... influenzato di più gli investitori.
Più che sulle responsabilità storiche di Greenspan e di chi ha sollecitato e appoggiato le sue miopie, le sue cecità, le sue ingenuità enormemente costose, è il caso tuttavia di soffermarsi su perché una certa America, non tutta per fortuna, ma certamente quella che con più foga ha danzato attorno al totem della nuova finanza, ha così fretta che l'euro si sfasci.
La moneta unica europea ha i suoi enormi problemi dovuti soprattutto all'assimetria tra moneta unica e politiche fiscali diverse, al differenziale di crescita e produttività fra i paesi membri, e ai debiti sovrani eccessivi, tra cui quello italiano. E una certa insofferenza americana nei confronti dell'euro, radicata e ormai ventennale, è anche comprensibile, perché si tratta di un rivale del dollaro, inevitabilmente. Un po' come il dollaro fu, un secolo fa, un rivale della sterlina. Non è che sulla tenuta politica degli Stati Uniti, e sulla loro efficienza amministrativa, quando a cavallo tra 800 e 900 il dollaro incominciò a piccoli passi a sfidare la sterlina, ci fossero a Londra e altrove in Europa opinioni lusinghiere. Certo, l'America era già allora una e ormai indivisibile, e l'Europa non lo è.
L'euro non hai mai avuto negli Stati Uniti molti amici sinceri, a parte Paul Volcker, predecessore di Greenspan alla Fed e uomo di ben altro spessore e stazza, non solo fisica. Volcker ha ben chiaro da 20 anni che se la seconda valuta che affianca il dollaro è una valuta occidentale questo alla fine ha dei vantaggi per la stabilità del sistema.
Oggi negli Stati Uniti, e soprattutto a Wall Street, c'è chi vedrebbe volentieri un drastico ridimensionamento e anche un naufragio dell'euro nella certezza che sarebbe il dollaro e la finanza americana a trarne i vantaggi. Non si spiega altrimenti, come osservava giustamente domenica Donato Masciandaro ...