«Dangerously Close to Recession». Pericolosamente vicini alla recessione. Non ci voleva altro che una ricerca così intitolata per irritare i mercati, sui quali da tempo si aggira il fantasma del double dip, l'ipotesi di una seconda flessione del Pil.
Nessuna sorpresa che abbiano reagito con nervosismo. Anche se lo studio di Joachim Fels e Manoj Pradhan in realtà non presenta uno scenario di crisi, ma solo di un marcato rallentamento con il rischio di una piccola e breve flessione del Pil. Sarebbe troppo facile, però, catalogare la risposta dei mercati come una reazione un po' irrazionale: il lavoro della Morgan Stanley affonda, in modo un po' impietoso, il coltello nella piaga. Perché ci sia una forte recessione negli Stati Uniti e in Eurolandia, spiega, «bisognerebbe assumere un errore di politica economica del tipo Lehman Brothers, come il default di un Paese europeo, che possa trainar giù l'intero sistema; anche se non impossibile, noi attribuiamo a un simile evento una probabilità molto bassa».
Non c'è nulla che possa spaventare di più gli investitori - e non solo... - che vedere le proprie sorti affidate a politici maldestri: quelli occidentali, ma anche quelli dei Paesi emergenti, "responsabili" dell'80% della crescita globale. E in questo senso Morgan Stanley, nella sua ricca analisi, ha in realtà aggiunto poco a quanto si discute in questi giorni tra gli investitori.
Non è solo una questione di fiducia. Le munizioni a disposizione di Governi e banche centrali sono ormai poche. L'urgenza ha poi spinto a irrigidire con determinazione le politiche fiscali, restrittive, ma non a premere davvero l'acceleratore su tutte le riforme strutturali, più lente nei loro effetti. Molta enfasi è data alla liberalizzazione del mercato del lavoro che, se lasciata sola, non è solo insufficiente ma - l'esperienza italiana è emblematica - può creare effetti negativi. Occorrerebbe intervenire sui mercati dei prodotti e dei servizi, sui brevetti (che creano monopoli prolungati e frenano l'innovazione), istituire politiche che favoriscano, e non solo permettano, la concorrenza e ristrutturare davvero - ma questo gli investitori non lo chiedono - i sistemi finanziari.
Non sembra che però il mondo dei Governi si orienti in questo senso, preferendo vecchi riflessi condizionati: vietare, tassare, dove possibile continuare a spendere. Dietro l'attuale incomunicabilità tra politica ed economia c'è anche un ormai antico scontro tra due culture diverse, che basterebbe a creare una crisi di fiducia e credibilità.
Non sorprende allora che Morgan Stanley non sia la sola a sottolineare il nodo politico. Bruce Kasman e David Hensley di JPMorgan parlano di «crisi di competenza», bocciano il vuoto creato dall'Europa che non ha subito dato piena vita all'Efsf; l'accordo sul tetto al bilancio Usa, e la cautela di Fed e Bce nell'usare gli strumenti ancora a disposizione. «Le risposte della politica hanno avuto solo un successo limitato», aggiunge poi Simon Hayes di Barclays, di fronte a una situazione che ha fatto perdere alla capitalizzazione mondiale di borsa un ammontare pari al 10% del Pil mondiale. Per lui, le operazioni della Bce su Bonos e BTp sono per esempio solo un tappabuchi, in attesa della Efsf. Non bastano, quindi: «I policymaker, soprattutto in Europa, dovranno intensificare gli sforzi per calmare i ribassi di borsa», conclude. Un po' tutti - anche Nomura - si aspettano che la politica economica, fedele alle parole, agisca di conseguenza. Un po' tutti, nel frattempo, abbassano però le stime di crescita.