Reato di clandestinita'

Sedici denunciati per vari reati: questo il frutto di operazioni sul territorio dei carabinieri della compagnia di Salò.

Denunciato per furto aggravato dai carabinieri di Vestone un marocchino di 34 anni residente a Vestone, mentre un'operazione dei Cc della stazione di Sabbio Chiese ha portato alla denuncia di due napoletani residenti a Sirmione con l'accusa di ricettazione e introduzione in commercio di prodotti falsificati. I due sono stati pizzicati a Barghe con motoseghe dal faslso marchio, vendute a prezzo superiore al loro valore.I carabinieri di Manerba del Garda hanno invece deunciato per porto abusivo di armi e possesso di arnesi per lo scasso un 30enne romeno residente a Lonato, mentre per porto abusivo di armi sono stati denunciati dai Cc di Idro due romeni domiciliati a Odolo.

Stesso reato per un operaio pregiudicato nato a Gavardo e residente a Vobarno, pizzicato dagli uomini dell'Arma di Gavardo con un tirapugni in auto. Denunciato per ricettazione anche un minore sempe residente a Gavardo.
Deferiti in stato di libertà dai Cc di Manerba per ricettazione in concorso una 56enna slovena e un bergamasco di 59 anni, nella cui casa è stata trovata una borsa di lavoro rubata a un fabbro; con la stessa accusa è sono stati denunciati due stranieri residenti entrambi a Vobarno.

I carabinieri di Limone hanno invece denunciato per truffa in concorso tre romeni domiciliati a Torino, rei di una falsa vendita on line a un bresciano. Stessa accusa per un bergamasco, che ha truffato una donna di Gavardo vendendole un'auto in internet senza poi farle avere la vettura.
 
La polizia giudiziaria del Compartimento Polstrada del Friuli Venezia Giulia ha sgominato due bande composte da italiani, bielorussi e ucraini dedite al furto, ricettazione, riciclaggio di veicoli di lusso, estorsione e truffa nei confronti di società assicurative. Il bilancio è di 4 italiani e 3 ucraini arrestati, 28 indagati, una decina di perquisizioni in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna, 21 veicoli individuati, su 52 episodi accertati, e sequestrati per un valore commerciale di circa 1 mln di euro.
Per altre 8 persone residenti all’estero, tra le quali un italiano, verranno attivate le procedure per la cattura internazionale. L’operazione, denominata ‘New Life’, è scattata circa due anni fa, coordinata prima dalla Procura di Trieste con il pm Giorgio Milillo, e poi passata, per competenza territoriale, alla Procura di Milano con il pm Luigi Luzi .I 4 italiani finiti in manette, tutti pluripregiudicati sono: E.E.Z., di 45 anni arrestato a Brescia, considerato uno degli organizzatori e promotori della banda. A Roma è stato arrestato G.S.G., di 59 anni ritenuto personaggio di spicco nell’organizzazione. A Modena è stato arrestato A.L., di 38 anni ritenuto mediatore e finanziatore dei traffici illeciti. A Milano, è finito in manette D.N., 33 anni, intermediario e fornitore dei veicoli rubati.
L’operazione è partita da un controllo effettuato della polizia slovena di una BMW X5, appena entrata in Slovenia dal valico di Fernetti (Trieste), con a bordo un italiano e un bielorusso. Siccome la documentazione era sospetta, i poliziotti d’oltreconfine hanno interessato la Polstrada, che ha scoperto che l’autovettura risultava rubata in provincia di Salerno, il telaio era stato alterato e i documenti esibiti erano falsi. Le indagini e le intercettazioni hanno svelato l’esistenza delle due bande, una composta in prevalenza da ucraini e l’altra da italiani, che si procuravano in vario modo le auto di lusso per poi rivenderle nei mercati dell’Est, eccetto un invio in Turchia e uno in Arabia Saudita. Le auto erano acquisite illegalmente in vari modi e perlopiù provenienti da Milano, Roma, il Bresciano e la zona del Garda. Il Friuli Venezia Giulia è stata solo una regione di transito.
Tre i sistemi delle bande di procurarsi le vetture. Il primo era il classico furto: eclatante è stato il caso di due ucraini fermati al casello autostradale di Villesse (Gorizia) mentre stavano raggiungendo la vicina Slovenia a bordo di un autocarro. All’interno del mezzo, nascosto da ricambi e ruote, c’era una BMW X5 rubata a Certosa di Pavia, completamente e perfettamente smontato a pezzi.Il secondo modus operandi, quello più utilizzato e meno rischioso, era di acquisire veicoli noleggiati (Maserati, BMW, Audi e Mercedes), ovvero di proprietà di finanziarie, concessi in leasing a volte anche a Società in gravi situazioni economiche. I proprietari o locatari, conniventi con i trafficanti, cedevano dietro compenso in denaro (a seconda del modello dai 5.000 ai 10.000 euro) le auto.
Successivamente al trasporto all’estero, dove le vetture erano collocate, a seconda della marca, dai 25.000 ai 45.000 euro), i proprietari o locatari denunciavano il furto/rapina, al fine di tacitare ogni dubbio e rivalsa da parte delle Società proprietarie del veicolo. Società che spesso venivano risarcite dall’assicurazione.Il terzo modus operandi, adottato dalla frangia più violenta della banda perlopiù composta da soggetti ucraini e bielorussi, consisteva in vere e proprie estorsioni con il metodo del ”cavallo di ritorno”. Con la connivenza di persone vicine al proprietario dell’auto, le quali alle volte fornivano agli estorsori le doppie chiavi, i veicoli venivano rubati. Successivamente, sempre tramite ”l’intermediario complice”, veniva richiesto un ”riscatto” per far riavere il mezzo al legittimo proprietario.
 
Anche i furti hanno i loro “settori” e quello delle auto rubate erano anni che era in crisi. Nel 2013 il numero di furti d’auto, con grande dispiacere di tutti gli automobilisti, è tornato però a salire. Complice una domanda di vetture a basso costo che spesso non disdegna di rivolgersi alla ricettazione.
Facendo il calcolo delle denunce risulta che in tutta la provincia di Brescia spariscono ogni giorno circa cinque autovetture. Praticamente un’auto rubata ogni cinque ore. Un fenomeno che si è inasprito proprio negli ultimi due anni: dal 2011 al 2013 c’è stato un incremento dell’8%. (da 1645 a 1783). Non siamo certo alle cifre di qualche decennio fa, quando le denunce superavano abbondantemente le 3 mila unità. Eppure l’allarme torna a crescere. I sistemi avanzati di antifurto capaci di rintracciare l’auto tramite il satellite, bastano ancora a scoraggiare i più. Eppure l’emergenza sociale, il bisogno o il semplice desiderio di arricchirsi aguzzano l’ingegno dei malviventi ormai capaci di bypassare ogni sistema d’allarme.
Tra le zone più colpite ci sono quelle che garantiscono numerose e facili vie di fuga: laddove esistono autostrade e tangenziali i furti crescono esponenzialmente. Oltre a Brescia (prima nella classifica con quasi un terzo delle auto rubate), la classifica vede al vertice Desenzano (55). Seguono Roncadelle, Lonato e Mazzano. Curioso notare che si tratta di tre paesi contraddistinti dalla presenza sul proprio territorio di centri commerciali di una certo rilievo. È proprio qui che i ladri preferiscono colpire.
Lo sanno bene i vertici de “Le Rondinelle”, il centro commerciale di Roncadelle, che, per arginare il fenomeno e garantire maggiore sicurezza ai propri clienti, oltre al potenziamento della videosorveglianza, ha attivato un servizio di vigilanza privata. «Il tuo shopping ha un amico in più» recita la scritta stampata sulla sagoma del poliziotto in stile americano: muscoloso e con gli occhiali da sole. Un numero da chiamare per eventuali emergenze: furti, aggressioni o anche semplicemente solo per avere un aiuto a ritrovare la macchina,problema comune in parcheggi così grandi. Ma chiaramente al primo posto c’è la prevenzione dei furti. Certo che intanto è sempre il poliziotto vero e proprio a dover intervenire quando l’auto non c’è proprio più.
 
Furti in casa, a Brescia è una vera escalation
In aumento anche scippi e borseggi. L’allarme Per il Siulp: equipaggi a disposizione non sono sufficienti

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I DATI DEL VIMINALE 17 APPARTAMENTI SVALIGIATI AL GIORNO
Furti in casa, a Brescia è una vera escalation
In aumento anche scippi e borseggi. L’allarme Per il Siulp: equipaggi a disposizione non sono sufficienti

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«Si certifica la fine della sicurezza reale e percepita a Brescia». Pare un necrologio. E in effetti la denuncia del Siulp di Brescia è perentoria, funerea. Frutto di un’analisi dettagliata e basata sui numeri «della crisi del settore sicurezza» che portano, innanzitutto, a una certificazione: «Brescia è più insicura».
Forse non abbiamo mai realizzato, girando la chiave nella toppa prima di andare al lavoro, che ogni giorno, in città e provincia, vanno a segno diciassette furti in appartamento. Per un totale di 6.239 colpi nel 2012, quasi il 21% in più dell’anno precedente. Cifre che fanno schizzare la nostra provincia al terzo posto della lista nera regionale e al 22esimo in Italia (come riportano i dati ufficiali del Viminale).
Non che fuori casa vada meglio, a dire il vero. Perché gli scippi sono quasi raddoppiati: 293 quelli registrati nel 2012 (+51.82% del 2011) mentre i borseggi - 2.204 l’anno scorso - hanno sofferto un incremento dell’11%. Occhio, poi, alla macchina, perché nel 2012 ne sono state rubate (da denuncia) 1.175, oltre il 4% in più in dodici mesi. Così come sono cresciute, di quasi il 47%, pure le truffe informatiche (3.116).

Il quadro è in chiaroscuro e qualche nota positiva c’è. Meno omicidi, per fortuna, e meno estorsioni (127 nel 2012, -10.56%). E per il sindacato di polizia non è un caso. Numeri che generano numeri. Perché «la sicurezza può essere garantita solo potenziando il controllo del territorio con l’impiego di più equipaggi». Che però scarseggiano. E a garantirlo «è solo l’estemporaneità di due, massimo tre pattuglie di Volante per ogni turno di servizio. E cioè la buona volontà, il senso del dovere e la professionalità degli operatori di polizia in servizio». Ne arriveranno sei, di nuovi agenti. Ma non bastano. Negli ultimi anni Brescia ne ha persi settanta, mai sostituiti: pensionati o riformati. E se per esempio il commissariato Carmine, nato undici anni fa «per produrre sicurezza in una zona calda della città», esprime a pieno organico una pattuglia su ogni turno di servizio, anche i reparti investigativi non se la cavano meglio: 41 addetti alla squadra mobile (erano 45 nel 2012, 60 negli anni scorsi) e 32 alla Digos (-10% rispetto all’anno scorso). Lavorano «con mezzi e risorse tecnologiche sempre più fatiscenti, per non parlare di quelle economiche». Un numero: 7.500 ore di straordinari non ancora pagate dal Ministero.

Ma di «vitale importanza» sono anche divisioni come la polizia amministrativa, sociale e immigrazione, o l’anticrimine, «in notevole difficoltà per carenza di personale e di strumenti adeguati alle necessità operative». Servono risorse umane. Perché «tutti gli uffici sopportano carichi di lavoro impressionanti a cui si aggiungono nuove incombenze», ma pure servizi d’ordine che degli stessi poliziotti hanno bisogno al di fuori delle loro scrivanie. In tutto, nella questura di via Botticelli, lavorano 394 agenti, dirigenti compresi, e 53 amministrativi. «Come può essere garantito, in questo quadro, uno standard di sicurezza a Brescia?». Se lo chiede il sindacato che la domanda, ora, la gira ai nostri parlamentari per dire loro che la situazione «è palesemente a rischio». Sì, a rischio «necrologio».
 
«Ce lo hanno ammazzato in casa
davanti ai nostri occhi»Lo sfogo della vedova del macellaio ucciso dalla banda di albanesi che aveva la sua base a Cividate al Piano: «Tutti devono sapere quello che è successo»

di Pietro Tosca


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Prossima apertura, variante di Zogno. Nel 2015

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«Bergamo e Brescia siete esempio» E Renzi spacca il mondo leghista

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È arrivata sostenuta dagli amici e dal suo dolore decisa a farsi ascoltare a tutti i costi. Nel giorno della festa di Brebemi, ha portato la richiesta di giustizia per l’assassinio del marito avvenuta a Pontoglio, a una manciata di chilometri da Fara Olivana. Federica Pagani è la vedova di Pietro Raccagni, il macellaio di 53 anni morto sabato dopo 11 giorni di coma a causa delle ferite procurategli dalla banda di albanesi che la notte tra il 7 e l’8 luglio ha assaltato la sua villetta. Una colpo di bottiglia in testa ha causato la caduta per terra, un colpo micidiale da cui non si è più ripreso. Ieri la signora Pagani è riuscita a fermare il presidente del consiglio Matteo Renzi mentre si stava dirigendo al taglio del nastro. Inflessibile, ha sopravanzato la folla di reporter e telecamere che assediava il premier fino a quando se l’è trovato davanti. Voleva consegnargli una lettera piena di rabbia, scritta da famigliari e amici. Una cesura forte e inaspettata nel carnevale generale dell’inaugurazione dell’autostrada.


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L’abbraccio con RenziPoche parole con lei e il premier l’ha abbracciata. «Ha detto che ci sentiremo - spiega la vedova -. Ma quest’impegno non ci fermerà. La gente deve sapere cosa succede, deve conoscere la nostra storia, quel che ci è accaduto». Federica ritorna ai tragici eventi della notte della rapina in villa. Le sue sono parole secche e piene d’orrore. «Ci sono entrati in casa e in un secondo l’hanno ucciso, proprio sotto i nostri occhi. L’hanno colpito con cattiveria. E per cosa poi? Per un’automobile che quella stessa notte hanno dato alle fiamme». Poi il ritardo nei soccorsi. «Mio marito era per terra sotto il temporale - spiega la vedova - e abbiamo dovuto attendere un’ora prima dell’arrivo dell’ambulanza. Noi eravamo una famiglia felice, lavoravamo tutti e quattro insieme nel nostro negozio, ma adesso? Lunedì andremo a riaprirlo e poi torneremo a casa ma Pietro non ci sarà. I miei figli rimarranno segnati per sempre».




Intanto ieri il gip ha convalidato l’arresto in carcere per i due albanesi fermati sabato scorso dai carabinieri di Chiari proprio nel giorno della morte del macellaio: si tratta di Pjeter Lleshi, 21 anni, Anton Vlashi di 24, entrambi residenti a Calcio con l’accusa di omicidio preterintenzionale e rapina. Durante gli interrogatori di lunedì, il primo si era avvalso della facoltà di non rispondere mentre il secondo aveva dichiarato di non essere in zona la sera del delitto. Continuano le ricerche del terzo componente della banda mentre i carabinieri di Crema stanno ancora cercando di identificare l’ultimo membro del gruppo che aveva assaltato la casa dei Raccagni. Sono al vaglio le posizioni della trentina di persone che, a vario titolo, i militari ritengono appartenere all’organizzazione che gestiva e organizzava i furti nelle abitazioni sulle due sponde del fiume Oglio e che girerebbero intorno al covo scoperto nella corte di via Trieste a Cividate al Piano. Dalle intercettazioni era emerso che la banda per la morte di Pietro Raccagni «non provava nessun rimorso».
 
La vedova del macellaio a Renzi:
«Ce lo hanno ucciso, ora giustizia»
Abbraccio con il presidente del Consiglio: «Tutti devono sapere, nessuno ci protegge»

di Pietro Tosca


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«Lasciati a piedi da Ten Airways»Trawel fly: «Rimborsiamo tutti»

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Si viaggia, la Brebemi è operativaIl premier Renzi il primo a «testarla»

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Ha chiesto giustizia a Renzi la moglie di Pietro Raccagni, il macellaio morto per le conseguenze di una bottigliata al capo sferrata da un bandito durante una rapina in casa. L’inaugurazione della Brebemi a Fara Olivana ha vissuto un fuori programma. Terminato il discorso ufficiale il presidente del Consiglio circondato da giornalisti e troupe si stava dirigendo al taglio del nastro dell’autostrada quando è stato raggiunto da Federica Pagani, vedova del macellaio di Pontoglio.

Insieme ad amici e famigliari la donna poco prima aveva appeso uno striscione all’ingresso dell’autostrada per non far dimenticare la vicenda che è costata la vita al marito. Pietro Raccagni è deceduto sabato scorso dopo 10 giorni di coma in seguito alle ferite inflittagli dalla banda di albanesi che ha preso d’assalto la sua casa la notte tra il 7 e l’8 luglio. «Ce l’hanno ucciso in un secondo in casa nostra - ha detto la vedova -. La gente deve sapere queste cose, nessuno ci protegge». Il presidente del Consiglio ha ascoltato la donna e poi l’ha abbracciata promettendogli il suo interessamento. «Noi non ci fermeremo – spiega la Pagani - Vogliamo giustizia».




Sabato i carabinieri di Chiari insieme ai colleghi di Treviglio hanno arrestato due componenti della banda, residenti a Calcio mentre hanno passato al setaccio il covo individuato in una corte in via Trieste a Cividate al Piano.
 
Ma come si fa ad abbracciare colui che ha tolto il reato di clandestinità?
colui che è favorevoel a questo massacro...


COME SI FA?!?!?!?!??!?!??!?!??!?!!?

MA DAVVERO si pensa che RENZI possa CAMBIARE IL PAESE??
 
Omicidio del macellaio, i due
albanesi restano in carcere


di Wilma Petenzi


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Dal polo del produrre al parco dell'Oglio Così cambia la Bassa

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Bosco Stella, arriva il «no»dalla Regione

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Anton VlashiFermo convalidato e custodia in carcere per i due giovani albanesi accusati di rapina aggravata e dell’omicidio preterintenzionale di Pietro Raccagni, il macellaio di Pontoglio. Pjeter Lleshi, 21 anni fermato a Calcio e il connazionale albanese Anton Vlashi, 24 anni, intercettato a Jesolo, secondo il giudice la notte dell’8 luglio erano in via Puccini 20 a casa di Raccagni: lo avrebbero colpito con una bottiglia mentre tentava di impedire che fuggissero con la sua Mercedes.


L’interrogatorio

Anton Vlashi nega tutte le accuse. L’albanese di 24 anni, fermato sabato 19 luglio a Jesolo con l’accusa di aver fatto parte della banda che l’8 luglio ha rapinato e aggredito Pietro Raccagni, macellaio di 53 anni, morto al Civile per le lesioni riportate nell’aggressione, ha negato la sua presenza a Pontoglio. «Quella notte non ero lì» ha detto il giovane difeso dall’avvocato d’ufficio Andrea Barbieri al giudice Enrico Ceravone. Diverso l’atteggiamento dell’altro ragazzo albanese, Pjeter Lleshi, 21 anni, fermato a Calcio: davanti al giudice si è avvalso della facoltà di non rispondere. Sulla convalida del fermo disposto dal pm Claudia Moregola e sulla esigenza di custodia cautelare in cella il giudice si è riservato. Ieri, nel frattempo, sul corpo del macellaio è stata effettuata l’autopsia, il medico legale ha sessanta giorni di tempo per consegnare alla procura la relazione finale in cui verrà indicata l’esatta causa della morte e quanto abbia influito sulle condizioni di Raccagni, la bottigliata ricevuta dai rapinatori con successiva perdita di equilibrio e caduta rovinosa sul cemento della rampa d’accesso al box di casa. Il magistrato ha concesso il nulla osta per la sepoltura, da mercoledì mattina la salma del macellaio sarà nella sua abitazione in via Puccini per l’ultimo saluto dei familiari e delle tante persone che gli erano affezionate.
 
Macellaio ucciso, i banditi-assassini
«Nessun rimorso per quanto fatto»
In cella due albanesi di 21 e 25 anni, il covo era a Cividate al Piano

di Redazione Online


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Segrega la moglie per farla abortireLo zio parte da Bergamo per liberarla


Debiti e crisi dell'edilizia Sui Pandini cala il sipario


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Da qui partiva la banda per mettere a segno i suoi colpi
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Hanno 21 e 25 anni i due albanesi fermati dai carabinieri di Chiari (Brescia) e ritenuti i responsabili di almeno due rapine in villa nell’Ovest bresciano, a Pontoglio e Palazzolo. Il colpo di Pontoglio, nella notte tra il 7 e l’8 luglio, era costato la vita a Pietro Raccagni, 53 anni, macellaio, colpito al capo con una bottiglia e morto sabato dopo undici giorni di
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Pietro Raccagni (Foto Facebook)agonia. I due fermati sono Pjeter Lleshi e Vlashi Anton e con altri complici, a cui i militari ora stanno dando la caccia, avevano la loro base a Cividate al Piano. «Un gruppo che agiva senza dare punti di riferimento - ha spiegato il colonnello Giuseppe Spina, comandante provinciale dei carabinieri di Brescia -. Dalle intercettazioni è emerso come la banda non aveva alcun rimorso per quanto fatto».

I due fermati sono accusati di omicidio preterintenzionale e rapina aggravata. Durante il colpo a Palazzolo, la banda aveva immobilizzato i padroni di casa, marito e moglie, legati con nastro adesivo alle sedie, ed era poi scappata con l’auto della famiglia, una Bmw ritrovata a Calcio nella bergamasca con alcuni fucili nascosti nel bagagliaio.


CHE BASTARDI, Se la ridono anche e il popolo italiano sta con gli albanesi...

che paese di merd.a....
 
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