Buongiorno e buona lettura.
Società |
Alessandro Ferrucci
La Tulliani e le metamorfosi di Gianfranco
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3 dicembre 2009
Acronimo spielberghiano, trasformazione kubrikiana. ET, al secolo
Elisabetta Tulliani, ex compagna di
Luciano Gaucci, avvocato, emanazione del generone romano, madre di due figli avuti dall’attuale presidente della Camera e ragazza in grado di ribaltare amicizie, riferimenti e universo del nuovo
Fini proteso verso magnifiche e progressive sorti. In luogo dei vecchi notabili di un tempo, che uscendo dalla storica foto della squadra calcistica del
Secolo d’Italia 1980, hanno abbandonato Fini uno a uno (chi per convenienza, chi perché morire
berlusconiani, sembra meglio di qualunque alternativa), un
pantheon rinnovato.
Lo ha deciso “Eli”, cambiandoli come un vecchio vestito inadatto ai tempi correnti. Niente più occhiali da
carabinero sudamericano, niente impermeabili
Cefis, né spaventose camicie a maniche corte o cravatte fantasia che facevano somigliare l’amato, al cronista Rai
Castellotti, quello di
Novantesimo Minuto. Giovani di pensiero (
FareFuturo), divertimento moderato, eleganza, completi scuri, sobrietà. Ogni rivoluzione necessita di un assestamento. Così le gite a Capri su motoscafi d’alto bordo con
Andrea Ronchi (poi futuro ministro) e i momenti
hot al largo di Port’Ercole immortalati da
Chi, le incursioni con muta e multa nella riserva naturale di Giannutri hanno subìto la sostituzione che più conveniva a un’immagine diversa di un politico in carriera. Lui e lei, impegnati ad accreditarsi, a iniziare dal congresso Pdl, in cui ET si presentò in pantaloni, i capelli legati, l’ovale serio e compunto, senza mai alzarsi dalla sedia per l’intera durata del congresso. Gli altri ignobilmente stravaccati, lei dritta, fino alla fine. Lodata dai notisti, mondata dai video in cui con
Gaucci tubava come un’adolescente nel castello di Torre Alfina.
Non sempre è andata così. C’era un Fini diverso, perduto nella memoria. Dissolvenza a nero, anno 1971. “Guarda che ti viene il colpo della strega, non c’è mica bisogno che te chini così bella, sai?”. Davanti alle generose scollature che le vestali “donne senza dignità”, mostravano maliziosamente al capo della destra durante gli incontri ufficiali,
Daniela Fini tornava
Di Sotto. La tastierista del Secolo d’Italia, gelosa e possessiva, che in un lontano giorno all’alba dei 70, incontrò Gianfranco in una sede del Movimento sociale. Era un’epoca di fiamme ardenti, maggioranze silenziose e piazze urlanti. Lei, una militante sposata con Sergio Mariani ex parà spedito al confino obbligato in Sardegna. Lui, sulla strada per diventare il protodelfino di
Giorgio Almirante, più una divinità che un segretario di partito. Prima che Daniela lo scegliesse, provocando il tentato suicidio di “Folgorino”, a colpirla erano stati particolari all’apparenza insignificanti: “Lo chiamavano ‘tortellino’, era appena arrivato da Bologna e indossava un lungo e orribile capottone di pelle”. Quarant’anni dopo, dopo trentasei di convivenza, una figlia,
Giuliana, e una separazione tumultuosa, a ricordare il Gianfranco che fu, con tutto il corollario di saluti romani, occhial ifuori misura, maglioni a collo alto, scarpe a punta e sciarpe nere, è paradossalmente un’immagine fiabesca.
La cesura più dolorosa, la lunga traversata della destra italiana, da “voce della fogna” a invitata d’onore a
Buckingham Palace. Sulla carrozza (le truppe inglesi in rassegna, l’aria immobile) in un piovoso giorno di marzo del 2005, ammantata da un
tailleur di
Gattinoni, c’era ancora Daniela. Fu l’ultima volta e il minuto conclusivo, durò una vita intera. Nel mezzo, un attimo prima che Fini svoltasse verso il laicismo e molto tempo dopo il primo lavacro, quello di
Fiuggi che trascinò dietro di sé abiure, strappi e scissioni, Gianfranco era già lontano. In viaggio verso la metamorfosi. Stanco di consessi ristretti, di tribune d’onore a sconvolgente tasso di lazialità (
Mimun, Daniela,
Previti, quasi una trinità), cene nei circoli sportivi della Capitale.
A Maggio, due mesi dopo la trasferta tra i reali inglesi, Fini irruppe nel dibattito sulla fecondazione eterologa, spiazzando elettori, sodali e osservatori. “Voterò tre sì e un no”. Più di una rivoluzione. L’allora ministro delle Pari opportunità
Stefania Prestigiacomo, alla testa del comitato promotore, incassò l’adesione con trattenuta esultanza: “Ne sono confortata”, qualcuno, maligno, legò l’improvvisa svolta dell’
ex fascista del 2000, a una passione bruciante per la Prestigiacomo stessa, capace di dividere con Fini l’attrazione per le immersioni subacquee, detestate dall’ex signora Di Sotto. Tra una smentita e l’altra, piovve anche l’anatema di Daniela: “Mi è dispiaciuto che il pettegolezzo riguardasse una signora sposata. Dietro alla vicenda c’erano calunniatori e cretini, bastardi schifosi”. Anche di quel linguaggio
naïf, ampiamente emerso nelle intercettazioni telefoniche sullo scandalo sanità nel Lazio: “Sono andata a sbattermi il culo con Storace”, Gianfranco che meditava trasvolate in Israele, discorsi sul male assoluto e platee in grado di recepire un salto filosofico che non si limitasse agli slogan, era saturo. Così ruppe. Consensualmente. Affidando all’avvocato
Giulia Bongiorno (sempre lei), un comunicato in cui quasi mezzo secolo di convivenza, subiva la mesta liquidazione in sorte a ogni storia d’amore alle prese col naufragio: “Percorsi di vita differenti hanno determinato un progressivo allontamento (...) impossibile continuare il rapporto coniugale con la serenità e lo spirito di convinzione necessari”. Stop.
Per ripartire, Elisabetta. Piombata senza preavviso nell’universo delle potenziali first lady, genere in disgrazia tra una richiesta di risarcimento danni e una riservatezza ormai ritenuta anacronistica. Dietro ogni statista c’è una donna. Angelo del focolare,
Livia Danese, la pudìca vestale del divo
Giulio, nascosta tra le stanze di un potere che pareva impenetrabile, “sono una donna pazientissima ho fatto da padre ai nostri quattro figli” o anche, cambiando genere, origine e inclinazione politica,
Carla Voltolina, compagna di
Sandro Pertini, ex staffetta partigiana, due lauree: “Lui mi ha amato moltissimo, certo. Ma anch’io l’ho amato. Forse di più”. Da quei modelli, Eli è distante. Vive il suo tempo. Modernamente. Gite
minimal a Fregene e sedute tra forbici e mechès nel locale chic di Roberto D’Antonio in piazza DiPietra, a due passi da Montecitorio, dove il taglio dei capelli è il banale pretesto per incontrare un mondo, farsi vedere, esserci a prescindere dall’essenza. Come nel salotto di
Giuseppe Consolo, avvocato, senatore del Pdl, dove ET cicaleggia con l’amica
Nicoletta Romanoff e si incontra col suo fidanzato
Giorgio Pasotti, trascinato (suo malgrado?) alle presentazioni letterarie di Fini. Il nuovo potere va edificato. Ci vuole pazienza. Dove porti davvero la crasi tra i due, la giovane erinni ora rinsavita e l’uomo delle svolte ritrattate, ora diretto alla ricerca di arche perdute e scenari fantascientifici, non è dato sapere. Sono in viaggio. Camminano insieme. La luna di miele, è appena iniziata.
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Giustizia&Impunità |
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Falcone, la verità sui pentiti
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3 dicembre 2009
di
Gian Carlo Caselli
Ci risiamo. Finché indaghi su
Riina o
Provenzano vai bene. Ma quando – facendo il tuo dovere – passi a occuparti, ricorrendone i presupposti in fatto e in diritto, anche di imputati “eccellenti”, devi mettere in conto che cominciano i guai.
Tornano in auge vecchi ma sempre verdi ritornelli. Anzi, dischi rotti. Ma suonati talmente a lungo da trapanare le teste. La tecnica è collaudata, un classico. Si comincia con la ricerca della verità svilita a cultura del sospetto e con l’accusa di costruire teoremi invece di prove; si prosegue con l’insinuazione di uso scorretto dei pentiti e con la loro pregiudiziale delegittimazione (mediante aggressioni strumentali che nulla hanno a che vedere con la fisiologica delicatezza e complessità di questo strumento d’indagine); e si finisce con le aggressioni contro i pm: sul banco degli imputati, invece dei mafiosi e dei loro complici, finiscono i magistrati antimafia.
Sulla torta così confezionata (maleodorante), ecco poi la “ciliegina”, un altro classico: arruolare arbitrariamente
Giovanni Falcone per sostenere che il suo metodo di lavoro è violentato dai magistrati di oggi che osano indagare anche i potenti. Peccato che pure questa sia propaganda sleale. Perché Falcone sapeva bene che senza pentiti un’efficace lotta alla mafia è impossibile. E quando – negli anni Ottanta – era giudice istruttore a Palermo, spesso si era chiesto perché mai tardasse ad essere approvata – nonostante le sue forti sollecitazioni – una legge sui pentiti (nota bene: la legge arriverà soltanto dopo le stragi del ’92, ed è perciò una legge impregnata del sangue delle vittime di Capaci e via D’Amelio).
Le parole di Falcone sono illuminanti: “Se è vero, com’è vero, che una delle cause principali, se non la principale, dell’attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extra-istituzionale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante inerzia nell’affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico - mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”.
Quanto all’oggi, la speranza – ovviamente – è che i professionisti delle polemiche contro i pentiti e i magistrati che ne raccolgono e sviluppano le rivelazioni siano mossi da ben diverse preoccupazioni.
Un altro “classico” sono le polemiche sul cosiddetto “concorso esterno”. Vi si è esercitato anche il presidente Berlusconi, per esempio nell’intervista al periodico inglese
Spectator e alla
Gazzetta di Rimini dell’11/9/’03, sostenendo che “a Palermo la nostra magistratura comunista, di sinistra, ha creato un reato, un tipo di delitto che non è nel codice; è il concorso esterno in associazione mafiosa”.
La verità (nonostante le tecniche pubblicitarie di imbonimento organizzate per stravolgerla) è un’altra. La figura del cosiddetto “concorso esterno” risale addirittura al 1875, come provano le sentenze della magistratura palermitana sul brigantaggio. Poi fu impiegata nei processi per terrorismo alle Br e a Pl e in quelli di mafia istruiti da Falcone e Borsellino.
La sua legittimità, infine, è stata ripetutamente riconosciuta dalla Corte di Cassazione, che ha anche stabilito rigorosi paletti garantisti. Allora, tutti comunisti? La Cassazione, i giudici palermitani di due secoli fa, quelli che negli anni di piombo hanno sconfitto il terrorismo, il pool di
Chinnici e
Caponnetto…tutti comunisti?
Sostenerlo è piuttosto temerario e comunque impedisce di confrontarsi con la dura realtà dei fatti, che il pool di Falcone (pag. 429 dell’ordinanza-sentenza 17 luglio 1987 conclusiva del maxi-ter) così espone, spazzando via ogni dubbio: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa.
Ed è proprio questa “convergenza di interessi” col potere mafioso… che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”. A fronte di queste parole, le note scassate dei logori ritornelli sul concorso esterno non sono altro che la replica di un film già visto. Sicuramente perdente per l’antimafia.
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