i padroni del mondo

La morte

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Le banche centrali, quelle cioè che stampano la cartamoneta dei vari paesi del mondo, sono private, ed i proprietari sono in maggioranza le altre banche e i grandi finanzieri internazionali. Ma allora, se il mondo della politica, se i governi, i capi di Stato, i ministri del tesoro e dell'economia non hanno più voce in capitolo sui tassi di sconto, sulle strategie monetarie, sulle condizioni dei prestiti, sui finanziamenti internazionali, sui cambi, sulle borse, chi coordina tutto questo complesso MONDO DI NUMERI, di previsioni economiche, di interventi piccoli e grandi destinati a influire in maniera determinante sulla vita di tutti i popoli? Chi prende le decisioni? Chi comanda? C'è chi afferma che sarebbe il sistema stesso, nel suo complesso groviglio di interessi e di meccanismi automatici, ad autogovernarsi, a funzionare come una enorme macchina avviata così bene da non aver più bisogno di progettisti e di macchinisti. Non ci sarebbe nessuno dunque a comandare. Tutto avverrebbe così, naturalmente, ineluttabilmente, come in un Eden illuminato dallo splendore del dio denaro. Ma si tratta di un'analisi che sa di malafede. Se le cose andassero così come vanno in modo automatico, se non ci fosse nessuno a decidere e comandare, non avrebbe senso cercare i responsabili. A nessuno potrebbe essere imputata la colpa delle crisi economiche, dei crolli monetari, dello sfruttamento delle risorse o del lavoro, e della fame nel mondo. Certo si tratta di una spiegazione eccessivamente comoda, e assai difficile da accettare. È allora necessario informarsi, ed osservare più da vicino il mondo delle banche centrali, cercando di individuare il momento e la sede dove esse si incontrano per decidere. Infatti costoro decidono veramente per tutti. E gli effetti di tali decisioni sono davanti agli occhi di tutti. E allora, informandosi, si viene a sapere che a Basilea, in Banhofplatz 2, ha sede la banca dei regolamenti internazionali BRI, o BIS, "Bank for International Settlements", fondata nel 1930, dove si riuniscono, ogni mese, i dirigenti di tutte le banche centrali del mondo. Proprietarie della BRI sono infatti tutte le banche centrali del mondo, ma in proporzioni assai differenti tra di loro. Il 25 % delle azioni sono della federal reserve USA, il 15 % della banca d'Inghilterra e il rimanente 60 % è distribuito, con quote minime, tra tutti gli altri. Un 60% talmente frammentato da rendere impossibile una qualsiasi aggregazione percentualmente significativa.

La federal reserve, col suo 25 % di proprietà e con la costante, servile disponibilità della banca d'Inghilterra, ha facile mano nel determinare il bello e il cattivo tempo. Nell'ambito della la banca dei regolamenti internazionali BRI, le banche centrali dei paesi più industrializzati del mondo, Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada, Olanda, Belgio, Svezia e Svizzera, hanno istituito appositi comitati di vigilanza internazionale: il CBVB, "Comitato di Basilea sulla Vigilanza bancaria"; il CSPR, "Comitato sui Sistemi di Pagamento e Regolamento"; e il CSFG, "Comitato sul Sistema Finanziario Globale". Le nomine dei governatori delle banche centrali delle varie nazioni del mondo, prima di giungere alla ratifica dei rispettivi governi, dove ciò è ancora previsto, devono essere approvate dalla BRI; se a Basilea non sono d'accordo, tutto viene rimesso in gioco, si vagliano altre candidature, più gradite ai signori della Banhofplatz, fino ad individuare l'uomo adatto a gestire, a livello nazionale, le decisioni che vengono assunte lassù, nell'Olimpo dei potentissimi Morgan, Rockefeller, Warburg, Rothschild...
Certo, perché, nonostante i proprietari della federal reserve siano tenuti segreti, e segrete le loro riunioni, si sa per certo che tra di loro ci sono anche questi uomini, e che le loro quote pesano molto. Nomi che compaiono da secoli nella storia del denaro e, soprattutto, nella scalata che il potere finanziario internazionale ha fatto ai danni del potere politico. Quindi chi comanda il mondo del denaro, cioè il mondo dell'economia, cioè il mondo "tout court", esiste davvero. In quelle riunioni mensili vengono affrontate tutte le questioni di ogni paese, vengono decisi i tassi di sconto, i beneficiari dei prestiti della BM (banca mondiale) e del FMI (fondo monetario internazionale), quali governi devono essere aiutati, facilitati, finanziati, quali monete devono decollare e quali svalutarsi, quali movimenti rivoluzionari devono essere armati e quali riforme devono essere sponsorizzate. Sì, perché chi ha il potere di decidere la politica monetaria può influire, in maniera determinante, su ogni cosa. Certamente, nei sontuosi saloni della BRI, si è molto discusso, e deciso, prima che venissero firmati gli accordi di Bretton Woods nel 1944, con i quali fu stabilito, tra l'altro, che il dollaro dovesse essere assunto come moneta per gli scambi internazionali. Certamente, negli uffici della Banhofplatz 2, si è molto discusso, e deciso, prima che il presidente USA Richard Nixon, nell'agosto del 1971, annunciasse al mondo l'inconvertibilità del dollaro in oro (sino ad allora per 35 dollari doveva esistere la garanzia di un'oncia d'oro). Certamente a Basilea si è molto discusso, e deciso, prima che la pubblica opinione del mondo venisse a conoscenza della perestrojka, del trattato di Maastricht, dell'euro, della guerra all'Iraq, della guerra nei Balcani, della guerra all'Afghanistan. E, probabilmente, si è parlato anche di attentati, di grattacieli e di tante altre cose. Ora, nessuno, assolutamente nessuno di questi signori che si riuniscono, discutono e decidono al numero 2 di Banhofplatz di Basilea, è mai stato candidato in nessuna lista di nessun partito, è mai stato eletto da elettori di questo o di quel popolo del mondo. È dunque questa la democrazia?


fonte FOL :(
 
Tre anni dopo il collasso della economia argentina sotto il peso delle ricette per lo sviluppo fornite dal FMI e dalla Banca Mondiale, la ripresa in sboccio della nazione sud-americana sbalordisce gli osservatori internazionali. Sfidando le prescrizioni del FMI, il presidente Kirchner ed i suoi consiglieri economici avevano detto ai creditori di mettersi in coda ed attendere, mentre si ricostruiva l'economia a partire dal punto piu’ basso. Un eccellente articolo sul ”the New York Times” riferisce la storia.

Il saccheggio della Argentina da parte della finanza internazionale e la susseguente disintegrazione della sua economia nel dicembre 2001 e' solo uno degli esempi di quale sia stata la politica ufficiale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale per decenni: indebitare le nazioni in sviluppo garantendo enormi prestiti per progetti che beneficano gli appaltatori stranieri piuttosto che l'economia locale, raccogliere i rimborsi e, quando avviene il del tutto prevedibile default finanziario, passare alla spremitura per "aprire la nazione alla economia di mercato". Abbassare le paghe, eliminare ogni sussidio sociale, aprire i servizi di base alla competizione multinazionale e cedere le materie prime a prezzi di svendita. John Perkins, in passato un membro rispettato della
comunità bancaria internazionale, ha deprecato duramente questa pratica. Nel suo libro "Confessioni di un sicario dell'economia" descrive come egli, da professionista ben pagato, aiutò gli Usa a derubare nazioni povere in tutto il mondo per migliaia di miliardi di dollari, concedendo loro in prestito più denaro di quanto esse potessero eventualmente restituire, e successivamente a prendere possesso delle loro economie. Democracynow.org ha pubblicato una interessante intervista a Perkins. In effetti le aspre critiche mosse dai seguaci del globalismo economico dipingono un quadro a tinte nere. La "soluzione magica" proposta da "la creme de la creme" degli economisti è – difficile da credere - legare la valuta argentina al dollaro e rinnovare gli sforzi per compiacere la finanza internazionale. Peccato che naturalmente ciò sia esattamente la causa primaria del crollo. Come si comportarono gli Argentini ? Ripudiarono il "buon consiglio" ed iniziarono a lavorare nella propria nazione, convincendosi che l'economia di un paese non viene costruita con investimenti internazionali, quanto piuttosto con produzione e consumi realizzati proprio all'interno di esso.

fonte FOL :(
 

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