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Chi è Babbo Natale
All’approssimarsi del solstizio di inverno, con le luminarie, torna puntuale come un fenomeno astronomico la filologia natalizia. Chi è davvero Babbo Natale, alias Santa Klaus? Per ora i contributi di rilievo di quest’anno sono due, uno artistico e uno antropologico, entrambi inglesi. La National Gallery di Londra espone per la prima volta un’opera intitolata “La carità di san Nicola di Bari”. L’autore è Girolamo Macchietti, manierista, seguace del Vasari, autore di alcuni dipinti del celebre studiolo di Francesco I a Firenze. Devotamente l’artista manierista ha rispettato la soluzione iconografica delle due versioni della Carità di san Nicola di Ambrogio Lorenzetti, trecentesco senese: la versione più complessa degli Uffizi di Firenze e la versione più semplice e più immediata del Louvre di Parigi. Come Lorenzetti, Macchietti ha diviso il campo in due sezioni verticali. Un muro separa san Nicola dalla famiglia beneficata. San Nicola è all’esterno, la famiglia è chiusa nella stanza. Da una finestrella il santo getta loro le famose palle d’oro. E’ un’immagine particolarmente azzeccata per un Natale in tempo di crisi. La famiglia che per l’inedia ha già perso le forze è stata ricca, lo confermano la mobilia e i tendaggi della casa. La loro è la povertà che più fa paura. Chissà se il tempismo è casuale o se la direzione della National Gallery ha voluto offrire per Natale una metafora?
Da san Nicola all’amantina
Come si sa Babbo Natale, alias Santa Klaus, è un sangue misto. Per metà è orientale. E’ il vescovo di Mira in Licia, cioè in Anatolia, diventato patrono di Bari, città sede storica della Fiera del Levante. Per l’altra metà è un figlio dell’estremo nord europeo, come testimoniano la slitta e le renne. E’ un essere composito, come il grifone, la chimera il pegaso. Quando il miracoloso vescovo del mondo classico abbia incontrato lo sciamano pagano del nord non si sa bene. Non prima dell’inizio dell’Ottocento, parrebbe. Quando i sami già si erano convertiti al cristianesimo senza rinunciare del tutto a certe pratiche magiche che si erano dimostrate utili per la sopravvivenza in secoli di vita grama nelle tundre del nord. Il contributo antropologico si pregia di spiegare l’origine della slitta volante trainata dalle renne. I sami sono più o meno i lapponi. Vivono all’estremo nord dei paesi nordici d’Europa, tra la Norvegia, la Svezia, la Finlandia e perfino un pezzo di Russia nord-occidentale. Sono una di quelle minoranze etniche che rivendicano, sommessamente, un riconoscimento ufficiale. All’uopo si sono dati una bandiera, molto colorata, un po’ psichedelica e hanno messo in piedi una nazionale di calcio che, non riconosciuta dall’Uefa né dalla Fifa, ha partecipato comunque a un campionato in Occitania, regione linguistica non insensibile alle ragioni dell’autonomia. I sami sono fieri di avere contribuito alla civiltà globale con la sauna, gli sci, e un magnifico coltello che ha ispirato un designer finlandese. Si fanno anche un vanto di non avere mai conosciuto la guerra. Ora, grazie all’intuizione di un antropologo, pongono un’ipoteca sul pedigree di Santa Klaus. Babbo Natale non è il primo ad andare in giro per il cielo di camino in camino. Lo ha preceduto l’Uomo della sabbia, alias Nano sabbiolino, che ogni notte svolge il defatigante compito di gettare sabbia negli occhi dei bambini che non vogliono coricarsi. In confronto Babbo Natale è un lazzarone che non fa che un giro di distribuzione all’anno, trasportato dalle renne volanti. Per i sami le renne sono state la vita. Hanno dato la carne, il latte, la pelle. Hanno dato anche l’urina. Le renne sono ghiotte di amanita muscaria, il fungo tossico, rosso a puntini bianchi delle fiabe vittoriane. L’amanita muscaria, si sa, contiene un alcaloide allucinogeno. Ne facevano certamente uso gli sciamani siberiani. Che ne facessero uso i sami non è ben documentato. Tuttavia le renne funzionavano da alambicco. Mangiavano il fungo ed espellevano l’alcaloide con l’urina. Bevendola, i sami volavano alto (to fly high). Ora, il nome inglese della muscaria è Fly agaric. I botanici intendono fly come mosca, sia che il fungo contenga un insetticida naturale, sia che faccia venire le mosche nel cervello. Ma fly vuole dire anche volare e ogni popolo vola come può. Se nel Mediterraneo Febo faceva il suo giro in un carro trainato da cavalli, cosa impediva che i sami, ciucchi d’urina, vedessero i loro sciamani andare in giro per il cielo in una slitta trascinata da renne e vestiti con i colori della muscaria? Altro che pubblicità della Coca Cola.
di Sandro Fusina
All’approssimarsi del solstizio di inverno, con le luminarie, torna puntuale come un fenomeno astronomico la filologia natalizia. Chi è davvero Babbo Natale, alias Santa Klaus? Per ora i contributi di rilievo di quest’anno sono due, uno artistico e uno antropologico, entrambi inglesi. La National Gallery di Londra espone per la prima volta un’opera intitolata “La carità di san Nicola di Bari”. L’autore è Girolamo Macchietti, manierista, seguace del Vasari, autore di alcuni dipinti del celebre studiolo di Francesco I a Firenze. Devotamente l’artista manierista ha rispettato la soluzione iconografica delle due versioni della Carità di san Nicola di Ambrogio Lorenzetti, trecentesco senese: la versione più complessa degli Uffizi di Firenze e la versione più semplice e più immediata del Louvre di Parigi. Come Lorenzetti, Macchietti ha diviso il campo in due sezioni verticali. Un muro separa san Nicola dalla famiglia beneficata. San Nicola è all’esterno, la famiglia è chiusa nella stanza. Da una finestrella il santo getta loro le famose palle d’oro. E’ un’immagine particolarmente azzeccata per un Natale in tempo di crisi. La famiglia che per l’inedia ha già perso le forze è stata ricca, lo confermano la mobilia e i tendaggi della casa. La loro è la povertà che più fa paura. Chissà se il tempismo è casuale o se la direzione della National Gallery ha voluto offrire per Natale una metafora?
Da san Nicola all’amantina
Come si sa Babbo Natale, alias Santa Klaus, è un sangue misto. Per metà è orientale. E’ il vescovo di Mira in Licia, cioè in Anatolia, diventato patrono di Bari, città sede storica della Fiera del Levante. Per l’altra metà è un figlio dell’estremo nord europeo, come testimoniano la slitta e le renne. E’ un essere composito, come il grifone, la chimera il pegaso. Quando il miracoloso vescovo del mondo classico abbia incontrato lo sciamano pagano del nord non si sa bene. Non prima dell’inizio dell’Ottocento, parrebbe. Quando i sami già si erano convertiti al cristianesimo senza rinunciare del tutto a certe pratiche magiche che si erano dimostrate utili per la sopravvivenza in secoli di vita grama nelle tundre del nord. Il contributo antropologico si pregia di spiegare l’origine della slitta volante trainata dalle renne. I sami sono più o meno i lapponi. Vivono all’estremo nord dei paesi nordici d’Europa, tra la Norvegia, la Svezia, la Finlandia e perfino un pezzo di Russia nord-occidentale. Sono una di quelle minoranze etniche che rivendicano, sommessamente, un riconoscimento ufficiale. All’uopo si sono dati una bandiera, molto colorata, un po’ psichedelica e hanno messo in piedi una nazionale di calcio che, non riconosciuta dall’Uefa né dalla Fifa, ha partecipato comunque a un campionato in Occitania, regione linguistica non insensibile alle ragioni dell’autonomia. I sami sono fieri di avere contribuito alla civiltà globale con la sauna, gli sci, e un magnifico coltello che ha ispirato un designer finlandese. Si fanno anche un vanto di non avere mai conosciuto la guerra. Ora, grazie all’intuizione di un antropologo, pongono un’ipoteca sul pedigree di Santa Klaus. Babbo Natale non è il primo ad andare in giro per il cielo di camino in camino. Lo ha preceduto l’Uomo della sabbia, alias Nano sabbiolino, che ogni notte svolge il defatigante compito di gettare sabbia negli occhi dei bambini che non vogliono coricarsi. In confronto Babbo Natale è un lazzarone che non fa che un giro di distribuzione all’anno, trasportato dalle renne volanti. Per i sami le renne sono state la vita. Hanno dato la carne, il latte, la pelle. Hanno dato anche l’urina. Le renne sono ghiotte di amanita muscaria, il fungo tossico, rosso a puntini bianchi delle fiabe vittoriane. L’amanita muscaria, si sa, contiene un alcaloide allucinogeno. Ne facevano certamente uso gli sciamani siberiani. Che ne facessero uso i sami non è ben documentato. Tuttavia le renne funzionavano da alambicco. Mangiavano il fungo ed espellevano l’alcaloide con l’urina. Bevendola, i sami volavano alto (to fly high). Ora, il nome inglese della muscaria è Fly agaric. I botanici intendono fly come mosca, sia che il fungo contenga un insetticida naturale, sia che faccia venire le mosche nel cervello. Ma fly vuole dire anche volare e ogni popolo vola come può. Se nel Mediterraneo Febo faceva il suo giro in un carro trainato da cavalli, cosa impediva che i sami, ciucchi d’urina, vedessero i loro sciamani andare in giro per il cielo in una slitta trascinata da renne e vestiti con i colori della muscaria? Altro che pubblicità della Coca Cola.
di Sandro Fusina