L’Europa senza gas: la brillante strategia per diventare poveri… ma con stile
C’era una volta un continente che prosperava, produceva, esportava, cresceva. Le sue fabbriche erano accese, i suoi salari decenti, la sua energia costava il giusto. Poi un giorno, in un raro momento di ispirazione collettiva, i leader europei decisero che tutto questo successo era probabilmente...
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C’era una volta un continente che prosperava, produceva, esportava, cresceva. Le sue fabbriche erano accese, i suoi salari decenti, la sua energia costava il giusto. Poi un giorno, in un raro momento di ispirazione collettiva, i leader europei decisero che tutto questo successo era probabilmente sopravvalutato.
Perché avere un’industria forte quando puoi avere… una nobile crisi energetica? Von Del Leyen e Meloni esultano per i successi contro la Russia.
E così, con l’entusiasmo di chi cambia vita dopo aver visto un documentario, l’Europa ha detto addio al gas russo. Quel gas cattivo, certo, ma convenientissimo. Quello che scorreva nei tubi e non aveva bisogno di navi, porti, rigassificatori, né di preghiere al dio del meteo per non far aumentare i prezzi. Troppo semplice. Troppo logico. Troppo poco eroico.
Meglio affidarsi agli amici americani. Quelli sì che sanno farsi pagare: ci vendono il loro gas liquefatto come fosse profumo francese. E noi lo compriamo, felici di pagarlo quattro volte tanto. Perché, diciamolo, niente dà un senso di moralità superiore come una bolletta da panico.
Mentre i nostri cugini a stelle e strisce pompano gas e profitti, noi pompiano… entusiasmo. Perché non è forse meraviglioso vedere le nostre industrie trasferirsi negli Stati Uniti? È la globalizzazione, bellezza! Loro hanno energia economica, incentivi generosi e una politica che pensa all’industria; noi abbiamo PowerPoint pieni di frecce verdi che spiegano quanto sarà luminoso il nostro futuro senza energia competitiva.
Le nostre fabbriche? Beh, alcune si spengono. Altre producono a metà. Altre ancora salutano l’Europa con un allegro “ciao, vi scrivo da Texas!”. È una nuova frontiera: l’esportazione dell’industria europea all’estero, senza neanche chiedere incentivi per farlo. Geniale, vero?
Intanto i cittadini europei vivono un’esperienza emozionante: la caccia alla bolletta perfetta. Un po’ come un escape room, ma senza uscita. “Ce la farà questa famiglia a scoprire quanto pagherà il megawatt il mese prossimo?” Suspense assicurata.
E mentre noi ci scaldiamo lo spirito – perché le case costano troppo da scaldare – ci raccontiamo che tutto questo ci renderà più forti. Certo. Come quei guerrieri spartani famosi per vivere senza mantello… solo che loro almeno avevano i muscoli. Noi abbiamo comitati, direttive, strategie, roadmaps e soprattutto un’inesauribile capacità di prendere decisioni che sfidano ogni principio di buon senso.
Il tutto mentre la Russia, quel nemico da cui ci siamo emancipati con orgoglio, continua a vendere gas al resto del mondo senza troppi problemi. E gli Stati Uniti, i nostri nuovi fornitori deluxe, ringraziano vivamente l’Europa per avergli trasformato un prodotto di scarto interno in un diamante energetico da esportare.
Il risultato? Un continente sempre più virtuoso, sempre più moralmente elevato, sempre più… povero. Ma attenzione: povero con stile. Perché la povertà energetica è molto più chic quando la scegli per ideologia, non quando la subisci per necessità.
In fondo l’Europa ci sta insegnando una grande lezione: la realtà economica è sopravvalutata. Meglio la narrativa, meglio il gesto simbolico, meglio l’autolesionismo con nobiltà. E se domani chiuderà un’altra fabbrica, non importa: potremo sempre raccontarci che lo abbiamo fatto per la pace, per il pianeta, o per un qualche principio che nessuno ricorda più ma suonava benissimo alla conferenza stampa.
E così continuiamo, fieri e leggeri, a scalare la classifica dei continenti più entusiasti ma meno competitivi. Una storia affascinante da raccontare ai nipoti.
Sempre che ci rimanga abbastanza gas per scaldare la stanza mentre gliela raccontiamo.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore.
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