tontolina
Forumer storico
famiglia BUSH ti avviso la germania non è l'Italia e lì non c'è Berlukoni a leccari li ...... piedi
23/12/2005
Franz Müntefering attualmente Ministro Federale del Lavoro e degli Affari Sociali e Vice Cancelliere«Non abbiamo troppo Stato, ne abbiamo troppo poco»: parola del vice-cancelliere tedesco Muentfering.
I circoli finanziari angloidi speravano tanto che Angela Merkel avrebbe applicato le loro ricette iperliberiste, smantellato le costose protezioni sociali teutoniche, reso «flessibile» (precario) il lavoro, abbandonato il modello renano, insomma «meno Stato e più mercato».
Il fatto è che la Merkel non governa da sola; guida un governo di coalizione con i socialdemocratici.
E questi le hanno messo a fianco, come vicepremier, Franz Muentefering.
Muentefering è il personaggio che lo scorso aprile definì «uno sciame di locuste» i fondi speculativi americani che sono piombati in Germania a comprare imprese per «snellirle», magari per rivenderle a pezzi e bocconi, dissanguandole della loro forza-lavoro e del loro patrimonio produttivo.
Questo è contro l'interesse nazionale, tuonò Franz: «certi investitori finanziari non pensano un istante alla gente di cui distruggono il lavoro; sono anonimi, non hanno faccia, piombano come sciami di locuste sulle nostre imprese, le divorano, poi volano a divorarne altre».
Scandalo, indignazione, dei mercati.
Ora Muentefering è vice-cancelliere.
E il 15 dicembre a Berlino, davanti a 300 consiglieri d'amministrazione, ha reso chiaro che la Germania non rincorrerà la Cina nella concorrenza sul dumping sociale.
«La Germania sta diventando un paese di bassi salari, ci sono persone che lavorano 40 ore la settimana per 800 euro lordi al mese».
Ed ha delineato la strategia alternativa.
«Primo: la Germania deve tornare ad essere un Paese di alti salari e di alti standard produttivi, e ciò significa grandi investimenti in istruzione, ricerca e tecnologia. Secondo: lo Stato deve ricevere introiti maggiori, non abbiamo 'troppo Stato', ne abbiamo poco. Specie le comunità locali hanno bisogno di un migliore sostegno finanziario, perché oggi investono 15 miliardi di euro in meno che dieci anni fa…se investono, creano posti di lavoro nella costruzione di strade, canali, linee elettriche».
Senza rammodernare le infrastrutture, avverte Muentefering, la Germania «collasserà nei prossimi 20-30 anni», nel vano tentativo di inseguire i bassi salari cinesi.
«Bisogna cambiare strada e da subito».
Come?
Tanto per cominciare, ha detto il vice-premier, «bloccare la rincorsa al dumping sociale all'interno dell'Europa».
Insomma la concorrenza sleale di Polonia e Lituania, che non hanno Stato sociale, sarà combattuta dalla Germania.
E di fatto, anche Angela Merkel non sembra più tanto incline a seguire le ricette di Wall Street.
Lo dice William Pfaff sull'Herald Tribune: «fedele all'Europa sociale, Angela Merkel, si dice, vuole rilanciare il discorso sulla costituzione europea, ma dando al documento una nuova dimensione sociale che precluda le più stravaganti idee del liberismo di mercato, che hanno provocato guai non solo in Francia e Germania, ma anche in Svezia ed Irlanda. Una cosa è che i nuovi Paesi membri, che hanno politiche sociali ultraliberiste, esportino merci a prezzo modico nel resto dell'Unione, un'altra che esportino manodopera a prezzo basso che sottrae lavoro agli europei che vivono in Paesi con migliori politiche sociali» (1).
L'allusione è alla la direttiva Bolkenstein, quella che vuol liberalizzare il settore dei servizi in Europa (facendo temere ai francesi la calata di torme di idraulici polacchi che aggiustano i gabinetti a metà prezzo), e che - bocciata - viene continuamente riproposta per vie traverse dagli eurocrati.
La Merkel non l'appoggerà.
Il che significa che forse, finalmente, la direttiva Bolkenstein colerà a picco.
Il rischio Muentefering, e del suo programma di rilancio keynesiano, è acutamente sentito nei circoli finanziari americani.
Tanto che ai primi di dicembre, parlando all'Institute for International Economics di Washington, David Rubinstein, il fondatore della finanziaria Carlyle (la più grossa delle «locuste»), ha chiamato a raccolta i potentati di Wall Street e il governo USA: riuniamo le nostre forze, ha detto in sostanza, per chiedere più diritti per i nostri fondi speculativi, contro idee come quelle dei socialdemocratici tedeschi che ci vorrebbero mettere le redini.
Il fatto è che anche negli Stati Uniti, forse, l'atmosfera sta cambiando, e non del tutto a favore del business finanziario senza limiti.
Nancy Pelosi, che guida la minoranza democratica alla Camera dei rappresentanti, ha criticato i repubblicani di indifferenza «ai bisogni immediati di fronte a cui si trova il popolo americano».
La Pelosi intendeva le vittime di Katrina («sono passati 100 giorni e la gente ha ancora bisogno di aiuto»), accusando apertamente «il più corrotto Congresso della storia, la cui corruzione e collusione ha causato la perdita di vite umane» a New Orleans.
Ma ha ripetutamente alluso alle «necessità non soccorse» (unmet needs) degli americani dopo decenni di liberismo selvaggio.
Da molto tempo un simile linguaggio «sociale» non aveva più risuonato nel Parlamento USA.
Ma Nancy Pelosi non si è limitata a questo.
Il 2 dicembre, ad Harvard, ha pronunciato un discorso («A new era of American Innovation and Competition») che è parso a molti lo schema di un nuovo, inaudito programma democratico.
Un programma neo-keynesiano, fondato meno sul «mercato» e più sul sostegno pubblico all'istruzione e alla ricerca.
Una «nuova frontiera» kennediana, non liberista».
Cina e India, ha detto, stanno copiando queste politiche kennediane, che «sono state la guida degli Stati Uniti per decenni, e da cui viene il nostro primato. Stanno investendo molto per migliorare il loro sistema di istruzione, creano università di livello mondiale in scienza e tecnologia.Noi abbiamo abbandonato le direttrici che loro ci hanno copiato. Loro si impegnano in ricerche e sviluppo con visuale a lungo termine, noi abbiamo smesso. Il sostegno federale alla ricerca di base raggiunse il suo apice nel 1987, e da allora non fa che diminuire; a Corea è un'incubatrice di innovazione e guida la classifica planetaria per la diffusione della banda larga; noi siamo al 16mo posto».
La Pelosi ha enumerato «cinque aree di intervento» da sostenere.
Primo: una migliore istruzione di base per creare una «nuova generazione di innovatori».
E non inventori di «prodotti finanziari creativi», ma inventori tecnici e scientifici.
Secondo: raddoppiare il finanziamento pubblico nella ricerca scientifica di base.
Terzo: lo sviluppo di comunicazioni a banda larga su scala nazionale «per ogni americano» entro cinque anni.
Quarto: il lancio di un programma d'urto per l'indipendenza energetica.
Quinto: creare un ambiente favorevole alle piccole imprese, fra cui l'accesso a «un'assistenza sanitaria che si possano permettere» (2).
Insomma: istruzione, ricerca, tecnologia.
Un programma che non si distingue molto da quello di Muentefering: America e Germania devono tornare ad essere Paesi «di alti salari e di alti standard tecnologici».
E che implica la riduzione del potere scatenato del «libero mercato» e delle «locuste» finanziarie.
Forse anche gli USA si stanno stancando del liberismo globale al ribasso.
Maurizio Blondet
23/12/2005
Franz Müntefering attualmente Ministro Federale del Lavoro e degli Affari Sociali e Vice Cancelliere«Non abbiamo troppo Stato, ne abbiamo troppo poco»: parola del vice-cancelliere tedesco Muentfering.
I circoli finanziari angloidi speravano tanto che Angela Merkel avrebbe applicato le loro ricette iperliberiste, smantellato le costose protezioni sociali teutoniche, reso «flessibile» (precario) il lavoro, abbandonato il modello renano, insomma «meno Stato e più mercato».
Il fatto è che la Merkel non governa da sola; guida un governo di coalizione con i socialdemocratici.
E questi le hanno messo a fianco, come vicepremier, Franz Muentefering.
Muentefering è il personaggio che lo scorso aprile definì «uno sciame di locuste» i fondi speculativi americani che sono piombati in Germania a comprare imprese per «snellirle», magari per rivenderle a pezzi e bocconi, dissanguandole della loro forza-lavoro e del loro patrimonio produttivo.
Questo è contro l'interesse nazionale, tuonò Franz: «certi investitori finanziari non pensano un istante alla gente di cui distruggono il lavoro; sono anonimi, non hanno faccia, piombano come sciami di locuste sulle nostre imprese, le divorano, poi volano a divorarne altre».
Scandalo, indignazione, dei mercati.
Ora Muentefering è vice-cancelliere.
E il 15 dicembre a Berlino, davanti a 300 consiglieri d'amministrazione, ha reso chiaro che la Germania non rincorrerà la Cina nella concorrenza sul dumping sociale.
«La Germania sta diventando un paese di bassi salari, ci sono persone che lavorano 40 ore la settimana per 800 euro lordi al mese».
Ed ha delineato la strategia alternativa.
«Primo: la Germania deve tornare ad essere un Paese di alti salari e di alti standard produttivi, e ciò significa grandi investimenti in istruzione, ricerca e tecnologia. Secondo: lo Stato deve ricevere introiti maggiori, non abbiamo 'troppo Stato', ne abbiamo poco. Specie le comunità locali hanno bisogno di un migliore sostegno finanziario, perché oggi investono 15 miliardi di euro in meno che dieci anni fa…se investono, creano posti di lavoro nella costruzione di strade, canali, linee elettriche».
Senza rammodernare le infrastrutture, avverte Muentefering, la Germania «collasserà nei prossimi 20-30 anni», nel vano tentativo di inseguire i bassi salari cinesi.
«Bisogna cambiare strada e da subito».
Come?
Tanto per cominciare, ha detto il vice-premier, «bloccare la rincorsa al dumping sociale all'interno dell'Europa».
Insomma la concorrenza sleale di Polonia e Lituania, che non hanno Stato sociale, sarà combattuta dalla Germania.
E di fatto, anche Angela Merkel non sembra più tanto incline a seguire le ricette di Wall Street.
Lo dice William Pfaff sull'Herald Tribune: «fedele all'Europa sociale, Angela Merkel, si dice, vuole rilanciare il discorso sulla costituzione europea, ma dando al documento una nuova dimensione sociale che precluda le più stravaganti idee del liberismo di mercato, che hanno provocato guai non solo in Francia e Germania, ma anche in Svezia ed Irlanda. Una cosa è che i nuovi Paesi membri, che hanno politiche sociali ultraliberiste, esportino merci a prezzo modico nel resto dell'Unione, un'altra che esportino manodopera a prezzo basso che sottrae lavoro agli europei che vivono in Paesi con migliori politiche sociali» (1).
L'allusione è alla la direttiva Bolkenstein, quella che vuol liberalizzare il settore dei servizi in Europa (facendo temere ai francesi la calata di torme di idraulici polacchi che aggiustano i gabinetti a metà prezzo), e che - bocciata - viene continuamente riproposta per vie traverse dagli eurocrati.
La Merkel non l'appoggerà.
Il che significa che forse, finalmente, la direttiva Bolkenstein colerà a picco.
Il rischio Muentefering, e del suo programma di rilancio keynesiano, è acutamente sentito nei circoli finanziari americani.
Tanto che ai primi di dicembre, parlando all'Institute for International Economics di Washington, David Rubinstein, il fondatore della finanziaria Carlyle (la più grossa delle «locuste»), ha chiamato a raccolta i potentati di Wall Street e il governo USA: riuniamo le nostre forze, ha detto in sostanza, per chiedere più diritti per i nostri fondi speculativi, contro idee come quelle dei socialdemocratici tedeschi che ci vorrebbero mettere le redini.
Il fatto è che anche negli Stati Uniti, forse, l'atmosfera sta cambiando, e non del tutto a favore del business finanziario senza limiti.
Nancy Pelosi, che guida la minoranza democratica alla Camera dei rappresentanti, ha criticato i repubblicani di indifferenza «ai bisogni immediati di fronte a cui si trova il popolo americano».
La Pelosi intendeva le vittime di Katrina («sono passati 100 giorni e la gente ha ancora bisogno di aiuto»), accusando apertamente «il più corrotto Congresso della storia, la cui corruzione e collusione ha causato la perdita di vite umane» a New Orleans.
Ma ha ripetutamente alluso alle «necessità non soccorse» (unmet needs) degli americani dopo decenni di liberismo selvaggio.
Da molto tempo un simile linguaggio «sociale» non aveva più risuonato nel Parlamento USA.
Ma Nancy Pelosi non si è limitata a questo.
Il 2 dicembre, ad Harvard, ha pronunciato un discorso («A new era of American Innovation and Competition») che è parso a molti lo schema di un nuovo, inaudito programma democratico.
Un programma neo-keynesiano, fondato meno sul «mercato» e più sul sostegno pubblico all'istruzione e alla ricerca.
Una «nuova frontiera» kennediana, non liberista».
Cina e India, ha detto, stanno copiando queste politiche kennediane, che «sono state la guida degli Stati Uniti per decenni, e da cui viene il nostro primato. Stanno investendo molto per migliorare il loro sistema di istruzione, creano università di livello mondiale in scienza e tecnologia.Noi abbiamo abbandonato le direttrici che loro ci hanno copiato. Loro si impegnano in ricerche e sviluppo con visuale a lungo termine, noi abbiamo smesso. Il sostegno federale alla ricerca di base raggiunse il suo apice nel 1987, e da allora non fa che diminuire; a Corea è un'incubatrice di innovazione e guida la classifica planetaria per la diffusione della banda larga; noi siamo al 16mo posto».
La Pelosi ha enumerato «cinque aree di intervento» da sostenere.
Primo: una migliore istruzione di base per creare una «nuova generazione di innovatori».
E non inventori di «prodotti finanziari creativi», ma inventori tecnici e scientifici.
Secondo: raddoppiare il finanziamento pubblico nella ricerca scientifica di base.
Terzo: lo sviluppo di comunicazioni a banda larga su scala nazionale «per ogni americano» entro cinque anni.
Quarto: il lancio di un programma d'urto per l'indipendenza energetica.
Quinto: creare un ambiente favorevole alle piccole imprese, fra cui l'accesso a «un'assistenza sanitaria che si possano permettere» (2).
Insomma: istruzione, ricerca, tecnologia.
Un programma che non si distingue molto da quello di Muentefering: America e Germania devono tornare ad essere Paesi «di alti salari e di alti standard tecnologici».
E che implica la riduzione del potere scatenato del «libero mercato» e delle «locuste» finanziarie.
Forse anche gli USA si stanno stancando del liberismo globale al ribasso.
Maurizio Blondet
