“Giuseppe Longhi e Raffaello Morghen – L’incisione neoclassica di traduzione 1780-1840” è il titolo di una mostra tenutasi nel 2010 a Monza. L’incisione “di traduzione”, cioè quella dove l’incisore non crea nulla di originale ma si limita a trasferire sulla lastra capolavori della storia della pittura o comunque opere di altri artisti, gode oggi di minore considerazione rispetto a quella originale. Ciò non toglie che è esistita fin dagli albori della stampa. Nel periodo neoclassico raggiunse forse il suo apice: il gusto caratteristico della stagione le teneva nella massima considerazione, e in tutta Europa sorsero varie scuole.
Le più importanti in Italia furono la scuola milanese, che aveva il suo fulcro nell’Accademia di Brera fondata nel 1776 da Maria Teresa, e quella fiorentina.
Animatore della scuola milanese fu Giuseppe Longhi (Monza 1766 – Milano 1831), che ebbe un folto nucleo di allievi all’Accademia di Brera della quale era docente; di quella fiorentina Raffaello Morghen (Portici 1761 – Firenze 1833), che aveva già acquisito una certa fama a Napoli e a Roma prima di essere chiamato a Firenze nel 1793 dal Granduca di Toscana per aprirvi appunto una scuola di incisione.
Sia Longhi che Morghen ebbero numerosi contatti con la Francia: Longhi fin dal 1801, quando visita anche il Louvre e successivamente riceve numerose commissioni, Morghen fu membro dell’Institut de France e nel 1812 fu nominato Cavaliere della Legion d’onore: fu anche proposto a Napoleone alla direzione di una progettata scuola d’incisione, ma a causa degli eventi storici (leggi: Waterloo) il progetto non si poté concretizzare. Furono anche in contatto tra loro, naturalmente, e non erano per niente rivali: in una occasione, Morghen si premurò di facilitare a Longhi un accesso privilegiato al proprio stampatore a Firenze.
Longhi incise in tutto una sessantina di lastre, molte di più Morghen: circa 250, che diventano però 450 comprendendo le varie edizioni, prove ad acquaforte, avanti lettera, controcalchi ecc.
Nel 1789 Longhi inventò un tavolino il cui piano, dotato di una griglia sul lato inferiore e con la possibilità di ruotare su un perno, consentiva all’intagliatore di abbandonare il cuscinetto sul quale fino ad allora posava la lastra per potervi far forza nell’incidere con una gravosa pressione di polso e spalla. Ciò consentì agli incisori di incrementare agevolmente il formato delle lastre, che arriveranno fino ai 70 cm. e oltre come nel caso del “Cenacolo” di Morghen. Il tavolino mobile
(vedi immagine) fu ben presto adottato dagli incisori di ogni scuola e di ogni nazione.
Tutte queste informazioni, e le immagini che caricherò, sono tratte dal catalogo della mostra di cui sopra, promossa e organizzata dalla Associazione Amici dei Musei di Monza e Brianza e curata da Alberto Crespi.
Samuele Jesi: Ritratto di Giuseppe Longhi, bulino, mm 150 x 120
Paolo Caronni: Ritratto di Raffaello Morghen, 1811, bulino, mm 190 x 148