IL GRANDE CASINO MONDIALE DELLA FINANZA
Postato il Sabato, 18 agosto @ 04:14:19 EDT di davide
DI GIULIETTO CHIESA
Allora facciamo un po' di conti: la Banca Centrale Europea ha sganciato più di centoventi miliardi di euro per sostenere le banche europee che hanno speculato sulla bolla edilizia e dei facili prestiti americani. La Federal Reserve ha tirato fuori assai meno per sostenere i truffatori d'oltre Oceano, cioè 12 miliardi di dollari, più 25, totale 37. Li chiameremo truffatori perché stimiamo abbastanza il premio
Nobel Joseph Stiglitz, il quale ha scritto, senza troppi complimenti, che Alan Greenspan non poteva non sapere, negli anni scorsi, a partire dal 2002, che la politica della Federal Riserve, da lui guidata, avrebbe condotto al baratro.
Come definire un signore dall'immenso potere, come Greenspan, che trascina il mondo intero verso un disastro, sapendo perfettamente quello che fa?
Un truffatore, certamente.
Ma anche un irresponsabile.
E, quindi, seconda domanda: come possiamo stare tranquilli venendo a sapere che alla testa di cruciali istituzioni di influenza planetaria ci sono persone irresponsabili?
Anche perché non è che Alan Greenspan agisse da solo. Con lui c'era il presidente degli Stati Uniti, per esempio. E via scendendo per li rami di questa foresta imperscrutabile che è oggi la finanza mondiale.
L'allarme rosso è venuto quando si è scoperto che una delle maggiori banche europee, BNP Paribas (che è ora anche molto presente sul mercato italiano) ha dovuto chiudere, per palese insolvenza, ben tre “fondi” che avevano speculato, anche loro, insieme alle banche americane, sui mutui ultra-agevolati che sono stati concessi ai risparmiatori americani. Tanto agevolati che, quando il denaro ha cominciato a diventare caro anche in America, hanno smesso di pagare le rate dei loro mutui, cioè hanno fatto andare in tilt tutti i “fondi” che avevano rastrellato immense ricchezze, costruendo una bolla speculativa talmente gigantesca che aveva tirato praticamente tutta l'economia americana in questi ultimi sei anni. Se è vero, com'è vero, che i due terzi degli aumenti occupazionali, per esempio, erano dovuti a questa bolla, e altrettanto si può dire degl'investimenti. E poi ci dicevano, tutti i commentatori sempre molto ottimisti, che “i fondamentali” erano buoni, per cui si poteva stare tranquilli: ci sarebbe stato un “atterraggio morbido”.
In effetti l'atterraggio non è stato molto morbido. Anzi, per essere più precisi, al momento in cui scrivo queste righe parlare di atterraggio è ancora prematuro: infatti siamo ancora in volo e non si sa su quale aeroporto atterreremo, sempre che atterriamo.
Ma a subire il contraccolpo più duro siamo stati, per ora, noi europei. Oltre alla già citata scelta di Trichet, per evitare il crollo di Paribas e degli altri complici truffatori europei, le Borse europee hanno perduto fino ad ora circa 180 miliardi di euro in valore delle azioni. E non è finita quì
International Herald Tribune scriveva ad agosto, con l'aria di chi, in questi anni, non aveva detto e scritto che tutto andava benissimo, che “non è ancora chiaro” qual è l'entità dell'infezione che ha contagiato l'Europa.
Dobbiamo dunque supporre – anzi è certo - che le banche europee, chi più, chi meno, abbiano fatto come Paribas.
Il che conferma che l'economia dell'Occidente è talmente interconnessa – e americano-dipendente - che nessuno può salvarsi se gli Stati Uniti perdono il lume della ragione. Infatti l'hanno perduto, e non da ieri.
Ma noi europei ci comportiamo come dei sudditi vili, dei vassalli che, dopo avere lasciato fare un Imperatore irresponsabile, gli pagano anche i debiti.
Una parte, perché i debiti che gli Stati Uniti (il budget dello stato, le imprese, le famiglie) hanno accumulato non potranno essere pagati da nessuno, nemmeno dagli stessi Stati Uniti. Eppure tutti insieme, con la complicità della finanza europea, sono andati avanti fino al disastro.
Disastro che si ripercuoterà su di noi, ma non su di loro. Anche perchè all'indebitamento americano non c'è una cura. E loro troveranno il modo di distrarci facendo un'altra bella guerra umanitaria e per i diritti umani.
Tutto ciò conferma che gli Stati Uniti d'America sono diventati il bubbone infetto che sta trascinando il mondo intero in un disastro immane.
E da noi chiedono ai pensionati di fare sacrifici, costruiscono “fondi” pensione con i trattamenti di fine rapporto. Fondi che speculano anche loro sul mattone americano che scoppia, mettendo a repentaglio le future pensioni integrative che i poveri disgraziati che stanno per andare in pensione potrebbero non vedere mai più, con l'aria che tira. Ci voleva Eugenio Scalari per richiamare alla memoria il 1929. Ci siamo vicini.
La seconda considerazione nasce da altre cifre sconcertanti. Risulta che, subito dopo l'11 settembre 2001, la Banca Centrale Europea sborsò, allo stesso, nobile scopo, “soltanto” 70 miliardi di euro. Tenendo conto che allora l'euro valeva un 10% in meno, diciamo che il conto che dovemmo pagare fu la metà di quello odierno. Ma dice anche che il crollo odierno è gigantesco, senza precedenti. E se non si è ancora trasformato in una recessione come quella del 1929, è solo perché gli organizzatori della truffa (John Kenneth Galbraith scrisse prima di morire un aureo libretto intitolato “L'economia della truffa” , in cui praticamente svelava tutti i trucchi) hanno fatto quadrato e, usando i nostri soldi e il nostro lavoro, hanno protetto il GCMF (Grande Casino Mondiale della Finanza).
Adesso ci diranno, gli stessi commentatori che reggono la candela, che “i fondamentali” torneranno a essere buoni, che la crescita riprenderà, che la globalizzazione è buona e, soprattutto, non ha alternative.
Ma i pessimisti, come Stiglitz, ci avvertono che l'indebitamento americano continua a crescere, e non pare che ci sia mezzo per fermarlo. E allora – poiché non è ragionevole attendersi che il prossimo presidente degli Stati Uniti spieghi ai suoi cittadini che la situazione in cui vivono non è più sostenibile – la prima cosa da fare, la più urgente, sarebbe quella di prendere le distanze dalle loro illusioni di consumatori compulsavi.
Lo so che non è facile e che siamo tutti interconnessi. Ma qualche cosa l'Europa può fare, esercitando la sua indubbia forza finanziaria, tecnologica e commerciale: per esempio condizionando con decisione le scelte degli Stati Uniti nel Fondo Monetario Internazionale, nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, nella Banca Mondiale.
L'alternativa è non solo pagare un livello dei consumi americani che è insostenibile e inaccettabile nelle attuali condizioni del pianeta, ma anche precipitare comunque in una recessione mondiale che è palesemente all'orizzonte.
Anche perché – ed è questo il terzo punto di riflessione – i tassi di crescita economica, che continuano a esserci, ma che si stanno riducendo inesorabilmente, dicono che siamo arrivati, in molti punti, al “limite”. Non ci sarà qualcuno che, nei prossimi dieci (massimo quindici) anni deciderà che è giunto il momento di ridurre la crescita: per la semplice ma drammatica constatazione che sarà la crescita stessa a fermarsi, perché impedita dai limiti “fisici” che l'attuale sviluppo “insostenibile” ha creato.
I nostri leader (o ignoranti o truffatori) continuano a ragionare in termini di economia del denaro. Non capiscono che l'economia del denaro è un'invenzione sociale, che non è soggetta alle leggi fisiche del pianeta. Quasi nessuno tra loro sa (o ha il coraggio di sapere) che questo pianeta si trova in “overshooting ” dall'inizio degli anni '80, cioè da oltre 25 anni. Il che significa che in questi venticinque anni i popoli della terra (e sappiamo che questa espressione è molto falsa, perché è solo una minima parte di quei popoli che ne ha tratto vantaggio) hanno utilizzato le risorse del pianeta, ogni anno, più di quanto quelle risorse siano state rigenerate in quello stesso anno.
I più informati tra questi leader (ivi inclusi i manager delle grandi corporations) ci dicono che tecnologia e mercato risolveranno i problemi. Ma l'una e l'altro non saranno sufficienti. Cioè, come ha scritto Sartori qualche tempo fa, “il mercato non ci salverà”. Perché? Ma perché essi richiedono molto più tempo, per agire, di quello di cui ormai disponiamo. Perché richiedono essi stessi ulteriori flussi di energia e di materiali, ed entrambi sono ormai scarseggianti. Perché tutto ciò può essere travolto dalla ulteriore crescita della popolazione mondiale e dalla crescita esponenziale che, pur riducendosi, continua.
Poi, a proposito delle speranze nella tecnologia, nessuno dovrebbe dimenticare che, per scongiurare i limiti che ormai stanno agendo potentemente sulla nostra vita, ci vorrebbero investimenti “immediati” cinque, otto volte superiori a quelli attuali nella ricerca scientifica e tecnologica. Valga per tutti l'esempio delle energie alternative.
Infine, last but not least , non abbiamo un'architettura internazionale in grado di prendere queste decisioni di dimensione globale. Le classi politiche arriveranno a capire quello che ci sta arrivando addosso nel prossimi quindici anni: cioè quando ci sarà arrivato addosso.
Catastrofe inevitabile, dunque? Già mi pare di vedere molti lettori storcere il naso: ma questo è catastrofismo! Non c'è via d'uscita? Dateci una speranza!
La risposta la danno – e a loro mi sono riferito abbondantemente in queste ultime righe – gli autori di “Limits to Growth” (I limiti dello sviluppo), l'aggiornamento, trent'anni dopo, con un'imponente serie di dati statistici e con le moderne capacità di calcolo, sei miliardi di volte superiori a quelle di allora, degli scenari del 1972, elaborati dal Club di Roma: “una crescita esponenziale non può procedere molto a lungo in un qualsiasi spazio finito con risorse finite”. E' proprio il nostro caso. La notizia del giorno è che quel “molto a lungo” è quasi terminato. E' dunque tempo di cambiare, adesso, senza perdere tempo. Questo vale per tutti.
Giulietto Chiesa
Fonte:
www.megachip.info
Link:
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=4524
L'articolo uscirà prossimamente su Galatea
17.07.08
LE COLPE DI GREENSPAN
Postato il Venerdì, 10 agosto @ 19:00:00 EDT di davide
Economia DI JOSEPH E. STIGLITZ - La Repubblica
L'America immersa nei debiti
I pessimisti che da tempo prevedevano che l'economia americana stesse andando incontro a guai seri, sembrano infine riscuotere i loro giusti meriti. Francamente, però, non c'è di che stare allegri vedendo i prezzi delle azioni crollare in conseguenza di sempre più frequenti insolvenze da parte dei mutuatari. La situazione, tuttavia, era assolutamente prevedibile, come prevedibili sono le conseguenze che si ripercuoteranno sia su milioni di americani che dovranno far fronte a gravi difficoltà finanziarie, sia sull'economia globale. Tutto risale alla recessione del 2001.
Con l'avallo di Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve, il presidente George W. Bush aveva fatto approvare uno sgravio fiscale finalizzato ad avvantaggiare gli americani più ricchi, ma non a risollevare l'economia dalla recessione che aveva fatto seguito allo scoppio della bolla di Internet. Una volta commesso quell'errore, alla Fed restava ben poca scelta: se voleva rispettare il proprio mandato, consistente nel mantenere la crescita e l'occupazione, doveva necessariamente abbassare i tassi di interesse.
E così ha fatto, ma con modalità che non hanno precedenti: ha infatti portato i tassi di interesse fino all'uno per cento.
La manovra ha funzionato, ma in maniera sostanzialmente diversa da come la politica monetaria funziona abitualmente. Di norma, infatti, bassi tassi di interesse stimolano le aziende a sottoscrivere più prestiti per investire di più e, sempre di norma, a un maggiore indebitamento corrispondono asset più produttivi.
Considerato però che l'eccessivo investimento degli anni Novanta costituiva parte del problema alla base della recessione, i tassi di interesse più bassi non hanno stimolato granché gli investimenti. L'economia è migliorata, ma più che altro perché le famiglie americane sono state convinte ad accollarsi sempre più debiti, rifinanziando i loro mutui e spendendo parte delle loro entrate. Finché i prezzi delle abitazioni sono aumentati in rapporto ai più bassi tassi di interesse, gli americani hanno potuto fingere di non accorgersi di essere sempre più indebitati.
Di fatto, anche questo non è servito a stimolare più di tanto l'economia. Per invogliare un maggior numero di persone a prendere in prestito più denaro, gli standard di solvibilità sono stati ridotti, e ciò ha innescato il moltiplicarsi dei cosiddetti "mutui subprime" (mutui concessi alle categorie meno abbienti e quindi con un elevato indice di rischio per gli istituti eroganti, ndt). Sono stati inoltre messi a punto nuovi prodotti, che riducendo gli importi degli anticipi hanno reso ancor più facile per i clienti sottoscrivere mutui più cospicui.
Alcuni mutui hanno avuto addirittura un ammortamento negativo: i pagamenti non hanno coperto gli interessi dovuti, così di mese in mese il debito è andato aumentando. I mutui fissi, con tassi di interesse al sei per cento, sono stati rimpiazzati da mutui a tasso variabile, il pagamento degli interessi dei quali era ancorato ai più bassi tassi di un T-bill (Bot) a breve termine. I cosiddetti "teaser rates" (tassi di interesse ridotti applicati per il primo anno e appositamente concepiti per attirare clienti, ndt) hanno consentito inoltre di ridurre ancor più i pagamenti per i primissimi tempi: ma erano appunto "teaser" (letteralmente "stuzzicanti", ndt), e pertanto hanno sfruttato il fatto che molti mutuatari non fossero granché esperti da un punto di vista finanziario e non fossero in grado di capire fino in fondo in che cosa si stavano cacciando.
Alan Greenspan li ha incitati a esagerare con i rischi, spingendo questi mutui a tasso variabile. Il 23 febbraio 2004 Greenspan osservò che "molti proprietari di casa avrebbero potuto risparmiare decine di migliaia di dollari se nell'ultimo decennio avessero sottoscritto mutui a tasso regolabile invece che mutui a tasso fisso". È mai possibile che Greenspan si aspettasse davvero che i tassi d'interesse sarebbero rimasti per sempre all'uno per cento, un tasso di interesse reale assolutamente negativo? Possibile che Greenspan non abbia pensato a quello che sarebbe accaduto agli americani poveri con mutui a tasso variabile quando i tassi di interesse fossero saliti, come quasi inevitabilmente avrebbero finito col fare?
Indubbiamente il comportamento di Greenspan si spiega col fatto che durante il suo mandato l'economia si è comportata molto meglio di quanto si sarebbe comportata altrimenti. Ma doveva essere soltanto questione di tempo prima che questa performance diventasse insostenibile.
Per fortuna, la maggioranza degli americani non ha seguito il consiglio di Greenspan di cambiare tipologia di mutuo orientandosi su quello a tasso variabile. Nondimeno, anche quando i tassi di interesse a breve termine hanno incominciato a salire, il giorno della resa dei conti è stato soltanto rinviato e altri mutuatari ancora sono riusciti a ottenere mutui a tasso fisso, con tassi di interesse più meno fissi e non in aumento. Stranamente, a mano a mano che i tassi di interesse a breve termine hanno iniziato a salire, i tassi a medio e lungo termine sono rimasti immutati, stranezza alla quale si è fatto accenno utilizzando il termine di "rompicapo". Una delle possibili spiegazioni per questa stranezza è che le banche centrali straniere che stavano accumulando trilioni di dollari nei loro forzieri alla fine si siano rese conto che avrebbero avuto buone probabilità di continuare a tenersi queste riserve per anni e anni a venire, e abbiano pertanto deciso di potersi permettere di investire quanto meno parte del denaro in emissioni a medio termine del Tesoro statunitense che (almeno in un primo tempo) assicuravano guadagni superiori rispetto ai Bot.
La bolla immobiliare alla fine è scoppiata e, con i prezzi in calo, alcune persone hanno scoperto che i loro mutui erano più cari del valore delle loro abitazioni. Altre si sono rese conto che con l'aumento dei tassi di interesse non riuscivano più a far fronte alle rate del mutuo. Troppi americani non avevano previsto alcuna forma di riserva di sicurezza per il loro budget, e gli istituti eroganti, impegnati a evidenziare soltanto le rate generate dai nuovi mutui, non li hanno incoraggiati a farlo.
Tanto era prevedibile lo scoppio della bolla immobiliare, quanto lo sono le sue conseguenze: la costruzione di nuovi immobili e la vendita di quelli esistenti sono in forte rallentamento mentre la disponibilità di case è in netto aumento. Da alcuni calcoli risulta che negli ultimi sei anni oltre i due terzi dell'aumento della produzione e dei posti di lavoro erano da mettersi in relazione al settore immobiliare, e ciò riflette come i nuovi proprietari di casa e le famiglie abbiano ipotecato le loro case per soddisfare la loro frenesia nei consumi.
La bolla immobiliare ha indotto gli americani a vivere al di là dei propri mezzi. Il risparmio netto è negativo da un paio di anni. Ora che questo motore di crescita si è fermato, è difficile immaginare in che modo l'economia americana potrà non subire una frenata. Ritornare al risanamento fiscale sul lungo periodo sarà sicuramente positivo, ma nel breve periodo ridurrà la domanda globale.
Secondo un vecchio adagio, gli errori perdurano nel tempo ben oltre che chi li ha commessi se ne è andato. Ciò è sicuramente vero per Greenspan, ma nel caso di Bush stiamo iniziando a subirne le conseguenze addirittura prima che egli se ne sia andato.
Joseph E. Stiglitz
Premio Nobel per l'Economia, è docente alla Columbia University
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www.repubblica.it/
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10.08.2007
(Traduzione di Anna Bissanti)