Parliamo di libri

Questo mese è iniziato col botto: 5 libri letti

"25 grammi di felicità"
(M. Vacchetta con A. Tomaselli - Pickwick)

Massimo è un veterinario di campagna che, per caso, si trova ad accudire una riccetta di pochi giorni e di poco peso: 25 grammi.
Un piccolo animaletto fa nascere enormi cose: Massimo ritrova il gusto e il senso della vita e mette in piedi uno dei più grandi centri di recupero ricci in Europa: "La Ninna".
Un racconto semplice di amore, sacrificio e dedizione, un piccolo libro pieno di gesti di cura che fa sorridere e intenerire e commuovere e riflettere. Tutto quello che so sui ricci l'ho imparato dall'autore che seguo in rete da almeno 10 anni. Finalmente sono riuscita anche a leggere il suo primo libro.

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Non credevo di riuscire a finire un altro libro ancora in gennaio (!)

Eccone un altro, invece.

"Internet non è un posto per femmine"
(S. Semenzin - ed Opera Viva)

"Internet non è un posto per femmine" di Silvia Semenzin è un saggio di solida impostazione teorica che affronta la rete come spazio politico, economico e strutturalmente non neutrale. Il punto di forza del lavoro sta nella capacità dell’autrice di collocare i fenomeni di misoginia online e violenza di genere digitale all’interno di un quadro più ampio, in cui tecnologia, potere e mercato risultano profondamente intrecciati.

Semenzin mostra con chiarezza come l’attuale configurazione di internet sia il prodotto di una razionalità neoliberista, nella quale le piattaforme digitali operano secondo logiche di massimizzazione del profitto, estrazione dei dati e concentrazione del potere. In questo contesto, la violenza di genere online non è un effetto collaterale né un malfunzionamento del sistema, ma un fenomeno funzionale a un’economia dell’attenzione che monetizza conflitto, esposizione e vulnerabilità. La rete non solo tollera la violenza, ma spesso la incentiva, perché essa genera traffico, engagement e quindi valore economico.

Il saggio evidenzia come gli algoritmi, lungi dall’essere strumenti tecnici neutrali, incorporino e riproducano gerarchie sociali preesistenti, in particolare quelle di genere. Le scelte di design, moderazione e governance delle piattaforme riflettono rapporti di forza ben precisi e finiscono per rafforzare un ambiente digitale che penalizza sistematicamente donne, soggettività femminilizzate e minoranze. In questo senso, Semenzin lega in modo convincente la violenza online alla distribuzione asimmetrica del potere tecnologico, concentrato nelle mani di pochi attori economici globali.

Particolarmente rilevante è l’analisi storica del rapporto tra donne e tecnologia: l’autrice ricostruisce come la progressiva maschilizzazione del settore tecnologico sia andata di pari passo con la sua crescente centralità economica e simbolica. Quando l’informatica diventa potere, capitale e prestigio, le donne vengono espulse o rese invisibili. Questo passaggio non è casuale, ma coerente con un sistema che associa competenza tecnica, autorità e controllo al maschile.

Il libro si distingue per l’uso accurato di studi accademici, dati empirici e riferimenti teorici, che rendono l’argomentazione solida e verificabile. Semenzin non si limita a descrivere i fenomeni, ma li inscrive in una riflessione strutturale sul capitalismo digitale, mostrando come la rete rifletta e amplifichi le stesse dinamiche di dominio presenti nel mondo offline.

"Internet non è un posto per femmine" è dunque un saggio che contribuisce in modo significativo alla comprensione del rapporto tra genere e tecnologia nell’epoca del capitalismo delle piattaforme, e rappresenta un testo di riferimento per chi voglia analizzare internet non come spazio astratto o neutro, ma come dispositivo di potere profondamente radicato nelle logiche economiche contemporanee.
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