La scelta
«Basta, adesso vendo tutto e metto i soldi sotto al materasso». Al termine di sedute disastrose per i mercati azionari come quella di ieri capita spesso di sentire frasi simili. Servono nella maggior parte dei casi all'investitore per dar sfogo alla rabbia o alla frustrazione e difficilmente vengono seguite dai fatti: agire dando retta all'emotività del momento, si sa, è uno degli errori peggiori che si possa commettere e viene marchiato con la matita rossa su ogni buon manuale di investimento.
Può capitare però che qualcuno decida effettivamente di vendere le proprie partecipazioni in società di Borsa, i titoli obbligazionari o i fondi proprio in questi giorni. magari non proprio per nasconderli nel materasso, ma per parcheggiarli in uno dei tanti strumenti di liquidità in attesa di tempi migliori. E allora è forse opportuno fare un punto della situazione, in modo da conoscere meglio la strada che si lascia e quella che si sta per intraprendere.
Vendere in un momento in cui i listini azionari (almeno Piazza Affari) sono vicini ai minimi degli ultimi due anni e mezzo significa giocoforza subire una decurtazione significativa sul capitale investito. Intendiamoci, la perdita è già effettiva anche se si tiene duro e non si cambia il portafogli, ma vendere sarebbe come metterci una pietra sopra, rinunciare a un eventuale (ma tutt'altro che certo) rimbalzo e contabilizzare una volta per tutte la debacle.
Certo, il mercato, così come il settore su cui si è puntato, fa la sua bella differenza, e pure il momento in cui si è investito. Tanto per fare qualche esempio (vedi il grafico a fianco), chi avesse puntato diecimila euro a inizio anno su un titolo bancario italiano si troverebbe adesso in mano circa 6.900 euro, risultato di una perdita che, a livello di settore e purtroppo al netto del crollo di ieri, raggiunge il 31%. Lo stesso ammontare dirottato su una delle utility di Piazza Affari avrebbe permesso invece di conservare, si fa per dire, oltre 9mila euro. E più protezione la si sarebbe trovata anche investendo in Europa (8.638, -13,6%).
Logico che anche i fondi comuni azionari abbiano dato performance simili: sempre da inizio anno, l'indice Fideuram dei prodotti di categoria italiani segna un calo del 14,6%, che avrebbe ridotto il capitale iniziale fino a poco più di 8.500 euro. Per i fondi obbligazionari il discorso è invece più articolato, così come lo è ovviamente per chi ha investito in titoli di Stato italiani, perché in questo caso il timing diventa fondamentale.
Chi avesse puntato a inizio anno sui bond conserverebbe al giorno d'oggi (tenuto conto del prezzo dei titoli e delle cedole incassate) un margine di profitto, non esaltante visto che si tratta di cifre attorno a un centinaio di euro, ma pur sempre un guadagno: vendere sarebbe dunque meno doloroso. Lo stesso investimento effettuato a fine giugno (e cioè poco prima che le tensioni sui mercati si facessero significative) dà però risultati diversi, sia per i fondi obbligazionari (-0,26), sia per BTp (-0,33%) e soprattutto per i più volatili CcT (-2,2%): in questo caso il calo dei prezzi (che non subirebbe chi decide di portare a scadenza i titoli) non è sufficiente a compensare le cedole distribuite. Soltanto i BoT si salverebbero, ma per poco.