Mi è appena venuto in mente un ricordo d'infanzia

Era il 1989.
E la fantozziana opinione sul film con i successivi 92 minuti di applausi erano già patrimonio comune di tutta l'umanità :-o
sì che poi hanno distrutto nella memoria collettiva italiana un'opera d'arte. Questa è stata un po' una cattiveria.

cmunque era il 1976 non 72, per non apparire troppo vecchio lo dico :-D
 
Avevo 14 anni e mezzo e da un paio di mesi al massimo frequentavo la IV ginnasio nel liceo classico cittadino. Indossavo ancora capi di abbigliamento che mia madre sceglieva per me e che detestavo: mi facevano sentire goffa, brutta, vecchieggiante. Quel giorno in particolare, avevo una gonna in maglina grigia scura che mi calzava come il tubo di una stufa a gas e mi dava il medesimo aspetto. Un paio di collant né sottili né coprenti con almeno un paio di fili tirati, grigi, un maglioncino rosso, a collo alto che non mi copriva adeguatamente i fianchi (secondo me) e un paio di ballerine scamosciate nere delle quali rammento ogni singolo mm, giacché, come meglio racconterò dopo, ho passato molto tempo a guardarmele come se fossero una cosa assai interessante.

Ero uscita di casa ficcandomi in tasca un nastrino di raso rosso. Mia madre mi aveva fatto una treccia alla francese e io volevo chiuderla col fiocchetto rosso ma lei aveva sentenziato che con quella treccina che sembrava il codino di un topo, il fiocchetto mi avrebbe resa ridicola. Ma io, con la gonna tubo e le calze da nonna, non temevo ulteriori ridicolaggini e il fiocchetto me lo ero legata lo stesso, in autobus.

A scuola c'era uno sciopero per chiedere che i lavori per ampliare la sede principale affrettassero e chiudere l'orrendo, diroccato distaccamento dove le ultime due sezioni del ginnasio erano collocate e dove stava anche la mia classe. Io detestavo il distaccamento che definire indegno era fargli un complimento e mi piacevano gli scioperi e così non solo partecipai, ma ebbi anche la coraggiosissima idea di rispondere alla chiamata dal palco del comizio, quando un tal I.F., rappresentante degli studenti, figlio di papà che giocava a fare il compagno (io non lo sapevo, ma lo intuivo), ragazzo dell'ultimo anno, belloccio e famigerato chiese se qualcuno dal distaccamento avesse voglia di raccontare in che stato fossero le aule.
Ora... io ero fifona e timida come un coniglio. I ragazzi mi mettevano una dannata ansia e dovevano passare ancora altri 5 anni prima che io rivolgessi la parola ad un ragazzo in relax e non solo per strettissima necessità. Quindi, quando misi il piede sullo scalino per salire sul palco, mi ero già ampiamente pentita. Nonostante fosse una scuola a netta prevalenza femminile, i rappresentanti degli studenti erano tutti maschi. Tutti diciottenni. Tutti dannatamente sicuri di se stessi e del loro ruolo. E io volevo seppellirmi. Iniziai a guardarmi le scarpe, con le guance più rosse del mio maglione e, mentre un ragazzo biondo arringava gli studenti sotto il palco, io cercavo di fare ordine nella mia confusione mentale e di studiare un sistema per filarmela.
In quella accadero due cose quasi in contemporanea che mi fecero salire le lacrime agli occhi, intorpidire tutte le membra, seccare la lingua e precipitare in un vero e proprio stato di panico. I.F. mi vide, timidissima e, forse per incoraggiarmi, mi cinse le spalle ridendo: "e questa pulcina? Io me la mangio". La pulcina, io, era ormai in crisi. Mi vergognavo come una ladra e non vedevo altro che le mie scarpe che erano, invero, già pronte per una poco dignitosa fuga.
Il biondo intanto, riposto il microfono, venne verso di me, ancora circondata dal braccio di I.F. e gli disse: "poi guarda che brutte quelle due ragazze sotto il palco: quella grande e grossa bionda e l'altra con gli occhiali" e rideva, beffardo e stronzo. Un baratro mi si aprì sotto i piedi. Sprofondata nella mia vergogna e umiliazione, mi sentivo le gambe incollate al suolo. Immobile per il panico e lo sdegno, mi spinsero letteralmente alla postazione da cui si parlava. Le due additate come brutte erano mia sorella e una sua compagna di classe e io volevo scomparire per sempre. Mi ridussi a rispondere a voce bassissima con dei "sì" o "no" alle domande di I.F. e del biondo. Dieci minuti infernali, finiti i quali, letteralmente fuggii di corsa, giù dal palco e fuori dalla calca giurando a me stessa che non avrei mai più parlato in pubblico né permesso a nessuno di insultare mia sorella a causa della mia pusillanimità.

E quello fu il mio primo discorso pubblico.
Ero talmente sconvolta dallo schifo che avevo fatto che non raccontai nemmeno a mio padre dello sciopero, cosa che, lo sapevo, l'avrebbe, invece, interessato molto.

:melo:
molto ben scritto e certi dettagli emotivi sembra di viverli.
 
:eek:
Vengo da una famiglia tradizionalmente socialista, ma ad un bel momento, a mio padre venne in mente di votare comunista. Il voto comunista di papà fu motivo di ampia discussione interna. Mio padre allora riunì il comitato centrale (lui, mia madre, suo fratello e c'eravamo anche io e le mie sorelle, piccole) e decisero all'unanimità che la strada presa era quella giusta. L'indomani il PCI, per l'ennesima volta, fu sconfitto alle politiche. Papà picchio', ma poco, la tavola, mentre mia madre lo consolava con una ciambella e poi mamma si ubriaco' di Claudio Lolli e io mi rifugiai nel Ciocorì, con le mie sorelle.

Momenti che non auguro a nessuno.

da noi chi votava comunista era scomunicato.
I miei erano molto religiosi....ergo...
 
da noi chi votava comunista era scomunicato.
I miei erano molto religiosi....ergo...
:lol:

Alla fine degli anni '80 io e le mie sorelle, per gioco, avevamo realizzato dei cartelloni elettorali con lo scudo crociato trasformato in bara e la scritta: "qui giace la classe operaia"

Poi eravamo uscite in bici, per il quartiere, attaccandoli vicino ai manifesti elettorali veri.

Ci vide la lattaia, che lo disse a mia nonna paterna, nota beghina bacia pile e culo bianco del quartiere, la quale lo disse a mia madre che venne a recuperarci. Le veniva da ridere ma disse che non capiva come io e la gemella - grandine ormai - non capissimo che la politica non era un gioco. E ci mise in punizione.
 
:lol:

Alla fine degli anni '80 io e le mie sorelle, per gioco, avevamo realizzato dei cartelloni elettorali con lo scudo crociato trasformato in bara e la scritta: "qui giace la classe operaia"

Poi eravamo uscite in bici, per il quartiere, attaccandoli vicino ai manifesti elettorali veri.

Ci vide la lattaia, che lo disse a mia nonna paterna, nota beghina bacia pile e culo bianco del quartiere, la quale lo disse a mia madre che venne a recuperarci. Le veniva da ridere ma disse che non capiva come io e la gemella - grandine ormai - non capissimo che la politica non era un gioco. E ci mise in punizione.
e tuo padre?...
 
Avevo 14 anni e mezzo e da un paio di mesi al massimo frequentavo la IV ginnasio nel liceo classico cittadino. Indossavo ancora capi di abbigliamento che mia madre sceglieva per me e che detestavo: mi facevano sentire goffa, brutta, vecchieggiante. Quel giorno in particolare, avevo una gonna in maglina grigia scura che mi calzava come il tubo di una stufa a gas e mi dava il medesimo aspetto. Un paio di collant né sottili né coprenti con almeno un paio di fili tirati, grigi, un maglioncino rosso, a collo alto che non mi copriva adeguatamente i fianchi (secondo me) e un paio di ballerine scamosciate nere delle quali rammento ogni singolo mm, giacché, come meglio racconterò dopo, ho passato molto tempo a guardarmele come se fossero una cosa assai interessante.

Ero uscita di casa ficcandomi in tasca un nastrino di raso rosso. Mia madre mi aveva fatto una treccia alla francese e io volevo chiuderla col fiocchetto rosso ma lei aveva sentenziato che con quella treccina che sembrava il codino di un topo, il fiocchetto mi avrebbe resa ridicola. Ma io, con la gonna tubo e le calze da nonna, non temevo ulteriori ridicolaggini e il fiocchetto me lo ero legata lo stesso, in autobus.

A scuola c'era uno sciopero per chiedere che i lavori per ampliare la sede principale affrettassero e chiudere l'orrendo, diroccato distaccamento dove le ultime due sezioni del ginnasio erano collocate e dove stava anche la mia classe. Io detestavo il distaccamento che definire indegno era fargli un complimento e mi piacevano gli scioperi e così non solo partecipai, ma ebbi anche la coraggiosissima idea di rispondere alla chiamata dal palco del comizio, quando un tal I.F., rappresentante degli studenti, figlio di papà che giocava a fare il compagno (io non lo sapevo, ma lo intuivo), ragazzo dell'ultimo anno, belloccio e famigerato chiese se qualcuno dal distaccamento avesse voglia di raccontare in che stato fossero le aule.
Ora... io ero fifona e timida come un coniglio. I ragazzi mi mettevano una dannata ansia e dovevano passare ancora altri 5 anni prima che io rivolgessi la parola ad un ragazzo in relax e non solo per strettissima necessità. Quindi, quando misi il piede sullo scalino per salire sul palco, mi ero già ampiamente pentita. Nonostante fosse una scuola a netta prevalenza femminile, i rappresentanti degli studenti erano tutti maschi. Tutti diciottenni. Tutti dannatamente sicuri di se stessi e del loro ruolo. E io volevo seppellirmi. Iniziai a guardarmi le scarpe, con le guance più rosse del mio maglione e, mentre un ragazzo biondo arringava gli studenti sotto il palco, io cercavo di fare ordine nella mia confusione mentale e di studiare un sistema per filarmela.
In quella accadero due cose quasi in contemporanea che mi fecero salire le lacrime agli occhi, intorpidire tutte le membra, seccare la lingua e precipitare in un vero e proprio stato di panico. I.F. mi vide, timidissima e, forse per incoraggiarmi, mi cinse le spalle ridendo: "e questa pulcina? Io me la mangio". La pulcina, io, era ormai in crisi. Mi vergognavo come una ladra e non vedevo altro che le mie scarpe che erano, invero, già pronte per una poco dignitosa fuga.
Il biondo intanto, riposto il microfono, venne verso di me, ancora circondata dal braccio di I.F. e gli disse: "poi guarda che brutte quelle due ragazze sotto il palco: quella grande e grossa bionda e l'altra con gli occhiali" e rideva, beffardo e stronzo. Un baratro mi si aprì sotto i piedi. Sprofondata nella mia vergogna e umiliazione, mi sentivo le gambe incollate al suolo. Immobile per il panico e lo sdegno, mi spinsero letteralmente alla postazione da cui si parlava. Le due additate come brutte erano mia sorella e una sua compagna di classe e io volevo scomparire per sempre. Mi ridussi a rispondere a voce bassissima con dei "sì" o "no" alle domande di I.F. e del biondo. Dieci minuti infernali, finiti i quali, letteralmente fuggii di corsa, giù dal palco e fuori dalla calca giurando a me stessa che non avrei mai più parlato in pubblico né permesso a nessuno di insultare mia sorella a causa della mia pusillanimità.

E quello fu il mio primo discorso pubblico.
Ero talmente sconvolta dallo schifo che avevo fatto che non raccontai nemmeno a mio padre dello sciopero, cosa che, lo sapevo, l'avrebbe, invece, interessato molto.

:melo:

-Diciamo che è una lettura per i tuoi coetanei, perchè tutto quello che hai raccontato è si un fatto personale, ma è anche molto tipico di quel periodo e allora i diciottenni erano distanti anni luce dai quattordicenni.
E poi non avevi fatto schifo, era la visione bigotta della vita che ci veniva imposta allora che ai più teneri li induceva a colpevolizzarsi. Anni di mer.da gli 89es.
 
e tuo padre?...
Si è sorbito la madre che gli diceva che era tutta colpa sua (di mio padre), del nonno (il marito defunto, gran socialista e padre di mio padre), e che tutta la parrocchia l'avrebbe guardata male.
Mio padre confermò la punizione perché non era possibile che non avessimo capito che la politica non fosse un gioco, ma si tenne il disegno della bara (che era una mia idea).
 
:lol:

Alla fine degli anni '80 io e le mie sorelle, per gioco, avevamo realizzato dei cartelloni elettorali con lo scudo crociato trasformato in bara e la scritta: "qui giace la classe operaia"

Poi eravamo uscite in bici, per il quartiere, attaccandoli vicino ai manifesti elettorali veri.

Ci vide la lattaia, che lo disse a mia nonna paterna, nota beghina bacia pile e culo bianco del quartiere, la quale lo disse a mia madre che venne a recuperarci. Le veniva da ridere ma disse che non capiva come io e la gemella - grandine ormai - non capissimo che la politica non era un gioco. E ci mise in punizione.

'Na robina tranquilla, adesso finiresti come primo servizio di Studio Aperto.
 
Si è sorbito la madre che gli diceva che era tutta colpa sua (di mio padre), del nonno (il marito defunto, gran socialista e padre di mio padre), e che tutta la parrocchia l'avrebbe guardata male.
Mio padre confermò la punizione perché non era possibile che non avessimo capito che la politica non fosse un gioco, ma si tenne il disegno della bara (che era una mia idea).
ci avrei scommesso che la cosa gli era piaciuta. :)
 

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