FTSE Mib Futures Gli amici di Fibonacci - Cap. 1

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Illusione Soldi Gratuiti
da NT • 11 SETTEMBRE 2017
Dal 2008 le banche centrali hanno intervenuto in mercati finanziari globali in una forma o nell'altra, principalmente attraverso tassi di interesse bassi / zero / negativi, ma anche con vari programmi di riduzione quantitativa, ripetitivi e in corso.

Sono 2017 e non si sono fermati. Niente di nuovo là, ma ancora vale la pena documentare la portata della distorsione finanziaria che permea i mercati finanziari fino ad oggi.

Finora il totale cumulativo nell'anno di intervento fino ad oggi ha colpito 2 trilioni di dollari :

"Finora nel 2017 ci sono stati 1,96 miliardi di dollari di acquisto di attività finanziarie della banca centrale solo nel 2017, dato che i bilanci delle banche centrali sono cresciuti di 11,26 miliardi di dollari da Lehman a 15,6 miliardi di dollari ".

15,6 miliardi di dollari, senza conseguenze negative secondo Mario Draghi come ha descritto la scorsa settimana:

"Domanda: Hai qualche informazione su effetti collaterali negativi del programma di riduzione quantitativa, ma che puoi dirci?

Draghi: Gli effetti collaterali negativi del programma di riduzione quantitativa che non ho. Non è che non ho informazioni; non vediamo effetti negativi di questo programma ".

Beh, il gioco è fatto. $ 15.6 trilioni in intervento artificiale e nessun effetto negativo in vista. Allora perché fermarsi? Se è così fantastico perché mai smettere?

Forse forse non vedremo mai le banche centrali non intervenire.

Dopo tutto la BCE sta uscendo dalla sua strada per estendere l'intervento fino al regno. Dopo la comunicazione di Dragoje, la settimana scorsa, il treno continua: Coeure della BCE: "Rispetto agli shock di domanda passati, la politica rimarrà più disposta per più tempo".

Mentre la BCE sta ancora intervenendo ad una clip di 60B Euro / mese, siamo ancora in grado di vedere quasi un trimestre di migliaia di euro in QE entro la fine di quest'anno dalla sola ECB, non rappresentando il BOJ che acquista ETF in Giappone o la SNB acquistare direttamente le scorte americane.

E anche la federazione degli Stati Uniti sembra fortemente sospetta in quell'offerta di moneta M1 mantiene la stampa di nuovi record che abbracciano attentamente la S & P 500 lungo la strada:



E per il record storico devo descrivere:

Il programma QE del 2017 della BCE è più grande dell'intero bilancio annuale dell'esercito americano.

Le banche centrali hanno in programma i programmi QE nel 2017 in modo significativo di quello che costa per far funzionare tutti i militari nel mondo COMBINATI.

Non so come altro mettere questi numeri straordinari in un contesto significativo.

Eppure i banchieri centrali affermano di non distruggere i mercati finanziari globali. Naturalmente devono dire che altrimenti le loro azioni sarebbero indifendibili.

Questo è ciò che viene chiamato a giocare a tennis senza la rete.

Infatti Draghi ha fatto il suo atteso 2 passi la settimana scorsa. La crescita è solida e funziona bene, ma la BCE avrà tassi bassi per molto oltre la fine della QE (ogni volta che succede) e non si è impegnato a un rallentamento specifico in QE, oltre a suggerire le discussioni da venire e varie opzioni valutate.

Promesse, promesse e promesse. In realtà non sono nemmeno promesse in quanto tutti i banchieri centrali stanno promettendo di ampliare lo stimolo non appena una recessione può essere nelle opere.

Il messaggio: non vedremo mai di non intervenire nuovamente.

Quindi tutto è bene per gli investitori allora? Un backstop permanente? Dopo che tutti gli stock non scendono mai più come l'indice di tutto il mondo non ha visto un unico mese giù da ottobre 2016:



Sì, $ 2 trilioni di intervento artificiale entro soli 8 mesi crea inflazione di asset.

E conseguenza libera di avvio.

Beh, tranne che le valutazioni stanno urlando in alto attraverso il bordo:



con tutti i fondi comuni:



... e l'ottimismo degli investitori a 17 anni:



Quanto alle promesse che i banchieri centrali fermeranno QE e rilanceranno di nuovo i tassi? Non trattenere il respiro:

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Sven Henrich

✔@NorthmanTrader

I guess that was it then.

7:21 PM - Sep 6, 2017
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Danni dopo questo? Non sto dicendo che Kashkari è errato, in realtà potrebbe essere corretto che sostiene la mia affermazione più ampia: le banche centrali sono intrappolate nel loro costrutto e dobbiamo ancora vedere i mercati sperimentati senza espansione nello stimolo.

Infatti, i grafici a macroistruzione che continuo a pubblicare urlano in difficoltà mentre il mondo è caricato in debito e la crescita del prestito, la produttività e il reddito reale disponibile continuano a rallentare.

No, Mario Draghi non può vedere alcun pericolo. Ma ha recentemente guardato nello specchio?

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Sven Henrich

✔@NorthmanTrader

Draghi: We don't see the danger. We are the danger.

3:04 PM - Sep 7, 2017
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$ 15.6 trilioni di QE senza conseguenze negative. I banchieri centrali hanno creato un ambiente in cui il rischio è stato eliminato e le scorte non scendono mai.

E questa è un'illusione che solo i soldi liberi possono acquistare.
 
USA: un calcio al barattolo
by RICCARDO FRACASSO on 09/09/2017 · LEAVE A COMMENT · in ANALISI INDICI BORSE,S&P500
Lo S&P 500 ha chiuso la seduta a 2.461 punti, registrando un -0,15%.

Il bilancio settimanale è pari ad un -0,61%.

Considerata l’assenza di novità grafiche (pertanto resta valido quanto in precedenza scritto), mi limito a dar notizia dell’accordo negli USA tra Repubblicani e Democratici in merito al tetto del debito.

In realtà, proprio a causa dell’incapacità di raggiungere un’intesa entro fine Settembre, spinti anche dall’emergenza ‘uragani’, s’è deciso di sospendere il tetto del debito fino al 15 dicembre, data entro la quale sarà indispensabile un accordo tra le parti per un innalzamento del tetto.

In altre parole, la normativa sul tetto del debito non avrà valenza per 3 mesi.

Il classico calcio al barattolo, con la consapevolezza di ritrovarselo di fronte strada facendo.

Viene così temporaneamente meno un potenziale elemento di allerta (ma non era certamente l’unico).

Riccardo Fracasso
 
MA STA RIFORMA ARRIVA SI O NO!!!!!!!!!!!!!!


Repubblicani su tutte le furie dopo accordo Trump-democratici

Le probabilità di una riforma fiscale entro fine anno calano. Lo speaker alla Camera, Paul Ryan, getta dubbi sull'aliquota al 15% delle aziende promossa dal presidente
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Stefania Spatti
@sspatti
7 Settembre 201717:27
"Ci ha fottuto". Questo commento dà l'idea dell'aria che tira dentro il partito repubblicano all'indomani dell'accordo siglato tra Donald Trump e l'opposizione democratica. E' la dimostrazione di come l'ostilità tra il Gop al Congresso e il presidente americano abbia raggiunto nuovi livelli. E c'è chi insinua che ora l'approvazione entro fine anno di una riforma fiscale tanto cara al leader Usa sembri meno probabile. Non solo: non manca chi a Washington si aspetta che nelle elezioni di metà mandato del 2018 i democratici riprendano il controllo della Camera (perso nel 2010). Così facendo Capitol Hill non sarebbe più interamente rosso come lo è dal 2014 ma anche blu (il colore del partito democratico).

Il vantaggio dei democratici
Il punto del contendere è l'intesa siglata da Trump con la leadership democratica al Congresso per estendere di tre mesi il tetto al debito e il finanziamento del governo Usa in un pacchetto che prevede aiuti per le vittime dell'uragano Harvey. Così facendo Trump evita una battaglia politica a fine mese, momento entro cui per evitare un default e una paralisi del governo della prima economia al mondo bisognava approvare due provvedimenti: l'innalzamento del limite oltre il quale Washington non può emettere nuovo debito per finanziare le proprie attività e onorare i propri impegni con i creditori e le voci di spesa per il nuovo anno fiscale, che inizierà il primo ottobre. Il rischio però è che uno scontro politico ancora più forte si preannunci a dicembre. Quando l'accordo "bipartisan" scadrà il 15 dicembre, i democratici potranno fare leva su una serie di priorità come la sanità e l'immigrazione se da loro i repubblicani vorranno voti per alzare il tetto al debito a lungo termine e per approvare il budget.

"Chuck e Nancy" - come Trump ha chiamato il senatore Schumer e la deputata Pelosi, a capo della minoranza democratica al Senato e alla Camera - hanno saputo dimostrare di sapere convincere l'autore di "The Art of the Deal". Un funzionario del Gop ha detto ad Axios che "i democratici hanno ottenuto in una sola visita allo Studio Ovale più di quanto fatto in anni dai repubblicani".

Lo scontro tacito tra Trump e la leadership Gop al Congresso
Mitch McConnell e Paul Ryan, i leader della maggioranza repubblicana al Senato e alla Camera, sembrano su tutte le furie. Non a caso Cnn scrive che Trump è stato fortunato per avere lasciato ieri la Casa Bianca con i suoi capelli intatti. Ma se loro sebrano non sopportare il presidente, lui condivide lo stesso sentimento nei loro confronti. Trump ha pesantemente e pubblicamente criticato McConnell per non essere riuscito a portare a casa nemmeno la sola abrogazione dell'Obamacare, la riforma sanitaria entrata in vigore nel 2010 quando alla presidenza c'era Barack Obama. Quanto a Ryan, il Commander in chief non si è certo dimenticato di quanto detto privatamente dallo speaker alla Camera - non difenderò Trump - quando lo scorso ottobre il Washington Post portò a galla commenti sessisti fatti nel 2005 dal miliardario di New York (si vantò di potere fare di tutto con le donne, anche "prenderle per i genitali").

Dubbi sulla riforma fiscale
Ancora prima che arrivasse la notizia di un accordo tra Trump e democratici, Ryan aveva bocciato la proposta di questi ultimi come "ridicola". Oggi lo speaker alla Camera ha spiegato che nel mezzo di due disastri naturali - gli uragani Harvey e Irma - il presidente voleva creare un "momento bipartisan". In una intervista in streaming al New York Times, Ryan ha (almeno all'apparenza) detto di comprendere il ragionamento alla base della decisione di Trump ma ha anche messo in dubbio uno degli obiettivi chiave della riforma fiscale allo studio della Casa Bianca: un taglio dell'aliquota al 15% dal 35% versata dalle aziende nelle casse dello Zio Sam. "Alla fine, i numeri devono funzionare" e secondo lui lo potrebbero fare con un'aliquota tra il 20 e il 25%. Va ricordato che la proposta di riforma presentata nel 2016 da Ryan prevedeva un'aliquota al 20% con un gettito di mille miliardi di dollari in 10 anni derivante da tasse sulle importazioni, un'idea ventilata anche dall'amministrazione Trump ma definitivamente accantonata. Ryan è d'accordo con Trump su una cosa: la tempistica della riforma, da attuare entro fine anno. Un tale scenario sembra però difficile visto che a dicembre si ritornerà a combattere su budget e tetto al debito. Non a caso lui ha detto che "per il bene dei mercati dei capitali", ieri sarebbe stato meglio concordare un'estensione più lunga di quel limite.
 
LO FARANNO FUORI!!!!!!!!!!!!


Trump corteggia i democratici, esplodono i repubblicani: “Ci ha fottuto”

Eleonora Fabbri

“Ci ha fottuto”. Questo commento dà l’idea dell’aria che tira dentro il partito repubblicano all’indomani dell’accordo siglato tra Donald Trump e l’opposizione democratica. E’ la dimostrazione di come l’ostilità tra il Grand Old Party al Congresso e il presidente americano abbia raggiunto nuovi livelli. E c’è chi insinua che ora l’approvazione entro fine anno di una riforma fiscale tanto cara al leader Usa sembri meno probabile. Non solo: non manca chi a Washington si aspetta che nelle elezioni di metà mandato del 2018 i democratici riprendano il controllo della Camera (perso nel 2010). Così facendo Capitol Hill non sarebbe più interamente rosso repubblicano, come è dal 2014, ma anche blu (il colore del partito democratico). Il punto del contendere è l’intesa siglata da Trump con la leadership democratica al Congresso per estendere di tre mesi il tetto al debito e il finanziamento del governo Usa in un pacchetto che prevede aiuti per le vittime dell’uragano Harvey. Così facendo Trump evita una battaglia politica a fine mese, momento entro cui per evitare un default e una paralisi del governo della prima economia al mondo bisognava approvare due provvedimenti: l’innalzamento del limite oltre il quale Washington non può emettere nuovo debito per finanziare le proprie attività e onorare i propri impegni con i creditori e le voci di spesa per il nuovo anno fiscale, che inizierà il primo ottobre. Il rischio però è che uno scontro politico ancora più forte si preannunci a dicembre. Quando l’accordo “bipartisan” scadrà il 15 dicembre, i democratici potranno fare leva su una serie di priorità come la sanità e l’immigrazione se i repubblicani vorranno i loro voti per alzare il tetto al debito a lungo termine e per approvare il budget.

“Chuck e Nancy” – come Trump ha chiamato il senatore Schumer e la deputata Pelosi, a capo della minoranza democratica al Senato e alla Camera – hanno saputo dimostrare di sapere convincere l’autore di “The Art of the Deal”. Un funzionario del Gop ha detto ad Axios che “i democratici hanno ottenuto in una sola visita allo Studio Ovale più di quanto fatto in anni dai repubblicani”. Mitch McConnell e Paul Ryan, i leader della maggioranza repubblicana al Senato e alla Camera, sembrano su tutte le furie. Non a caso Cnn scrive che Trump è stato fortunato per avere lasciato ieri la Casa Bianca con i suoi capelli intatti. Ma se i due massimi esponenti repubblicani sembrano non sopportare il presidente, lui condivide lo stesso sentimento nei loro confronti. Trump ha pesantemente e pubblicamente criticato McConnell per non essere riuscito a portare a casa nemmeno la sola abrogazione dell’Obamacare, la riforma sanitaria entrata in vigore nel 2010 quando alla presidenza c’era Barack Obama. Quanto a Ryan, il Commander in chief non si è certo dimenticato di quanto detto privatamente dallo speaker alla Camera – non difenderò Trump – quando lo scorso ottobre il Washington Post portò a galla commenti sessisti fatti nel 2005 dal miliardario di New York (si vantò di potere fare di tutto con le donne, anche “prenderle per i genitali”).

Ancora prima che arrivasse la notizia di un accordo tra Trump e democratici, Ryan aveva bocciato la proposta di questi ultimi come “ridicola”. Ieri lo speaker alla Camera ha spiegato che nel mezzo di due disastri naturali – gli uragani Harvey e Irma – il presidente voleva creare un “momento bipartisan”. In una intervista in streaming al New York Times, Ryan ha (almeno all’apparenza) detto di comprendere il ragionamento alla base della decisione di Trump ma ha anche messo in dubbio uno degli obiettivi chiave della riforma fiscale allo studio della Casa Bianca: un taglio dell’aliquota al 15% dal 35% versata dalle aziende nelle casse dello Zio Sam. “Alla fine, i numeri devono funzionare” e secondo lui lo potrebbero fare con un’aliquota tra il 20 e il 25%. Va ricordato che la proposta di riforma presentata nel 2016 da Ryan prevedeva un’aliquota al 20% con un gettito di mille miliardi di dollari in 10 anni derivante da tasse sulle importazioni, un’idea ventilata anche dall’amministrazione Trump ma definitivamente accantonata. Ryan è d’accordo con Trump su una cosa: la tempistica della riforma, da attuare entro fine anno. Un tale scenario sembra però difficile visto che a dicembre si ritornerà a combattere su budget e tetto al debito. Non a caso lo speaker della Camera ha detto che “per il bene dei mercati dei capitali”, ieri sarebbe stato meglio concordare un’estensione più lunga di quel limite.


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Comunque se perfino GS comincia a sentire puzza di bruciato...e tutto un dire....comunque i multipli del Russel sono stellari .....cazz....84 volte gli utili....ma come si fa a comprare ...
 
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