Alla cortese attenzione di Tashtego

Emanuele Lauria per "La Repubblica"

Il suo no è fermo. Categorico. Quei 25 mila euro, che il Pd ha chiesto a tutti gli eletti in Parlamento, proprio non vuole sapere di pagarli. E il senatore Corradino Mineo motiva così la scelta: «Per accettare la candidatura ho lasciato la Rai e una retribuzione più alta dell'attuale ». È uno dei passaggi della lettera che il giornalista, ex direttore di Rainews 24, ha inviato all'amministrazione del partito in Sicilia. La risposta alla richiesta di versare un «contributo di solidarietà» cui è tenuto, per regolamento, chi è inserito nelle liste in posizione utile per l'elezione.
CORRADINO MINEO RICCARDO JACONA E MARIA CUFFARO Quando è troppo è troppo, per Mineo. Che ricorda di aver versato nel 2013 già 14 mila euro al Pd e di averne spesi 24 mila «per l'attività in Sicilia». Nella sua missiva, il senatore - capolista alle Politiche 2013 - ricorda pure di «aver dovuto pagare una multa da 900 euro al Comune di Valderice per l'affissione irregolare di manifesti» e di dover sopportare un canone da 800 euro al mese «per l'affitto di un appartamento a Palermo».
CORRADINO MINEO - copyright PizziTroppo, anche per un parlamentare che guadagna 13 mila euro netti, più 1.650 euro come rimborso spese. Anche perché Mineo, in Rai, aveva appunto una retribuzione più alta. L'ascesa a Palazzo Madama non è stata conveniente, insomma. Almeno sul piano economico. «Ho rinunciato a 60 mila euro - dice il senatore - . E non ho fatto un favore a nessuno: mi hanno pregato per farmi candidare. Poi ho scoperto che dovevo pagare una specie di pizzo per essere messo in posizione utile. Ma scherziamo?
madama Io pago, e volentieri, per progetti visibili, non per finanziare le autoblù del segretario o le assunzioni di comodo nel partito. Se avessi saputo prima di questo mercimonio, avrei rifiutato il posto in lista. Purtroppo avevano già organizzato la conferenza stampa... ». Il caso è esploso nel bel mezzo della pesante crisi finanziaria del Pd siciliano che, creditore di 500 mila euro nei confronti dei parlamentari che non versano le quote, è stato costretto ad avviare le procedure di licenziamento per 13 impiegati.
L'ex presidente siciliano del collegio dei garanti, Giacomo Torrisi, rammenta a Mineo che «il contributo di solidarietà serve anche a pagare il personale che rischia il posto e non si trova nell'angosciante dilemma - ironizza Torrisi - di poter scegliere fra un lavoro e una candidatura in Parlamento». La questione, ora, è sul tavolo dei garanti nazionali.
 
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La storia del contenzioso sui termovalorizzatori è lunga e complessa. Inizia nel 2002, quando il presidente della Regione e commissario per l'Emergenza rifiuti Totò Cuffaro emana un bando per l'affidamento ventennale della termovalorizzazione. L'anno successivo, Cuffaro firma una convenzione con i quattro vincitori: Sicilpower, Palermo Energia Ambiente, Tifeo Energia Ambiente e Platani Energia Ambiente. Nel 2007, però, la Corte di giustizia dell'Unione europea dice che il bando non va bene: i documenti, infatti, non sono stati pubblicati sulla Gazzetta ufficiale europea. Due anni dopo, quando il presidente della Regione è Raffaele Lombardo, viene stipulato un accordo con le quattro aziende: l'intesa prevede un nuovo bando e un risarcimento per le quattro aziende originarie da parte del nuovo vincitore.
Qui, secondo la Regione, ci sarebbe la prima anomalia. L'accordo con il quale Palazzo d'Orléans si impegna a far partire una nuova gara porta la data del 28 aprile 2009, ma il bando è stato inviato alla Gazzetta ufficiale dell'Unione europea il 27 aprile. Il giorno prima. Comunque sia, si apre da un lato uno scontro davanti al Tar per contestare l'annullamento del bando del 2002 e dall'altro un contenzioso civile. Il primo ha portato a una sentenza di primo grado che ha ipotizzato “accordi illeciti” per generare un “meccanismo anticoncorrenziale” e a una pronuncia del Cga che ha dato ragione alla Regione e ha trasmesso gli atti alla Procura di Palermo. Il contenzioso civile, invece, è ancora aperto.
È per quest'ultimo che la Regione ha dato mandato a Pier Carmelo Russo. I contenziosi, in realtà, sono due: Sicilpower si è rivolta al tribunale di Palermo, le altre tre a quello di Milano. La strategia della Regione, in realtà, punta a chiudere la partita: in prima battuta Palazzo d'Orléans sostiene che della questione, al limite, debba essere investita la presidenza del Consiglio dei ministri, perché Cuffaro firmò quegli atti nelle vesti di commissario per l'Emergenza rifiuti delegato appunto da Palazzo Chigi. In seconda battuta l'ipotesi è che il contratto sia nullo per violazione del diritto comunitario: “Altrimenti – sostengono alla Regione – si dovrebbe aprire una procedura di infrazione contro l'Italia, perché gli impianti previsti avevano emissioni di gas superiori alle norme comunitarie”. In ultima analisi, però, c'è appunto la transazione. Sulla quale, in realtà, a Palazzo d'Orléans frenano: “Andiamo solo ad ascoltare”. Ma con una linea decisamente meno irremovibile rispetto a quel “noi transazioni non ne facciamo”.
 
Quando si tratta di conservazione corretta degli alimenti, ci sono molte convinzioni dure a morire. Come ad esempio tenere il pane in frigorifero perché mantenga la sua freschezza. O ancora i pomodori, il basilico, addirittura il caffè, affinché non perda l'aroma. Tuttavia, queste regole, nonostante siano a discrezione di ciascuno di noi, sono di fatto sbagliate.
Perché ad esempio molti ingredienti, nonostante debbano essere conservati in luoghi freschi e asciutti, sono assolutamente da tenere lontani dal frigorifero. Come l'aglio, ad esempio, che a temperature troppo basse si ammorbidisce e secca. O anche i pomodori che perdono tutto il loro sapore e le loro proprietà se conservati in frigo. O anche il basilico: se proprio se ne vogliono conservare le foglie per non buttarle, meglio sbollentarle e riporle nel freezer. Qualche indicazione? Basta leggere quali sono i 10 cibi da non tenere assolutamente in frigorifero e tenere a mente i consigli per conservarli e non far loro perdere le qualità.
 
Nelle parti bruciate della carne – proprio quelle che a molti piacciono perché croccanti - si possono annidare le amine eterocicliche, sostanze tossiche in grado di aumentare il rischio di cancro del colon, qualora il loro consumo sia abbondante e prolungato nel tempo.
Il colore nero, tipico della carne bruciata, è infatti la “spia visiva” della eccessiva cottura che - andando oltre il dovuto - ha denaturato le componenti dell’alimento, trasformandole in altri composti, spesso tossici per l’organismo. Ecco perché è bene non esporre la carne ad un calore eccessivo e non bruciarla; qualora, poi, si dovessero bruciare alcune parti dell’alimento, meglio scartarle.
Più rischiosa la cottura sulla brace, nella quale il pericolo deriva non solo dalle parti annerite, ma da eventuale presenza di componenti del fumo ed è, quindi, un tipo di cottura da riservare a occasioni speciali. Come per tutte le cose, non è obbligatorio evitare la cottura alla brace o l’eccessiva cottura dei prodotti animali, ma è bene non farne un uso costante.
 
Viti era il figlio (unico) devoto e buono, grande lavoratore, magari soltanto un po’ impacciato, che frequentava la Federazione dei giovani comunisti, che aiutava il padre idraulico, che aggiustava lavatrici e rubinetti con grande perizia e impegno. Gli affari andavano anche bene. O meglio: sono andati bene fino a qualche tempo fa, poi per colpa della crisi i clienti sono diminuiti, le richieste di intervento pure. Tanto che negli ultimi anni Riccardo faceva più che altro il casalingo e i soldi li portava a casa la moglie, impiegata come operaia in un’azienda di pulizie.
LA MOGLIE Già, la moglie Oksana, arrivata dall’Ucraina dieci anni fa con un figlio grandicello, incontrata da Viti chissà dove, e sposata all’improvviso per poter dire anche a sé stesso che, in un mondo in cui «le ragazze non mi hanno mai voluto», almeno una se l’era preso come marito, e la portava a ballare alla Casa del Popolo con orgoglio. E poco importa se lei fosse soprattutto interessata a levarsi di dosso l’etichetta di clandestina grazie al matrimonio. I genitori l’avevano accolta bene. E fra il loro appartamento e quello del figlio, sullo stesso pianerottolo, avevano aperto un varco. Una sola grande famiglia.
 
Qualcuno tolga lo smartphone dalle mani di Giggino. Annoiato, probabilmente dai lenti ritmi domenicali, mentre 'o ragù borbottava sui fornelli, il sindaco di Napoli ha deciso di ravvivare un po' la giornata dei suoi concittadini lanciando un tweet che sta letteralmente spopolando in rete dalle parti del Vesuvio. Scrive 'o sindaco: "Hey hey, my my rock and roll can never die". Che cosa significa? Boh. Per ora, nessuno lo sa. Il cinguettio non è passato comunque inosservato, e qualcuno gli ha risposto per le rime: "Stai 'mbriac?". Oppure: "Fatt nu bbob sindaco". E ancora: "Non stai prendendo più le pillole". Fino al più classico: "Ma tutt'appost, Giggì?".
 

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