sei mesi fa.

Su tutte, il rapporto conclusivo su ciascuno dei 1.080 voli che 13 "front company", società schermo, della Cia hanno mosso nei cieli europei tra il 2002 e il 2005. Nel documento le responsabilità dei governi di Roma, Londra, Berlino e Madrid si definiscono nel dettaglio. Con qualche scoperta. E' il caso dell'Italia, il Paese che con maggior ostinazione, attraverso il suo governo e il direttore della sua intelligence politico-militare, Nicolò Pollari, ha sin qui negato persino di essere a conoscenza di "consegne straordinarie" e di voli clandestini della Cia che ne abbiano violato la sovranità.


Il rapporto documenta infatti che gli aeroporti italiani utilizzati da Langley non si limitano a quelli sin qui noti di Aviano e Roma-Ciampino, ma crescono fino a coprire di fatto l'intero spazio aereo del nostro Paese. Un Boeing 737 con sigla N313P vola su Pisa. Il Gulfstream IV utilizzato per trasferire il 17 febbraio 2003 (il giorno del suo sequestro a Milano) il cittadino egiziano Abu Omar dalla base di Aviano a quella di Ramstein (e da qui a una galera del Cairo), vola anche su Sigonella, Napoli, Roma Ciampino, Bari, Firenze, Venezia. Con alcune rotte significative: da Napoli a Misurata (Libia); da Roma a Islamabad (Pakistan); dal Marocco a Sigonella. E ancora: il Gulfstream su cui viaggia il cittadino canadese di origini siriane Maher Arar, sequestrato a New York nell'autunno 2002 e "consegnato" alla Siria, via Roma Ciampino, è lo stesso aereo che il rapporto di "Eurocontrol" documenta in atterraggio e decollo da Palermo, Milano, Firenze e, ancora, Roma-Ciampino. Lo stesso aeroporto su cui del resto fa spola un quarto aereo della Cia (sigla N379P) che, per quattro volte, tra il 2003 e il 2004, vola tra Roma, Amman (Giordania) e Washington.

Chi fosse a bordo di questi voli di cui sin qui è stata taciuta l'esistenza solo la Cia o la nostra intelligence (Sismi), o il nostro governo, a questo punto, possono dire. E questo, del resto, è esattamente ciò che la Commissione di inchiesta di Strasburgo si prepara a sollecitare. A quanto pare, con minor garbo istituzionale di quanto non sia avvenuto sin qui. "Il voto sulla relazione - spiegava ieri sera Claudio Fava - ci conforta e ci impegna per il futuro. Con l'approvazione del documento abbiamo infatti ottenuto anche una proroga di sei mesi per la nostra indagine. Che dedicheremo a ricostruire definitivamente la verità sui fatti e gli abusi di questi anni. Abbiamo deciso di inviare due missioni in Polonia e Romania. Ma, soprattutto, abbiamo deciso di tornare a convocare a Strasburgo i rappresentanti di tutti i governi coinvolti: Italia, Germania, Spagna, Gran Bretagna. Perché, a questo punto, ulteriori silenzi o reticenze non potranno che essere interpretati per quel che sono: connivenza".

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rammento che canale5 ha ridicolizzato il rapporto dell'UE... già neppure informazioni vere ... se sono scomode al loro proprietario psiconano
 
ma se era già morto l'11 settembre
com'è che poi è rimorto?

lo stato USA è un gran BALLISTA


http://canali.libero.it/affaritaliani/politica/11settembre1306.html
11 settembre/ Al Qaeda: il saudita Turki bin Fheid al-Muteiri, ucciso due anni fa, avrebbe dovuto essere il 20° uomo degli attentati
Martedí 13.06.2006 08:32

Attraverso un comunicato su Internet, Al Qaeda ha annunciato che il militante saudita Turki bin Fheid al-Muteiri, ucciso nel 2004, avrebbe dovuto essere il ventesimo kamikaze degli attentati dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti.

"Turki bin Fheid al-Muteiri (Fawaz al-Nashmi), possa Dio accoglierlo come martire, (era) quello scelto dallo sheikh Osama bin Laden per essere l'aspirante al martirio numero 20 nell'attacco dell'11 settembre 2001": così afferma la dichiarazione pubblicata oggi su un sito Internet a firma del settore media dell'organizzazione terroristica.

Il mese scorso, bin Laden aveva detto che Zacarias Moussaoui, l'unica persona condannata da una corte degli Stati Uniti per gli attacchi dell'11 settembre, non aveva nulla a che vedere con gli attentati di Al Qaida. Invece secondo le autorità americane, Moussaoui avrebbe dovuto essere lui il 20/o kamikaze dell'11 settembre.
 
La strategia della tensione
Il terrorismo non rivendicato della NATO
Di Silvia Cattori* - tratto da www.voltairenet.org/article144415.html

Daniele Ganser, professore di storia contemporanea all'università di Basilea e presidente dell'Aspo-Svizzera, ha pubblicato un libro "sugli eserciti segreti della NATO".
Secondo lui, gli Stati Uniti hanno organizzato in Europa dell'Ovest durante gli ultimi 50 anni attentati che sono stati attribuiti alla sinistra e alla sinistra estrema per screditarli agli occhi dei loro elettori. Questa strategia dura ancora oggi per suscitare il timore dell'islam e giustificare le guerre per il petrolio.

Silvia Cattori: Il suo lavoro dedicato agli eserciti segreti della NATO (1), spiega come la strategia della tensione (2) e le operazioni “False Flag” (3 - operazioni "false bandiere", è l’espressione usata per descrivere atti terroristici, portati avanti segretamente da governi o organizzazioni, per essere poi imputate ad altri) implicano dei grandi pericoli. Spiega come la NATO , durante la guerra fredda - in coordinamento con i servizi di informazioni dei paesi dell'Europa occidentale ed il Pentagono - si è servito di eserciti segreti, ha reclutato spie negli ambienti di estrema destra, ed ha organizzato atti terroristici attribuiti poi alla sinistra estrema. Apprendendo ciò, ci si può interrogare su quello che può passare a nostra insaputa.
Daniele Ganser: È molto importante comprendere ciò che la strategia della tensione rappresenta realmente e come ha funzionato durante questo periodo. Ciò può aiutarci ad illuminare il presente ed a vedere meglio in quale misura è sempre in azione. Poca gente sa ciò che l'espressione “strategia della tensione” vuole dire. È molto importante parlarne, spiegarlo. È una tattica che consiste nel commettere degli attentati criminali ed attribuirli a qualcuno di altro. Con il termine tensione ci si riferisce alla tensione emozionale, a ciò che crea una sensazione di timore, di paura. Con il termine strategia, ci si riferisce a chi alimenta le paure della gente riguardo ad un gruppo determinato. Queste strutture segrete della NATO erano state equipaggiate, finanziate e addestrate dalla CIA, in coordinamento con l’MI6 (i servizi segreti britannici), a combattere le forze armate dell'Unione sovietica in caso di guerra, ma anche, secondo le informazioni di cui disponiamo oggi, per commettere attentati terroristici in diversi paesi (4).

.... eccc....
http://www.disinformazione.it/terrorismo_Nato.htm

i terroristi sono sempre solo loro:
USA+Inghilterra
 
Silvia Cattori: Quando si osserva la diabolizzazione degli Arabi e dei musulmani a partire dal conflitto israeliano-palestinese, ci si dice che ciò non ha nulla a che vedere con il petrolio.
Daniele Ganser: Sì, in questo caso sì. Ma, nella prospettiva degli Stati Uniti, si tratta di una lotta per prendere il controllo delle riserve energetiche del blocco eurasiatico che si situa in questa "ellisse strategico" che va dall'Azerbaigian passando per il Turkmenistan ed il Kazachistan, fino all'Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Golfo Persico.
È precisamente là, in questa regione in cui si svolgono le pretese guerre "contro il terrorismo", che si concentrano le importanti riserve in petrolio e gas. Secondo me, non si tratta di altra cosa che di una sfida geostrategica dentro la quale l'Unione europea può soltanto perdere. Poiché, se gli Stati Uniti prendono il controllo di quelle risorse, e la crisi energetica peggiora, diranno: "volete gas, volete petrolio, molto bene, in cambio vogliamo questo e quello". Gli Stati Uniti non daranno gratuitamente il petrolio ed il gas ai paesi europei. Poca persone sanno che il "picco del petrolio", il massimo della produzione, è stato già raggiunto nel mare del Nord e che, quindi, la produzione del petrolio in Europa - la produzione della Norvegia e della Gran Bretagna - è in declino. Il giorno che la gente si renderà conto che queste guerre "contro il terrorismo" sono manipolate, e che le accuse contro i musulmani sono, in parte, della propaganda, rimarranno sorpresi. Gli Stati europei devono svegliarsi e comprendere infine come la strategia della tensione funziona. E devono anche iniziare a dire no agli Stati Uniti. Inoltre, negli Stati Uniti anche, c'è molta gente che non vuole questa militarizzazione delle relazioni internazionali




Silvia Cattori: Avete anche fatto ricerche sugli attentati dell'11 settembre 2001 e scritto un libro (13) con altri intellettuali che si preoccupano delle incoerenze e delle contraddizioni nella versione ufficiale di questi eventi come le conclusioni della Commissione d'indagine delegata da Mister Bush? Non temete di essere accusati di "teoria del complotto"?
Daniele Ganser: I miei studenti e altra persone mi hanno sempre chiesto: se questa "guerra contro il terrorismo" riguarda realmente il petrolio ed il gas, gli attentati dell'11 settembre non sono stati anch’essi manipolati? O è una coincidenza, che i musulmani di Osama bin Laden abbiano colpito esattamente nel momento in cui i paesi occidentali iniziavano a capire che una crisi del petrolio si annunciava? Ho dunque iniziato ad interessarmi a ciò che era stato scritto sull'11 settembre ed a studiare anche la relazione ufficiale che presentata nel giugno 2004. Quando ci si immerge in quest'argomento, ci si accorge di primo acchito che c'è un grande dibattito planetario attorno a ciò che è realmente avvenuto l'11 settembre 2001. L 'informazione che abbiamo non è precisa. Quello che chiede precisazione nel rapporto di 600 pagine è che la terzo torre che è crollata quel giorno, non è neppure citata. La Commissione parla soltanto del crollo delle due torri, "Twin Towers". Mentre c'è una terza torre, alta 170 metri , che è crollata; la torre si chiamava WTC 7. Si parla di un piccolo incendio in quel caso. Ho parlato con i professori che conoscono perfettamente la struttura degli edifici; dicono che un piccolo incendio non può distruggere una struttura di una simile dimensione. La storia ufficiale sull'11 settembre, le conclusioni della commissione, non sono credibili. Questa mancanza di chiarezza mette i ricercatori in una situazione molto difficile. La confusione regna anche su ciò che è realmente avvenuto al Pentagono. Sulle fotografie che abbiamo è difficile vedere un aereo. Non si vede come un aereo possa essere caduto là
 
Guantanamo: L'orrore compie cinque anni


Per l’amministrazione Bush è diventato il simbolo delle difficoltà a conciliare le esigenze della guerra al terrorismo con il diritto internazionale. Per buona parte del mondo arabo e musulmano è semplicemente uno scandalo e un affronto. Per la comunità internazionale un’imbarazzante realtà che sottolinea la sconfitta della politica Usa e chiama in correità i suoi alleati inchiodandoli a responsabilità enormi sul fronte della violazione dei diritti umani. Guantanamo compie cinque anni e assomiglia sempre più ad una struttura permanente dove il limbo giudiziario è la regola e le convenzioni internazionali sono carta straccia.

Questa prigione di massima sicurezza è nata l’11 gennaio 2002, nella base della U.S. Navy a Guantanamo Bay a Cuba, quando furono deportati i primi 20 detenuti incappucciati, con le mani legate e i piedi incatenati. Le immagini delle loro divise color arancione e delle gabbie in cui venivano rinchiusi fecero presto il giro del mondo. A quattro mesi dall’attacco all’ America dell’11 settembre 2001, Bush aveva bisogno di mandare un segnale forte nella lotta al terrorismo e Guantanamo sembrava il più adeguato. Da allora, poco meno di 800 prigionieri sono passati da Camp Delta e dagli altri centri di detenzione di Guantanamo. Per 380 di loro - di cui 114 nel corso del 2006 – c’è stata la possibilità del trasferimento ai paesi d'origine e in molti casi la scarcerazione. Meno di 400 detenuti restano invece in una condizione segnata da molte incertezze.

Il Pentagono, pressato più dai media che dalla politica, ha già stabilito che 85 di loro non costituiscono più un pericolo, ma non è riuscito a trovare Paesi disponibili ad accoglierli. Forse è un caso, forse no.Tutti gli altri dovrebbero venir processati. Il condizionale è d’obbligo perchè l’iter delle “commissioni militari”, i famigerati tribunali speciali che il presidente George W.Bush aveva creato dopo l’11 settembre, ha avuto una vita estremamente travagliata. La Corte Suprema degli Stati Uniti li ha bloccati due volte sul nascere, prima che potessero entrare in azione. L’amministrazione Bush ha reagito una prima volta dando vita a udienze per la revisione dei casi dei detenuti, poi ha deciso di far approvare nei mesi scorsi una legge dal Congresso. Adesso che la legge è stata varata, il Pentagono sta mettendo a punto le procedure per cominciare i processi, previsti a questo punto a partire da luglio.

Entro la fine di gennaio potrebbero venir decise nuove incriminazioni.Ma varie iniziative legali si intrecciano negli Usa da parte di avvocati di detenuti e non è escluso che il destino di Guantanamo torni di nuovo all’attenzione della Corte Suprema. In questi ultimi giorni, a far capire che il clima intorno all’amministrazione Bush circa Guantanamo sta radicalmente cambiando, ci si sono messi anche gli agenti dell’Fbi che hanno avuto modo di assistere agli interrogatori dei prigionieri che i militari, gli agenti della Cia e i contractor privati facevano. In realtà, gli uomini dell’Fbi quelle cose le hanno viste tempo fa e le hanno raccontate nel 2004, quando i loro capi decisero di compiere una sorta di ricerca fra i loro agenti che per ragioni di servizio erano “passati” per la prigione di Guantanamo. Erano poco meno di 500, quegli agenti, e ricevettero un questionario in cui gli si chiedeva di riferire su eventuali “interrogatori aggressivi” cui avessero assistito.

Ventisei di loro risposero di sì, spiegarono cosa avevano visto e il quadro che ne uscì fu quello classico cui le notizie filtrate da Guantanamo in tutti questi anni ci hanno tragicamente abituato. Ecco così il soldato che si siede sul Corano di fronte all’interrogato che - dice l’agente dell'Fbi – “impazzisce di rabbia”, ecco un prigioniero con la faccia completamente “incartata” col nastro adesivo tipo mummia perché - spiega il contractor all’agente Fbi – sarebbe stato quello l’unico modo per farlo smettere di recitare ad alta voce versetti del Corano e così di seguito. Ciò che ha stupito e al contempo indignato del racconto serafico di questi uomini è stata la continua sottolineatura, agli agenti dell’Fbi, di aver compiuto quelle azioni sotto l’espressa autorizzazione del ministero della Difesa, anzi direttamente dall’allora ministro Donald Rumsfeld. Il che spiega perché, quando (nel 2004) l’Fbi consegnò allo stesso ministero il risultato della ricerca compiuta sui suoi agenti, non successe nulla. Adesso, che il vento sta girando, i fascicoli escono dai cassetti impolverati e parlano.

E’ forse questo, al punto in cui sono ora le cose, l’aspetto più interessante della storia. La pubblicazione della ricerca compiuta dall’Fbi, infatti, è avvenuta nell’ambito di un processo che alcuni ex detenuti assistiti dall’Aclu, l’associazione per la difesa delle libertà civili, stanno intentando proprio contro Rumsfeld, in quanto responsabile di ciò che loro hanno subito sulla propria pelle: documenti in più, dunque, che gli avvocati dei detenuti presenteranno al giudice. Naturalmente, però, la scoperta che le malefatte di Guantanamo erano state a suo tempo documentate anche dall'Fbi, (che le aveva «doverosamente» trasmesse al ministero della Difesa e che questo non aveva fatto nulla) solleva parecchie questioni.

Anche perché la legge che di fatto autorizza la tortura, quella che George Bush si è fatto approvare in extremis dal Congresso ancora a maggioranza repubblicana, a quel tempo non era ovviamente ancora in vigore. Interrogato in proposito, il portavoce del Pentagono Bryan Whitman ha detto che si tratta di “roba vecchia”, che su di essa il ministero della Difesa ha compiuto a tempo debito “accurate indagini” e che nei casi in cui è stato accertato che le accuse erano “sostanziate” sono stati presi dei “provvedimenti disciplinari”. Ma se qualcuno pensa che ora che Rumsfeld non è più alla guida del Pentagono quella roba vecchia possa essere riesaminata si sbaglia di grosso. La risposta del portavoce, in questo senso, non lascia adito a dubbi: “Un riesame? – ha commentato Whitman - Non vedo perché, è già stata accuratamente indagata a suo tempo, no?” Guantanamo resta dunque una ferita aperta.

Bush ha ripetuto più volte nei mesi scorsi, soprattutto ai critici in Europa, di aver intenzione di chiudere Guantanamo, ma ha anche avvertito di non poter compiere passi del genere prima che venga stabilito cosa fare con quelli che l’America ritiene terroristi e “combattenti nemici”. Lo scorso agosto, con una mossa a sorpresa, il presidente ha fatto trasferire a Guantanamo anche i 14 detenuti esponenti di Al Qaida di maggior spessore custoditi dagli Usa, che si trovavano nelle prigioni segrete della Cia. Tra loro ci sono anche la “mente” e il “braccio armato” dell’attacco all’America, Khalid Sheikh Mohammed e Ramzi Binalshibh, e per loro potrebbero aprirsi corsie preferenziali per i processi. La base navale intanto si è abituata a essere un carcere tropicale permanente che uno sprezzante Rumsfeld difese davanti al mondo con indecorosa faccia tosta.

“Ci accusano delle gabbie, ma si dimenticano di dire che a Cuba c’è il sole e un clima gradevole”. Le strutture sono ormai assai diverse da quelle, provvisorie, di cinque anni fa e sono ora non molto diverse da quelle di un qualunque carcere federale negli Usa. Una cittadella per i processi sta prendendo forma su un lato della baia mentre una nuova area di detenzione, Camp 6, è stata inaugurata di recente. Doveva essere una prigione di media sicurezza, ma tre suicidi e una rivolta nei mesi scorsi hanno spinto l'ammiraglio Harry Harris, comandante della base, a ordinare un nuovo giro di vite: a Guantanamo, ha spiegato, la “media sicurezza” non esiste. E neppure una mezza civiltà.

di Sara Nicoli - Altrenotizie.org
 
L’ultima beccata dell’anatra zoppa

(94 letture)



“Serbisi questo violento rimedio al caso estremo”
Pietro Metastasio (Pietro Trapassi) – Attilio Regolo – Atto Primo Scena I

Su George Walker Bush c’è sempre qualcosa da raccontare, anche quando sembra oramai alle corde e privo di qualsiasi via d’uscita che non sia una resa, più o meno onorevole. L’unica via che gli analisti internazionali davano per scontata per uscire dal pantano iracheno – dopo l’affermazione dei Democratici al Congresso ed al Senato – era quella di un accordo bipartizan per andarsene da Baghdad: cosa del tutto ovvia e ragionevole, se mai ci fosse ancora qualcosa di “ragionevole” nella politica statunitense.

Quali potevano essere i termini dell’accordo? Un accordo bipartizan deve soddisfare la gran maggioranza d’entrambe le parti: non può essere una via d’uscita che salva soltanto il sederino a quattro politici di prima grandezza, bensì deve essere una soluzione che in futuro si potrà giocare nella campagna elettorale per

la Presidenza senza concedere all’avversario dei vantaggi strategici. In altre parole, non è tanto l’oggi che conta, bensì i riflessi che le decisioni odierne avranno nel prossimo biennio, fino al febbraio del 2009, quando s’insedierà il prossimo Presidente USA. Ci sarà un “nuovo” Presidente? Anche questo è un aspetto da sondare, ma andiamo avanti un passo dopo l’altro.

Strombazzato ai quattro venti subito dopo le elezioni di novembre, l’accordo bipartizan sembrava inevitabile: il pensionamento di Rumsfeld e Bolton pareva quasi un sigillo sulla pergamena, ma a George Bush rimangono ancora due anni, due lunghi anni da vivere sulla “graticola” che i Democratici gli prepareranno senz’altro – bocciandogli le leggi di spesa – due anni nei quali i democratici avranno tutto l’interesse a presentare un Presidente già sconfitto dagli eventi, per poi celebrare le elezioni di novembre 2008 come una semplice routine. Tutto questo può andar bene in casa democratica: e in quella repubblicana?

In casa repubblicana l’unica possibilità di spianare un poco la strada al futuro candidato – sia esso Giuliani, Mc Cain od un altro – è quello di una “onorevole” uscita dall’Iraq, il che è quasi come immaginare che giungano gli alieni a sistemare magicamente la situazione. Da oggi ad un anno, due o tre non ci sono ragionevoli prospettive che la situazione irachena cambi: anche inviando 20-40.000 nuovi effettivi in Iraq (a patto di riuscire a trovarli) la situazione non cambierà poiché ogni anno l’Iraq “ingoia” mille e più morti, 100 miliardi di dollari e, soprattutto, decine di migliaia di feriti e mutilati. Quest’ultimo è proprio l’aspetto più pericoloso per Bush: i feriti ed i mutilati che la gente osserva con i propri occhi – in stridente contrasto con la censura dei media di regime – e che già in Vietnam furono coloro che catalizzarono il crollo del cosiddetto “fronte interno”.

Con l’esecuzione di Saddam Hussein la fazione sciita ha conseguito un ulteriore punto nei confronti di quella sunnita: non dimentichiamo, però, che rafforzare troppo gli sciiti – a lungo andare – potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio; tutti possono facilmente comprendere che gli sciiti iracheni sono legati a Teheran a doppio filo. In qualche modo, si può già oggi affermare che Teheran governa l’Iraq.

Come uscirne?

Va detto che una soluzione ragionevole non esiste, ma George Bush ci ha abituati oramai alle soluzioni più irragionevoli che possiamo immaginare: mercoledì 10 gennaio 2007 il Presidente parlerà alla nazione – ufficialmente per spiegare la exit strategy dall’Iraq – ma temo che ci sarà dell’altro. Anticipandolo di quasi una settimana, i nuovi leader democratici del Congresso e del Senato gli hanno mandato a dire – a stretto giro di posta – che una strategia di uscita dall’Iraq deve prevedere la partenza delle truppe americane nell’arco dei prossimi 4-6 mesi. Cosa rimarrebbe da fare a Bush per il rimanente anno e mezzo della sua presidenza? Fare l’anatra zoppa e muta per i democratici che, comodamente seduti, potrebbero dedicarsi al tiro al bersaglio contro il Presidente repubblicano per 18 mesi. Per Bush questo è il peggior affare, da evitare in qualsiasi modo.

Il termine di 4-6 mesi è però perentorio; anche i democratici americani hanno oramai superato una soglia: l’Iraq è un affare che “puzza di morto” ed è garantito che chi ci rimane aggrappato finisce per farsi trascinare a fondo. Non ci potranno essere accordi bipartizan che salvino capra e cavoli, perché la capra dell’uno significa la scomparsa dei cavoli dell’altro e viceversa: nessun accordo nel nome “dell’interesse superiore della nazione”, perché anche gli interessi nazionali dei democratici e dei repubblicani, oramai, collidono. L’ossessione petrolifera di Bush (ed il suo apocalittico conflitto d’interessi) si scontra con nuove esigenze: la salvezza del dollaro, i rapporti con

la Cina e con gli altri partner planetari, che il Presidente non è in grado di gestire – anche a causa del cancro iracheno – e che invece sono le priorità dei democratici per uscire dall’impasse della politica reaganiana. Come evitare lo scacco matto dei Democratici? Prima di questo fatidico mercoledì, Bush ha compiuto due mosse che insospettiscono, e parecchio. Per prima cosa ha sostituito i capi delle forze armate: sparisce la generazione dei generali “del Vietnam” (Abizaid, Casey, ecc) e ci sono delle “new entry”. I nuovi venuti – proprio per l’occasione che loro si presenta – saranno più proni ai desideri della Casa Bianca che – oltretutto – li ha scelti fra coloro che hanno fama di “duri”. Brutto inizio.

La seconda decisione è invece ancora più preoccupante: una portaerei a propulsione nucleare della classe “Eisenhower” ha fatto il suo ingresso nel Golfo Persico alla testa di una task force.La presenza di una simile unità nelle acque del Golfo non ha nessun legame con l’Iraq, ma può averne uno solo: l’Iran. Già, e come?

Premetto d’aver scritto più volte che non credevo in un attacco all’Iran: troppo pericoloso per gli USA visto come andavano le cose in Iraq, ma a quel tempo Bush aveva il completo controllo della politica interna. Ricordiamo che la sconfitta in Vietnam avvenne più all’interno degli USA che nelle risaie dell’Indocina: a crollare fu il “fronte interno”.

Oggi, il “fronte interno” americano contro l’Iraq sta crollando, inutile negarlo: la percentuale degli americani che appoggiano il Presidente – per l’Iraq – è scesa in tre anni dal 50% al 30% circa. Una débacle. Come riconquistare gli elettori delusi? Prima che il Congresso riesca a bloccare le leggi di spesa, l’idea che può aver attraversato le mente di Bush potrebbe essere quella di metterli di fronte al fatto compiuto, giocando d’anticipo. I democratici intendono smontare pezzo per pezzo la strategia di Bush – affermano che con Siria ed Iran si deve dialogare – ed a me riservano la parte di un orso sul quale fare per 18 mesi il tiro al bersaglio?

Io sono il Presidente, ed ho ancora la possibilità di giocare le mie carte: oggi Bush è il classico cagnolino messo alle corde e chiuso in un angolo. Sono i cani più pericolosi, perché azzannano per paura. Come spiazzare i democratici?

La guerra contro la Siria è passata in cavalleria, a causa della resistenza di Hezbollah e per l’imbecillità delle alte sfere militari israeliane, ma rimane l’Iran. C’è una risoluzione ONU contro l’Iran – che non prevede l’uso della forza – ma non è detto che non si riesca a “rivoltarla” facendo in modo che siano gli iraniani ad attaccare.Facciamo un’ipotesi: dalla portaerei americana s’alzano regolarmente velivoli che compiono rapide incursioni ai limiti dello spazio aereo iraniano. Già, “ai limiti”.

Quali sono questi limiti? Gli stessi per i quali ancora oggi Hezbollah ed Israele si gettano l’un l’altro addosso la responsabilità della causa che scatenò la guerra in Libano: la pattuglia israeliana attaccata, per gli israeliani era in territorio israeliano, per Hezbollah in quello libanese. Difficile dirimere tali questioni, poiché pochi metri fanno la differenza: dopo, su quei pochi metri si litigherà all’infinito. In aria non sono metri ma miglia: i velivoli, però, volano normalmente a circa 1.000 chilometri l’ora – circa 270 metri il secondo – ed in una manciata di secondi possono entrare ed uscire dallo spazio aereo iraniano.

Un piccolo incidente, due pattuglie che si scontrano in aria, lanciano i rispettivi missili aria-aria: non importa come va a finire, perché oramai il gioco è fatto.

Dopo, parte la catena di ritorsioni: aerei americani entrano decisamente nello spazio aereo iraniano (per “dare una lezione” a chi li aveva intercettati nello spazio aereo internazionale), mentre missili contraerei e velivoli iraniani attaccano aerei americani per garantire i confini violati della Repubblica Islamica.

Gli iraniani non possono farcela a lungo contro gli aerei USA e subirebbero forti perdite, ma c’è la portaerei e, soprattutto, ci sono i missili antinave Mosquit russi in grado di raggiungerla ed affondarla. E questo, probabilmente, potrebbe essere il segreto desiderio di George Walker Bush. Perché, altrimenti, offrire su un piatto d’argento una portaerei USA quando, dal punto di vista tattico, non ce n’è nessuna necessità? Con le immagini dei marinai americani in acqua, aggrappati alle tavole o sorretti dai giubbotti salvagente, i media di regime avrebbero finalmente quel casus belli necessario per partire con un bombardamento indiscriminato dell’Iran, delle sue città, dei siti nucleari, delle fabbriche e delle vie di comunicazione.

E i democratici americani? Cosa potrebbero opporre? A quel punto sarebbero loro a dover ingoiare il rospo poiché – di fronte ad una nuova Pearl Harbour – l’elettore americano medio si schiererebbe senza condizioni dalla parte del Presidente. Chi proponesse trattative verrebbe immediatamente tacciato di “collaborazionismo” con il nemico, d’essere un comunista nemico dell’America: al resto penserebbe il tam tam dei media.

Ciliegina sulla torta, per un Presidente statunitense c’è una sola possibilità – nell’ordinamento costituzionale americano – per farsi rieleggere per la terza volta (capitò solo a F. D. Roosevelt: 1936, 1940, 1944): quella che il paese sia in stato di guerra. Dichiarata o no, grande o piccola, scommetto un penny che George Bush ci sta pensando.

Carlo Bertani

7 gennaio 2007
 

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