Macroeconomia L'ECONOMIA USA NON VA COSI' BENE

sharnin

Forumer attivo
Non so se è tutto vero, perchè Blondet va preso con le molle


L'ECONOMIA USA NON VA COSI' BENE

In ottobre, la trionfante economia americana ha creato 46 mila posti di lavoro, 33 mila dei quali nel settore costruzioni (c'è la bolla immobiliare in corso).
Nessun posto di lavoro è stato creato nei servizi, che da anni sono la fonte dei posti nell'economia terziarizzata: la McDonald's non assume più nemmeno camerieri.
In compenso, ci sono stati 81.301 licenziamenti nelle grandi industrie e multinazionali: per lo più posti nell'«industria della conoscenza» (informatica e telecom) che sono stati delocalizzati (outsourcing) in India e Taiwan.
«Questo calo degli sbocchi nelle professioni che richiedono alta istruzione è un segno sinistro per il futuro delle università americane», scrive Craig Roberts.

E rivela: nel dicembre 2003 il Congresso ha chiesto al Dipartimento del Commercio uno studio sugli effetti della massiccia delocalizzazione dei lavori «con alta istruzione».
Il rapporto uscì nel giugno 2004, e fu segretato.
Il governo lo ha reso pubblico solo perché costretto da una richiesta in base al Freedom of Information Act, e solo dopo che il rapporto era stato ridotto a 12 pagine, tutte (guarda caso) dedite a magnificare gli effetti dell'outsourcing per le multinazionali.
Statistiche economiche come segreto di Stato, ecco un altro tratto sovietico acquistato dalla nuova America.
Il concetto martellato nel rapporto espurgato è quello consueto: la delocalizzazione favorisce il consumatore, perché abbassa i costi e i prezzi.
«Ma nessun paese ha beneficio dalla perdita di posti di lavoro ad alta produttività e ad alto valore aggiunto», nota Craig Roberts.

Il deficit commerciale americano in prodotti d'alta tecnologia ammontava a quasi 37 miliardi di dollari; in agosto di quest'anno, tale deficit era cresciuto del 26%.
La bilancia import-export rivela una realtà di tragica de-industrializzazione, la sparizione dell'economia fisica.
Nel 2004, General Electric, Procter & Gamble, Ford, Kimberley Clark, Caterpillar, General Motors, Kodak, Honeywell e Alcoa, «tutte insieme», hanno esportato 269.600 container di merci.
Quanto alle importazioni, la sola Wal-Mart (grandi magazzini economici) ha importato più del doppio: 576 mila container, quasi tutti dalla Cina.
E le voci delle esportazioni americane non sono da Paese sviluppato: le voci principali dell'export sono «prodotti agricoli», «chimica», «carte e rifiuti di carta» (sic).
Se fosse vero il mito che viene ripetuto - che gli USA sono una superpotenza economica sviluppata, e la Cina un'economia in sviluppo non lontana dal terzo mondo - allora sarebbe la Cina a dover essere in grande deficit commerciale con gli USA, per importare dalla «superpotenza» tecnologica gli impianti e le competenze necessarie al suo sviluppo.

Come tutti sanno, avviene il contrario.
Gli USA hanno importato dalla Cina per quasi 197 miliardi di dollari, ed hanno esportato in Cina meno di 34 miliardi.
Il deficit commerciale degli USA verso la Cina è superiore del 30% al totale delle importazioni americane di petrolio.
A questo punto, Craig Roberts nota giudizioso: «ci ripetono che dobbiamo raggiungere l'indipendenza dalle importazioni energetiche (petrolio) perché il nostro futuro dipende da questo. Ma nello stesso tempo, ci dicono che la globalizzazione - ossia la nostra dipendenza dalle merci estere - è una buona cosa. Ma perché l'indipendenza energetica è più importante dell'indipendenza industriale, dell'indipendenza progettuale e tecnologica?».
Qui viene messo il dito nella piaga dell'ortodossia ultraliberista: la dipendenza da merci estere provoca la perdita irreparabile di competenze tecniche, capacità e inventività nazionali, a vantaggio di Cina e India.

La sostituzione con lavoratori stranieri di lavoratori qualificati americani (ma ciò vale anche per l'Italia) non può nemmeno durare: ad un certo punto, i consumatori americani (italiani) non compreranno più per mancanza di reddito e di potere d'acquisto.
Il capitalismo globale sega il ramo su cui è seduto, in una visione di breve termine che è suicida.
Le paghe americane sono in calo da anni in termini reali.
E Bush continua a dire che la guerra in Iraq durerà dieci anni: gli USA non avranno né la capacità industriale né il potere di indebitarsi nemmeno per condurre una guerra di difesa.


Note
1) Paul Craig Roberts, «What America exports: paper, waste and Jobs», Counterpunch, 8 novembre 2005.
 
Io lavoro nel settore abbigliamento e vedo che i gruppi che gestiscono il bisness non gli importa niente di licenziare e lasciare a casa la gente. La globalizzazione e la delocalizzazione per loro è stata e rimane una vera manna. Qui i prezzi che impongono ai laboratori rimasti sono gli stessi di dieci anni fa, trattano i fornitori come dei veri deficienti, altro che caporalato del meridione.Già adesso si pensa di trasferire le produzioni dai paesi dell'est europeo compresa Croazia verso Cina e India, insomma le loro aziende devono avere le ruote, sempre pronte a spostarsi dove è più conveniente.Producono ormai quasi tutto in questi paesi, il comercializzato ha assunto una grande valenza comprano su un semplice modello e gli arrivano i capi direttamente sui loro punti vendita. Devono costare qualche euro per rivenderli a te nei loro negozi al prezzo che tutti possono vedere. La parola d'ordine è massimizzare il il ricavato tra il prezzo di costo e quello che riescono ad imporre in negozio. La qualità del tessuto ti assicuro sta diventando pessima, sono tornati coloranti tossici da doipo guerra, d'altronde non c'è nessun tipo di controllo, possono fare come vogliono, è una situazione ideale per muoversi come gli fa più comodo. A noi vengono romperti le palle per il rispetto della 626, povera Italia, ma povera Europa. Però non può cambiare niente perchè questa situazione è stata studiata a tavolino da un ristretto numero di persone, perciò non illudiamoci, loro sanno come continuare a condurre le cose. :cry: :evil: :-x
 
non-stop ha scritto:
Io lavoro nel settore abbigliamento e vedo che i gruppi che gestiscono il bisness non gli importa niente di licenziare e lasciare a casa la gente. La globalizzazione e la delocalizzazione per loro è stata e rimane una vera manna. Qui i prezzi che impongono ai laboratori rimasti sono gli stessi di dieci anni fa, trattano i fornitori come dei veri deficienti, altro che caporalato del meridione.Già adesso si pensa di trasferire le produzioni dai paesi dell'est europeo compresa Croazia verso Cina e India, insomma le loro aziende devono avere le ruote, sempre pronte a spostarsi dove è più conveniente.Producono ormai quasi tutto in questi paesi, il comercializzato ha assunto una grande valenza comprano su un semplice modello e gli arrivano i capi direttamente sui loro punti vendita. Devono costare qualche euro per rivenderli a te nei loro negozi al prezzo che tutti possono vedere. La parola d'ordine è massimizzare il il ricavato tra il prezzo di costo e quello che riescono ad imporre in negozio. La qualità del tessuto ti assicuro sta diventando pessima, sono tornati coloranti tossici da doipo guerra, d'altronde non c'è nessun tipo di controllo, possono fare come vogliono, è una situazione ideale per muoversi come gli fa più comodo. A noi vengono romperti le palle per il rispetto della 626, povera Italia, ma povera Europa. Però non può cambiare niente perchè questa situazione è stata studiata a tavolino da un ristretto numero di persone, perciò non illudiamoci, loro sanno come continuare a condurre le cose. :cry: :evil: :-x


Beh, io compro prodotti di qualità, cari, e non fatti in Asia

>non può cambiare niente perchè questa situazione è stata studiata a tavolino da un ristretto numero di persone

Sei sicuro? Più delocalizzazioni, licenziamenti e disoccupazione ci sono e più si restringe il mercato, occidentale.
Inoltre gli stati, i soldi da dove li prendono?
A me sembra che quelli che citi tu hanno una visione miope e di breve respiro, prendi i soldi e fuggi, e che la globalizzazione sia al tramonto, e non lo penso solo io.
Vedi l'impasse degli ultimi negoziati WTO, e non solo quelli. Io penso che il "sistema" stia per rompersi le corna contro il muro, e che non basteranno i giochini monetaristici a tenere in piedi una situazione quanto mai precaria.
 
sharnin ha scritto:
Non so se è tutto vero, perchè Blondet va preso con le molle

Con le molle? ma neanche toccarlo con la pertica... anvedi qua:

Nessun posto di lavoro è stato creato nei servizi, che da anni sono la fonte dei posti nell'economia terziarizzata: la McDonald's non assume più nemmeno camerieri.
In compenso, ci sono stati 81.301 licenziamenti nelle grandi industrie e multinazionali: per lo più posti nell'«industria della conoscenza» (informatica e telecom) che sono stati delocalizzati (outsourcing) in India e Taiwan.

A me la locuzione "industria della conoscenza" sembra proprio sbagliato, la conoscenza non ha nulla a che fare con l'informazione; in questo passaggio vedo preoccupazione per la stagnazione del mondo dei servizi, e in quello precedente la denuncia della bolla immobiliare.

Ma guarda qui:

La bilancia import-export rivela una realtà di tragica de-industrializzazione, la sparizione dell'economia fisica.

Preoccupazione per la dematerializzazione:

Eppure il settore costruzioni mi pare un certo senso il contrario della dematerializzazione: cosa c'è di più fisico dell'immobile?

Ma perché tanta preoccupazione per la dematerializzazione quando poco prima denunciava la stagnazione del mondo dei servizi che sono stati i principali protagonisti della dematerializzazione??

Mi sembra chiaro che un'espasione del terziario non possa che portare ad un'ulteriore dematerializzazione...

Mi fermo qui: a me sembra che Blondet affastelli le cose senza troppa preoccupazione di fare un ragionamento coerente, l'obiettivo è forse un altro: magari creare un senso di incertezza e rovina incombente nel lettore?

boh, non lo conosco abbastanza bene per capire dove voglia arrivare, ma certo i suoi articoli non sono un paradigma di rigore.
 
boh, non lo conosco abbastanza bene per capire dove voglia arrivare, ma certo i suoi articoli non sono un paradigma di rigore.[/quote]

Ma per carità, solo che ogni tanto infila qualche cosa di giusto. Qua mi sembra che riassumesse, ma non so come, un articolo di Craig Roberts
 

Users who are viewing this thread

Back
Alto