Macroeconomia Riuscira' l'ex bel-paese ad evitare il default?

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Interviste | Redazione Il Fatto Quotidiano
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Schifani e la Mafia, parla David Lane, dell'Economist

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23 novembre 2009
di Alessandro Ferrucci

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“Pronto? Sì, mi dica”. Scusi, la chiamo per porle qualche domanda su Renato Schifani: non so se ha letto l’inchiesta di Marco Lillo, pubblicata venerdì, sul coinvolgimento del presidente del Senato in una vicenda legata ad alcuni capi della mafia. “Certo, ma c’è poco sa stupirsi...”. Cosa? “Ha presente che paese è diventato l’Italia?”. Già. Così parliamo con David Lane per avere un occhio “neutro” sul nostro paese: lui, da trent’anni vive nello Stivale, inviato dell’Economist, scrittore e autore di importanti inchieste sul malaffare, come L’ombra del potere. Ci risponde con una calma serafica. La calma di chi sa, e ha le prove.



Quindi...

Semplice, quest’inchiesta si inserisce perfettamente in un clima politico marcio, dove nessuno si prende le sue responsabilità. Figurarsi le dimissioni.
In particolare a cosa si riferisce?

Forse non ve ne rendete più conto, ma in Italia uno degli opinionisti di punta si chiama Giulio Andreotti. Se non sbaglio è stato accusato, ed è andato a processo, per concorso esterno in associazione mafiosa. Eppure quanto ci parlate”.
Bè, “Il Divo” non è l’unico caso...

No. Vogliamo “toccare” Silvio Berlusconi? Mi spiega in quale altro paese democratico un primo ministro può rifiutarsi di rispondere alla magistratura? Le rispondo io: nessuno.
Cosa sarebbe avvenuto in Inghilterra?

Escluso, politicamente finito. Gli sarebbero state imposte le dimissioni, a lui e a quelli come lui. Compreso Schifani.
Un esempio?

1963: John Dennis Profumo (di origini italiane, ndr) si dimette dall’incarico di segretario di Stato alla guerra, per le bugie su una sua relazione con una showgirl, sentimentalmente coinvolta anche con un funzionario dell’ambasciata sovietica.
E dopo l’addio alla politica, cosa ha fatto Profumo?

Scomparso dalla vita pubblica. Bandito. Per trent’anni ha svolto solo ruoli legati al sociale: una sorta di lento cammino verso la riabilitazione pubblica. Qui da voi basta andare in televisione per recuperare la faccia. Attenzione però, parlo di tutta la politica italiana, mica solo di quella governativa.
Allora un esempio legato all’opposizione...

D’Alema e Bertinotti: sono stati loro a segare le gambe a Prodi, a causare lo sfascio del centrosinistra. A fare danni. Ma sono comunque andati avanti.
Come è cambiata l’Italia in questi ultimi trent’anni?

In peggio. Sotto ogni punto di vista, anche rispetto a “tasti” pratici come il traffico o la pulizia delle strade.
Come mai?

È un problema culturale legato alla Chiesa: qui tutto si può confessare, tanto poi c’è qualcuno che ti assolve.
Questa classe politica è l’espressione dei suoi elettori?

Purtroppo sono tanti gli italiani che ammirano le furbizie, che preferiscono vivere a margine della legalità, delle regole.
Allora torniamo all’Inghilterra: è il Parlamento a “educare” i suoi cittadini; o sono quest’ultimi a “vigilare” chi li governa?

No. Esiste la stampa libera. Qualche tempo fa, un quotidiano conservatore, il Daily Telegraph, ha pubblicato un’inchiesta sui costi della politica. La reazione è stata di disgusto, totale. E nessuno ha permesso alla “casta” di fare lobby.
Quindi il problema è l’informazione...

In Italia manca la televisione. La tv di stato inglese, la Bbc, dà le notizie, informa, potrei anche dire che educa. Da voi no. Non riesco a vedere il Tg1 né il Tg2. Qualche volta mi concedo il Tg3
Basta? Non vede nient’altro?

Non mi perdo mai le previsioni meteorologiche: sono le uniche affidabili.


da Il Fatto Quotidiano del 22 novembre 2009

Nella foto: David Lane

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Dal 23 settembre Il Fatto Quotidiano è in edicola
 
..da il fattoquotidiano :

Se il senato dice sì, questa volta la mafia sorride

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24 novembre 2009
Con l’emendamento sulla vendita all’asta dei beni confiscati, i boss sarebbero in grado di riprendere tutti i loro beni.
di Nando Dalla Chiesa

Hanno sempre chiesto tre cose. La fine del carcere duro, l’affossamento della legge sui collaboratori di giustizia, la riduzione a burla della confisca dei beni. A ogni interlocutore politico, da quindici anni, i mafiosi hanno presentato questo menu. E il potere vero, quello che mescola ribalta e penombra, non ha mai detto no evangelici. Ha biascicato, talora consigliato. Ha messo la faccia feroce solo sul carcere duro, tanto ci hanno pensato i giudici di sorveglianza e i professionisti dell’ingiustizia clandestina a farne polpette.

Sulla confisca è stata lotta strisciante. Si tratta di un meccanismo che fa letteralmente impazzire mafia, camorra e ‘ndrangheta . Basta non sapere dimostrare l’origine lecita dei beni perché possa scattare l’iter del provvedimento. Pio La Torre, che inventò la legge, venne ucciso per avere osato tanto. E nemmeno dopo la sua morte la legge (firmata anche da Virginio Rognoni) passò. Ci volle la morte del prefetto Dalla Chiesa, anche lui fautore convinto di quella misura, perché la legge venisse finalmente approvata. Per essere attuata con difficoltà, tra mille ritardi, inerzie, ostacoli burocratici. Ma attuata. Con i boss che vedevano svanire come in un incubo i frutti dei loro crimini. Fatto l’impero a prezzo di sangue (magari di famiglia), l’impero poteva sparire d’incanto per decisione di magistrati che guadagnavano meno di un killer. Il secondo affronto giunse con la legge approvata nel ’96, forte del milione di firme raccolte da Libera di don Ciotti in tutta Italia. I beni confiscati potevano addirittura essere destinati a usi sociali, dati in gestione a quei giovani straccioni senza lavoro che si erano schierati negli anni dalla parte dell’antimafia.

Per questo la mafia insorse. Intimidì, cercò di isolare le cooperative. Per i primi lavori di trebbiatura ci vollero le precettazioni prefettizie dei tecnici e il presidio dei carabinieri. Quando vide che la volontà di questi “abusivi” non era facilmente domabile, la mafia fece sentire il suo fiato nelle stanze del potere e alitò in sintonia con le secolari pigrizie delle burocrazie. Lottò vittoriosamente contro l’idea di una specifica agenzia che potesse occuparsi in modo rapido ed efficiente di assegnare i beni confiscati. E proseguì le intimidazioni: il taglio delle viti, gli incendi, i vandalismi. E perfino l’occupazione manu militari dei terreni confiscati. Insomma, una partita dura, un vero braccio di ferro tra l’Italia della legalità e l’Italia del sopruso e delle criminalità.

Pochi giorni fa, per chissà quali percorsi, qualcuno ha deciso che in questo braccio di ferro il Parlamento ci dovesse mettere, come dicono in Sicilia, “la sua mano d’aiuto” per indebolire l’Italia della legalità. Un bell’emendamento in Finanziaria, al Senato. Per mandare i beni dei mafiosi all’asta. Per fare cassa subito, accidenti, non lo vedete in che situazione siamo? Certo che si vede, anche troppo. Perché chiunque abbia coscienza limpida capisce che si tratta di un incalcolabile favore. La mafia si presenterà alle aste con i suoi mediatori o prestanome. Lei con la sua immensa liquidità da crimine, a cui nessuno può tenere testa. Intimidirà eventuali concorrenti e organizzerà delle finte competizioni, come le organizzavano (senza kalashnikov a disposizione) gli imprenditori di Tangentopoli. E si riprenderà il maltolto con un ghigno di trionfo, lo stesso con cui brindava dal carcere (non duro) all’assassinio dei suoi nemici. Lo Stato incasserà in moneta sporca quello che perderà rinunciando a trasformare in scuole o pensionati studenteschi una parte degli immobili confiscati. Se alla Camera esiste un’Italia della legalità che ricorda la storia dei suoi eroi e le proprie più solenni promesse, cancelli questa vergogna.

da Il Fatto Quotidiano del 24 novembre 2009
 
Lettera al presidente della Vigilanza Rai

Caro Sergio, avevo aderito all’invito che mi hai rivolto di partecipare al seminario su “Lo stato della Tv in Italia e il ruolo della Rai. Il Servizio pubblico e la sua identità” per la stima che da decenni nutro per te. Alcuni fatti recenti mi impongono tuttavia di rinunciare.

Il quotidiano “Il Fatto” ha pubblicato venerdì 20 novembre un’inchiesta di Marco Lillo che negli Stati Uniti avrebbe candidato l’autore al premio Pulitzer e che in Italia gli ha invece garantito il più assordante silenzio. Da parte, in primo luogo, di quel “Servizio pubblico” (che tu metti con la maiuscola, come si fa con le parole Costituzione e Repubblica, per sottolineare il carattere istituzionale dello stesso, il suo “appartenere” ai cittadini tutti), che si è ben guardato dal riferire i fatti cui l’inchiesta fa riferimento. Fatti clamorosi, e che in qualsiasi altro paese dell’Occidente avrebbero già portato (sollecitate in primo luogo dalla sua parte politica) alle dimissioni del presidente del Senato Renato Schifani.

Nel frattempo continua la menzogna sistematica della Rai sul disegno di legge del “processo morto”, spacciato per “processo breve” ma che in realtà condanna all’estinzione un numero altissimo benché ancora imprecisato di processi. Numero imprecisato, perché la maggioranza di governo sbandiera ai quattro venti ciò che tale legge deve garantire in modo catafratto, che Silvio Berlusconi non possa assolutamente essere processato quale che sia il reato di cui sia stato o possa essere incriminato (fino ad oggi e nel futuro), ma ancora non sa con quale “azzeccagarbuglio” aggirare l’evidente incostituzionalità di una legge che abbia tale abnorme, ma dichiaratissimo, fine.

Di fronte a una situazione che vuole ripristinare il pre-moderno sovrano “legibus solutus”, e vede un presidente del Senato ancora al suo posto, malgrado l’inchiesta giornalistica (questa sì un autentico “Servizio pubblico”) che ha mostrato il suo ruolo di avvocato di un condominio (abusivo) zeppo di mafiosi o parenti di mafiosi e costruito calpestando i diritti di due anziane e inermi signore ancora fiduciose, come il mugnaio di Federico, che ci sia “un giudice a Berlino”, come potrei partecipare a un seminario che si apre proprio con i saluti del senatore Renato Schifani, a cui per un minimo di moralità e di senso dello Stato non potrei ovviamente stringere la mano?

Tu sei l’indimenticabile autore di un grande servizio televisivo a puntate che ha onorato il “Servizio pubblico”, “La notte della Repubblica”, e sei dunque nella posizione migliore per capire lo sgomento, di decine di milioni di cittadini e mio, di fronte al momento davvero cupo per la resistenza della democrazia che il nostro paese sta attraversando. In questa situazione mi sembra necessario che tutte le ore che il lavoro mi lascia disponibili vengano da me dedicate a dare un contributo alla realizzazione della manifestazione con cui il 5 dicembre l’Italia che crede ancora nella Repubblica scenderà in piazza in difesa della Costituzione.

Un caro saluto

 
I PEGGIORI: 3 SETTIMANE FA BARCLAYS CONSIGLIO' DI COMPRARE I BOND DI DUBAI

Il 4 novembre scorso, il giorno in cui Moody's taglio' il rating sui bond di Dubai, gli analisti della banca inglese videro "un'opportunita' di guadagno". Che geni: fu suggerito persino l'acquisto del bond di Nakheel, holding di Dubai World.

Barclays Capital e' tra le banche (ce ne sono molte altre) che hanno suggerito a clienti ed investitori di comprare asset legati al debito di Dubai, giudicandolo un ottimo investimento. La banca ha persino previsto la restituzione dell'ormai tristemente famoso bond "sukuk" (i bond islamici) della controllata Nakheel Properties, che ieri ha dichiarato il default. Col senno di poi Barclays e i suoi clienti coi CDS sopra quota 500, non devono avere piu' occhi per piangere per i soldi persi e piu' parole per darsi dei fessi.

Ma quel che e' peggio e' che questi geni di Barclays hanno emanato il report il 4 novembre 2009, cioe' tre settimane fa, ovvero il giorno in cui l'agenzia Moody's Investor Services taglio' il rating su cinque entita' legate al governo dell'Emirato. Gli analisti dell'istituto britannico scrissero nella loro analisi (testualmente): "Ci aspettiamo una serie di sviluppi che potrebbero fungere da catalizzatori positivi per gli spread legati al debito del fondo sovrano di Dubai".
"In primo luogo, c'e' la probabile restituzione del debito del sukuk Nakheel entro dicembre", si legge nel report di Barclays Capital. "Quindi, la capacita' di Dubai di raccogliere finanziamenti per una seconda tranche da 10 miliardi di dollari Usa con il sostegno di Abu Dhabi". "Infine, la finalizzazione della fusione tra Emaar e Dubai Holding, in modo che venga trovata una soluzione tale da consentire alle societa' erogatrici di mutui, Amlak e Tamwee, di tornare a concedere prestiti".

"Sulla base di questi fattori, raccomandiamo una posizione lunga sul credito del fondo sovrano di Dubai e riteniamo l'andamento negativo dei prezzi come un'opportunita' di guadagno". Bene, bravi, bis.
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..da il fattoquotidiano :

Se il senato dice sì, questa volta la mafia sorride

ancora a spammare sta merxx

ti rispondo di nuovo

i beni vanno all'asta
qualcuno li compra e lo stato incassa
si indaga su questo qualcuno
eventualmente si risequestrano e si rimettono in vendita
prima o poi finiscono i soldi :D
:specchio::p
 
GALLUP, BLACK FRIDAY: VENDITE AL DETTAGLIO USA CROLLANO -25% SUL 2008
di WSI-AGI
Un'altra conferma sul fatto che i dati economici vengono manipolati dai governi per indurre all'ottimismo di massa. Il weekend di Thanksgiving negli Stati Uniti e' andato malissimo, i consumatori non spendono. E la borsa intanto sale.

Le vendite al dettaglio nel lungo weekend di Thanksgiving chiamato Black Friday sono andate molto peggio di quel si e' voluto far intendere, secondo l'istituto di statistica e sondaggi americano Gallup. In una rilevazione appena pubblicata, risulta che durante lo scorso weekend la spesa dei consumatori Usa in negozi, ristoranti, pompe di benzina e acquisti online e' stata in media di $69 al giorno per persona, esattamente come la settimana precedente. Tuttavia rispetto al weekend di Thanksgiving del 2008 si e' verificato un crollo di -25%, nonostante l'anno scorso si fosse nel pieno della crisi finanziaria. I consumatori americani, secondo Gallup, nel 2008 spesero in media $92 al giorno.

Non ti fare incantare da dati manipolati, consulta il feed in real time di Wall Street Italia INSIDER. Se non sei abbonato, fallo subito: costa solo 0.77 euro al giorno, provalo ora!


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La notizia qui sopra dimostra una volta di piu', con dati seri alla mano - ed essendo Gallup totalmente indipendente e' certo sia cosi' - che i numeri macro-economici sono continuamente decostruiti, impacchettati e serviti come merce avariata ai media (soprattutto TV e quotidiani) che diffondono un prodotto manipolato senza compiere alcuna analisi aggiuntiva e senza verificarne l'attendibilita'. Il messaggio fatto filtrare dopo Thanksgiving era omogeneo ovunque: pur senza euforia i consumatori americani hanno ripreso a spendere per cui la crisi e' finita e ci avviamo verso un Natale discretamente positivo. Adesso sappiamo che questo scenario e' falso.

Ancor piu' grave comunque e' che i mercati finanziari (Wall Street in testa) siano ormai essi stessi "drogati" dalla manipolazione sistematica dell'informazione, assistiamo ad una quasi "statalizzazione" delle borse grazie a un rialzo che dura ormai da 9 mesi e che non ha alcun senso. Un "rally" messo in scena e sostenuto ad uso e consumo delle grandi banche internazionali e dei pochi centri di potere che le controllano. Le verita'? Chi segue la finanza sa che gli indici di borsa non sono piu' indicatori affidabili: spetta ormai al mercato creditizio e obbligazionario fare da radar e mappare il territorio.

Attenzione quindi a non farsi incantare dal mantra "meno male che la ripresa c'e'". A noi non resta che vigilare e segnalare eventuali storture. Nei limiti della nostra piccolezza. Fermo restando che qui a WSI - ovviamente - facciamo il tifo per uno nuovo ciclo di forte, credibile e sostenibile crescita economica.

I numeri di Gallup sul crollo di -25% (nemmeno in tempo di guerra!) dei consumi americani nel weekend piu' caldo dell'anno - i pochi giorni che danno il polso sulla stagione natalizia in cui le aziende fatturano il 40% degli interi 12 mesi - questi numeri dovrebbero aiutarci a capire quanto difficile sia invece la situazione vista dalla parte dei cittadini e non delle banche. La moltitudine soffre mentre l'oligarchia sguazza nel denaro sifonato a costo zero (0.00%) dalla Federal Reserve. Gli istituti di credito continuano a guadagnare cifre scandalose e NON "prestano" quel denaro a famiglie e imprese, NON lo rimettono in circolo nell'economia come istituzionalmente dovrebbero. Qualcosa non funziona, vero? (l.c.)
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GALLUP è affidabile?
 
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La Tulliani e le metamorfosi di Gianfranco

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3 dicembre 2009
Acronimo spielberghiano, trasformazione kubrikiana. ET, al secolo Elisabetta Tulliani, ex compagna di Luciano Gaucci, avvocato, emanazione del generone romano, madre di due figli avuti dall’attuale presidente della Camera e ragazza in grado di ribaltare amicizie, riferimenti e universo del nuovo Fini proteso verso magnifiche e progressive sorti. In luogo dei vecchi notabili di un tempo, che uscendo dalla storica foto della squadra calcistica del Secolo d’Italia 1980, hanno abbandonato Fini uno a uno (chi per convenienza, chi perché morire berlusconiani, sembra meglio di qualunque alternativa), un pantheon rinnovato.

Lo ha deciso “Eli”, cambiandoli come un vecchio vestito inadatto ai tempi correnti. Niente più occhiali da carabinero sudamericano, niente impermeabili Cefis, né spaventose camicie a maniche corte o cravatte fantasia che facevano somigliare l’amato, al cronista Rai Castellotti, quello di Novantesimo Minuto. Giovani di pensiero (FareFuturo), divertimento moderato, eleganza, completi scuri, sobrietà. Ogni rivoluzione necessita di un assestamento. Così le gite a Capri su motoscafi d’alto bordo con Andrea Ronchi (poi futuro ministro) e i momenti hot al largo di Port’Ercole immortalati da Chi, le incursioni con muta e multa nella riserva naturale di Giannutri hanno subìto la sostituzione che più conveniva a un’immagine diversa di un politico in carriera. Lui e lei, impegnati ad accreditarsi, a iniziare dal congresso Pdl, in cui ET si presentò in pantaloni, i capelli legati, l’ovale serio e compunto, senza mai alzarsi dalla sedia per l’intera durata del congresso. Gli altri ignobilmente stravaccati, lei dritta, fino alla fine. Lodata dai notisti, mondata dai video in cui con Gaucci tubava come un’adolescente nel castello di Torre Alfina.

Non sempre è andata così. C’era un Fini diverso, perduto nella memoria. Dissolvenza a nero, anno 1971. “Guarda che ti viene il colpo della strega, non c’è mica bisogno che te chini così bella, sai?”. Davanti alle generose scollature che le vestali “donne senza dignità”, mostravano maliziosamente al capo della destra durante gli incontri ufficiali, Daniela Fini tornava Di Sotto. La tastierista del Secolo d’Italia, gelosa e possessiva, che in un lontano giorno all’alba dei 70, incontrò Gianfranco in una sede del Movimento sociale. Era un’epoca di fiamme ardenti, maggioranze silenziose e piazze urlanti. Lei, una militante sposata con Sergio Mariani ex parà spedito al confino obbligato in Sardegna. Lui, sulla strada per diventare il protodelfino di Giorgio Almirante, più una divinità che un segretario di partito. Prima che Daniela lo scegliesse, provocando il tentato suicidio di “Folgorino”, a colpirla erano stati particolari all’apparenza insignificanti: “Lo chiamavano ‘tortellino’, era appena arrivato da Bologna e indossava un lungo e orribile capottone di pelle”. Quarant’anni dopo, dopo trentasei di convivenza, una figlia, Giuliana, e una separazione tumultuosa, a ricordare il Gianfranco che fu, con tutto il corollario di saluti romani, occhial ifuori misura, maglioni a collo alto, scarpe a punta e sciarpe nere, è paradossalmente un’immagine fiabesca.

La cesura più dolorosa, la lunga traversata della destra italiana, da “voce della fogna” a invitata d’onore a Buckingham Palace. Sulla carrozza (le truppe inglesi in rassegna, l’aria immobile) in un piovoso giorno di marzo del 2005, ammantata da un tailleur di Gattinoni, c’era ancora Daniela. Fu l’ultima volta e il minuto conclusivo, durò una vita intera. Nel mezzo, un attimo prima che Fini svoltasse verso il laicismo e molto tempo dopo il primo lavacro, quello di Fiuggi che trascinò dietro di sé abiure, strappi e scissioni, Gianfranco era già lontano. In viaggio verso la metamorfosi. Stanco di consessi ristretti, di tribune d’onore a sconvolgente tasso di lazialità (Mimun, Daniela, Previti, quasi una trinità), cene nei circoli sportivi della Capitale.

A Maggio, due mesi dopo la trasferta tra i reali inglesi, Fini irruppe nel dibattito sulla fecondazione eterologa, spiazzando elettori, sodali e osservatori. “Voterò tre sì e un no”. Più di una rivoluzione. L’allora ministro delle Pari opportunità Stefania Prestigiacomo, alla testa del comitato promotore, incassò l’adesione con trattenuta esultanza: “Ne sono confortata”, qualcuno, maligno, legò l’improvvisa svolta dell’ex fascista del 2000, a una passione bruciante per la Prestigiacomo stessa, capace di dividere con Fini l’attrazione per le immersioni subacquee, detestate dall’ex signora Di Sotto. Tra una smentita e l’altra, piovve anche l’anatema di Daniela: “Mi è dispiaciuto che il pettegolezzo riguardasse una signora sposata. Dietro alla vicenda c’erano calunniatori e cretini, bastardi schifosi”. Anche di quel linguaggio naïf, ampiamente emerso nelle intercettazioni telefoniche sullo scandalo sanità nel Lazio: “Sono andata a sbattermi il culo con Storace”, Gianfranco che meditava trasvolate in Israele, discorsi sul male assoluto e platee in grado di recepire un salto filosofico che non si limitasse agli slogan, era saturo. Così ruppe. Consensualmente. Affidando all’avvocato Giulia Bongiorno (sempre lei), un comunicato in cui quasi mezzo secolo di convivenza, subiva la mesta liquidazione in sorte a ogni storia d’amore alle prese col naufragio: “Percorsi di vita differenti hanno determinato un progressivo allontamento (...) impossibile continuare il rapporto coniugale con la serenità e lo spirito di convinzione necessari”. Stop.

Per ripartire, Elisabetta. Piombata senza preavviso nell’universo delle potenziali first lady, genere in disgrazia tra una richiesta di risarcimento danni e una riservatezza ormai ritenuta anacronistica. Dietro ogni statista c’è una donna. Angelo del focolare, Livia Danese, la pudìca vestale del divo Giulio, nascosta tra le stanze di un potere che pareva impenetrabile, “sono una donna pazientissima ho fatto da padre ai nostri quattro figli” o anche, cambiando genere, origine e inclinazione politica, Carla Voltolina, compagna di Sandro Pertini, ex staffetta partigiana, due lauree: “Lui mi ha amato moltissimo, certo. Ma anch’io l’ho amato. Forse di più”. Da quei modelli, Eli è distante. Vive il suo tempo. Modernamente. Gite minimal a Fregene e sedute tra forbici e mechès nel locale chic di Roberto D’Antonio in piazza DiPietra, a due passi da Montecitorio, dove il taglio dei capelli è il banale pretesto per incontrare un mondo, farsi vedere, esserci a prescindere dall’essenza. Come nel salotto di Giuseppe Consolo, avvocato, senatore del Pdl, dove ET cicaleggia con l’amica Nicoletta Romanoff e si incontra col suo fidanzato Giorgio Pasotti, trascinato (suo malgrado?) alle presentazioni letterarie di Fini. Il nuovo potere va edificato. Ci vuole pazienza. Dove porti davvero la crasi tra i due, la giovane erinni ora rinsavita e l’uomo delle svolte ritrattate, ora diretto alla ricerca di arche perdute e scenari fantascientifici, non è dato sapere. Sono in viaggio. Camminano insieme. La luna di miele, è appena iniziata.
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Falcone, la verità sui pentiti

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3 dicembre 2009
di Gian Carlo Caselli
Ci risiamo. Finché indaghi su Riina o Provenzano vai bene. Ma quando – facendo il tuo dovere – passi a occuparti, ricorrendone i presupposti in fatto e in diritto, anche di imputati “eccellenti”, devi mettere in conto che cominciano i guai.
Tornano in auge vecchi ma sempre verdi ritornelli. Anzi, dischi rotti. Ma suonati talmente a lungo da trapanare le teste. La tecnica è collaudata, un classico. Si comincia con la ricerca della verità svilita a cultura del sospetto e con l’accusa di costruire teoremi invece di prove; si prosegue con l’insinuazione di uso scorretto dei pentiti e con la loro pregiudiziale delegittimazione (mediante aggressioni strumentali che nulla hanno a che vedere con la fisiologica delicatezza e complessità di questo strumento d’indagine); e si finisce con le aggressioni contro i pm: sul banco degli imputati, invece dei mafiosi e dei loro complici, finiscono i magistrati antimafia.
Sulla torta così confezionata (maleodorante), ecco poi la “ciliegina”, un altro classico: arruolare arbitrariamente Giovanni Falcone per sostenere che il suo metodo di lavoro è violentato dai magistrati di oggi che osano indagare anche i potenti. Peccato che pure questa sia propaganda sleale. Perché Falcone sapeva bene che senza pentiti un’efficace lotta alla mafia è impossibile. E quando – negli anni Ottanta – era giudice istruttore a Palermo, spesso si era chiesto perché mai tardasse ad essere approvata – nonostante le sue forti sollecitazioni – una legge sui pentiti (nota bene: la legge arriverà soltanto dopo le stragi del ’92, ed è perciò una legge impregnata del sangue delle vittime di Capaci e via D’Amelio).
Le parole di Falcone sono illuminanti: “Se è vero, com’è vero, che una delle cause principali, se non la principale, dell’attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extra-istituzionale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante inerzia nell’affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico - mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”.
Quanto all’oggi, la speranza – ovviamente – è che i professionisti delle polemiche contro i pentiti e i magistrati che ne raccolgono e sviluppano le rivelazioni siano mossi da ben diverse preoccupazioni.
Un altro “classico” sono le polemiche sul cosiddetto “concorso esterno”. Vi si è esercitato anche il presidente Berlusconi, per esempio nell’intervista al periodico inglese Spectator e alla Gazzetta di Rimini dell’11/9/’03, sostenendo che “a Palermo la nostra magistratura comunista, di sinistra, ha creato un reato, un tipo di delitto che non è nel codice; è il concorso esterno in associazione mafiosa”.
La verità (nonostante le tecniche pubblicitarie di imbonimento organizzate per stravolgerla) è un’altra. La figura del cosiddetto “concorso esterno” risale addirittura al 1875, come provano le sentenze della magistratura palermitana sul brigantaggio. Poi fu impiegata nei processi per terrorismo alle Br e a Pl e in quelli di mafia istruiti da Falcone e Borsellino.
La sua legittimità, infine, è stata ripetutamente riconosciuta dalla Corte di Cassazione, che ha anche stabilito rigorosi paletti garantisti. Allora, tutti comunisti? La Cassazione, i giudici palermitani di due secoli fa, quelli che negli anni di piombo hanno sconfitto il terrorismo, il pool di Chinnici e Caponnetto…tutti comunisti?
Sostenerlo è piuttosto temerario e comunque impedisce di confrontarsi con la dura realtà dei fatti, che il pool di Falcone (pag. 429 dell’ordinanza-sentenza 17 luglio 1987 conclusiva del maxi-ter) così espone, spazzando via ogni dubbio: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa.
Ed è proprio questa “convergenza di interessi” col potere mafioso… che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”. A fronte di queste parole, le note scassate dei logori ritornelli sul concorso esterno non sono altro che la replica di un film già visto. Sicuramente perdente per l’antimafia.

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