Dai mercati l'urlo per la politica
Annunci, smentite, altri annunci. Minacce di nuove tasse sulla finanza e di ritorsioni contro gli operatori, gli speculatori cattivi e persino contro le società di rating, a cui oggi non si perdona di guardare senza sconti ai conti degli Stati dopo averle moralmente condannate per non aver fatto altrettanto con i bilanci di Lehman Brothers e i con mutui subprime. E poi troppe parole in libertà sul declino americano e sulla governance dell'euro, sul futuro di un'Europa che non c'è più e su un mercato finanziario ancora senza regole globali, destabilizzato da incertezze politiche e squilibri economici che hanno reso ingovernabile persino il sistema valutario, ormai in balia delle svalutazioni competitive americane e dalla resistenza della Cina ad accettare le responsabilità che gli derivano dal suo ruolo-guida nel commercio mondiale.
Con
questo scenario davanti agli occhi e sugli schermi dei computer, c'è poco da meravigliarsi se il panic selling sia tornato sui mercati, con la fuga degli investitori dalle Borse e dal rischio e con la corsa sfrenata del risparmio verso rifugi più sicuri: non solo l'oro o il franco svizzero, ma soprattutto i T-bond americani, che in barba al downgrade dell'America - e in un mondo dominato da incertezze - continuano a rappresentare l'unico punto di riferimento affidabile per i grandi flussi di capitale internazionali.
L'Europa, per gli investitori, non è un rifugio sicuro e forse non lo sarebbe nemmeno più l'Eurobond: il confronto che fanno i mercati è tra un'architettura finanziaria disarticolata e priva di politiche industriali e fiscali coordinate e un sistema storicamente più solido, quello americano, che ha una sola valuta, un solo debito, un solo governo e un solo mercato.
Prendersela con il 'mercato cattivo', paragonare la Borsa a un orologio rotto, lanciare campagne contro fantomatici speculatori anti-euro o contro improbabili massonerie finanziarie annidate a Wall Street significa solo rifiutare la realtà e dare altri alibi alla politica del non fare. Ormai è chiaro a tutti che ci muoviamo in uno scenario in cui la globalizzazione impedisce misure unilaterali, ma interessi divergenti condannano alla paralisi.
Il vecchio sistema di regole e certezze sta crollando, il nuovo nessuno lo intravvede o tenta di costruirlo perché tutto si intreccia con la crisi e la minaccia di un aggravamento finanziario o dell'economia reale. Tutti vivono alla giornata - operatori, governi, istituzioni soprannazionali - e hanno paura di progettare il futuro. Sembra che nel mondo si sia diffusa una nuova malattia che si credeva soltanto italiana: inseguire il presente rimanendone prigionieri. E allora si spiega quel che sta succedendo sui mercati.