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Cina, ispezione anale a 10mila colombe: misure di sicurezza per la festa nazionale

Il capo della polizia di Pechino: "Ali, zampe e ano sono stati esaminati per verificare che gli uccelli non portassero con sé elementi sospetti". Il timore è per i movimenti separatisti. Ma i giornali indipendenti accusano: "La libertà dei cinesi è sempre più vulnerabile"


di Redazione Il Fatto Quotidiano | 1 ottobre 2014Commenti (9)

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Per celebrare la Festa nazionale, la Cina ha liberato in cielo diecimila colombe. Ma prima che gli uccelli simbolo di pace prendessero il volo, ogni esemplare è stato sottoposto a un rigido controllo. Il governo di Pechino, infatti, ha ordinato che piume e ano di ogni esemplare fossero ispezionati per scongiurare possibili attacchi separatisti e per accertarsi che non fossero presenti materiali pericolosi.
A rendere note queste insolite misure di controllo è stato il Beijing News tramite un tweet e il People’s Daily ha ripreso la notizia in inglese. I lettori hanno reagito con ilarità e, visto che qualcuno ha schernito il governo, il Beijing News ha cancellato il tweet dal sito dopo qualche ora. Il capo della sicurezza della capitale Guo Chunwei ha dichiarato al Jinghua Times che “ali, zampe e ano di ogni uccello sono stati esaminati dal personale incaricato per verificare che non portassero con sé elementi sospetti. Le operazioni sono state documentate in un video e gli uccelli sono stati caricati in un veicolo sigillato fino a piazza Tienanmen” dove il 1 ottobre il Paese ha festeggiato l’anniversario per i 65 anni dalla fondazione della Repubblica popolare cinese.
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Un editoriale del giornale indipendente Zhang Ping e circolato attraverso i social media ha paragonato la sorte delle colombe alla situazione in cui versa il popolo cinese: censura, controllo mediatico, ingiustizia sociale, la dura sorveglianza del governo nei confronti dei cittadini sono le stesse misure di monitoraggio applicate ai diecimila uccelli. “La libertà e la dignità dei cinesi è sempre più vulnerabile e può essere espropriata in qualunque momento” si legge sullo Zhang Ping. “Prima bisogna passare attraverso le pene e le umiliazioni di un’ispezione anale e poi si ha l’obbligo di apparire pacifici e sorridenti nello schermo della tv di Stato”.
 
SANTA MARINELLA, ITALIA - No, non ci siamo dimenticati di Francesco Delfino, uno dei quei personaggi assurdi che solo in Italia possono arrivare ai vertici del potere. Delfino, ch'era generale dei Carabinieri e ufficiale del SISMI, è stato protagonista di una miriade di fatti avvenuti negli ultimi trent'anni, almeno stando ai suoi racconti: fu lui, a suo dire, l'unico italiano ad essere inviato a Londra per investigare sul suicidio di Roberto Calvi, il banchiere di Dio, e fu il primo a sostenere la tesi dell'omicidio (a Spadolini, allora Presidente del Consiglio, riferì le parole "Calvi si ha suicidato"), organizzò l'arresto di Flavio Carboni e di Francesco Pazienza (personaggi anche loro coinvolti a vario titolo nella faccenda del Crack dell'Ambrosiano) e rivendicò persino di aver dato la svolta decisiva alle indagini che portarono alla cattura di Totò Riina (in realtà, in seguito si scoprì che fu Provenzano a consegnare il boss ai Carabinieri).

Ma fu in occasione del sequestro Soffiantini che Delfino fece il botto: amico del rapito (ad averne amici così!), si propose come intermediario per il pagamento del riscatto e si fece consegnare dai parenti ben un miliardo di lire, che poi si sarebbe bellamente intascato. Delfino curioso! Il genio fu presto scoperto, inquisito e condannato a più di tre anni di carcere, pena che cercò di evitare prima fingendosi gravemente malato e poi tentando il suicidio battendo ripetutamente la testa contro il muro della cella.
 

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