Situazione Ucraina

Ahahahahah forse qualcuno dimentica che 77 anni fa qualcuno - democratico - lanciò delle bombe atomiche
su INERMI CIVILI provocando non meno di 200.000 m

Ti darò ragione quando mi dimostrerai che è meglio morire dilaniato da una bomba convenzionale piuttosto che dissolto da una atomica.
Ah...e lo devi accompagnare da una dichiarazione (postuma) di quelli di Pear Harbour.

Quando la dabbenaggine raggiunge nuovi culmini
 
Due ex soldati americani, identificati come Alexander Drueke, 39 anni, e Andy Huynh, 27.

Se confermata, si tratterebbe della prima cattura di soldati di nazionalità americana in Ucraina da parte russa,
in quello che potrebbe diventare un caso diplomatico con richieste di importanti concessioni agli americani in cambio della loro liberazione.


Secondo la testimonianza di un anonimo compagno dei due americani,
Drueke e Huynh sono stati catturati giovedì scorso dopo che la loro unità di dieci uomini si è trovata circondata dai russi.
 
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Ahahahahah i 7 nani
 
Riassunto:

Piazziamo un colpo di stato,

allarghiamo la Nato,

permettiamo il genocidio dei Russi in Ukraina,

non riconosciamo il referendum,

li ricopriamo di sanzioni e offese,

li minacciamo di riprenderci per conto dell’Ukraina la Crimea.

Tre mesi di guerra,

altre sanzioni.


Che dire … chi sarebbe il cattivo?

"l’animale”?


Per la cronaca, Macron gongola perche’ non hanno bisogno di gas.

E' la sua occasione
 
Ci si abitua a tutto, anche alle guerre.

O almeno alle guerre degli altri, in Siria o nello Yemen.

Questa è anche un po’ nostra, perché ci tocca nel portafogli, oltre che nei sentimenti,
e perché siamo cittadini di un paese che, con l’invio di armi, è inevitabilmente parte in causa.

Eppure ci si abitua lo stesso, e lo sdegno di quella gelida fine di febbraio si stempera davanti all’estate, e ai suoi riti inevitabili.


Nella informazione, l’Ucraina scivola verso titoli meno cubitali.

Un po’ è la ripetitività delle notizie – le storie richiedono colpi di scena –

un po’ è che le notizie imbarazzano, perché raccontano una storia diversa.


Non è più l’eroismo, non è più la distribuzione di armi ai civili, non è neppure più l’esodo biblico.

È Kiev che chiede ai suoi, al fronte, di tenere duro, a costo di grandi perdite,
e con il rischio di essere accerchiati, a non voler indietreggiare.


Che tattica è?

Una tattica politica più che militare,

per forzare la mano agli alleati – più armi e più in fretta –

e coinvolgerli sempre di più.


Senza la Nato in guerra non ti riprenderai mai il Donbass.


Il guaio, per gli ucraini, è che neppure a Washington credono più alla svolta, e anzi temono una Caporetto ucraina.

Forse è meglio negoziare prima che sia tardi, prima che Putin si faccia ingolosire dalla linea del Dniepr e da Odessa,
si dicono tra loro quelli che avevano scommesso, a marzo, sulla vittoria.


Tutto può succedere, ma i miracoli in guerra sono rari.

A Severodonetsk si sta per replicare l’Azovstal, e se succede, Slavianks e Kramatorsk sono a un passo.


Tre leader europei a Kiev.

Ai microfoni è logico aspettarsi parole gonfie di affetto e sollecitudine.

Nel mormorio, facile ci sia la necessità di tastare il polso a Zelensky,
che rischia di essere colpito alle spalle dai suoi, se dovesse dare prova di realismo.

Facile che ci siano premi di consolazione per un’Ucraina che accettasse,
a denti stretti e in punta di fatto, non di diritto, l’amputazione di un Donbass allargato.


E noi?

Sarebbe un boccone amaro,

dopo tanti editoriali bellicosi,

tante cronache di parte,

tante conduzioni guerresche,

tanta retorica dei politici:

poca roba, storie paesane, da Copasir de noantri.



Il mondo non è libero e bello, e neppure giusto.

Ma forse la cosa più rischiosa è il messaggio silenzioso che arriverebbe a Pechino: si può fare.


Il resto è già visto:

debiti di guerra,

business della ricostruzione,

processi per i crimini di guerra,

e una storia senza vincitori,


perché stavolta abbiamo davvero perso tutti.
 
L’incontro di Draghi con Zelensky non è l’unico ad essere avvenuto in questi giorni,
una delegazione del Parlamento di Kiev è infatti stata in visita a Roma

incontrando esponenti del Pd

ed i presidenti di Camera e Senato.


Se la versione del Presidente ucraino, battute da tutte le agenzie,
dopo il meeting con i leader europei non corrispondeva esattamente
con quanto il nostro Premier ha riferito in conferenza stampa riguardo agli argomenti trattati,

le affermazioni di Oleksander Korniero
, vice presidente della Verkhova Rada d’Ucraina, non lasciano spazio ai dubbi sul tema armi.


Durante la visita in Italia la delegazione ucraina ha incontrato vari rappresentanti del Ministero degli Esteri ed il viceministro della Difesa Stefania Pucciarelli

“con cui si è parlato di aiuti militari alla luce della strategia russa in questa guerra totale – riporta all’Adnkronos Kornienko –
Abbiamo chiesto

artiglieria a lungo raggio,

armi anti carro,

lancia razzi multipli e

difesa anti-aerea

per bloccare l’avanzata russa.

L’Italia ci ha promesso sostegni, ma non posso rivelare cosa”.


Una vera e propria lista della spesa
che da Kiev è arrivata direttamente a Roma nelle mani dei ministri competenti,

sbugiardando – inevitabilmente – il racconto di Draghi in cui affermava di “non aver parlato di richieste di armi con Zelensky”.


“Abbiamo puntato – prosegue la delegazione di Kiev – sullo status di candidato Ue per l’Ucraina,
affinché Kiev alla fine della guerra possa avere il suo posto nella famiglia europea”.

Quella famiglia – c’è da dire – a cui l’Ucraina non ha mai chiesto di far parte prima del conflitto.


Giorno dopo giorno, è ormai chiaro che la strategia, se così si può definire, di Zelensky e chi per lui,
si basi solo ed esclusivamente sulle sfacciate e inesauribili richieste.

Nessuna possibilità di mediazione diplomatica, come fanno sapere da Kiev:

“Saremo pronti a negoziare solo quando anche la federazione russa dimostrerà di esserlo,
smettendo di distruggere il nostro paese e di uccidere il nostro popolo”.


Prima le armi, le bombe, le morti, la fame e la povertà, poi – in caso – ne parliamo:

un copione già visto e che ci riporta agli accordi di Minsk quando,

nella speranza di mettere fine al conflitto interno in Donbass,

Kiev decise di non rispettare le vie diplomatiche.


Ciò non accadde all’epoca, ciò non accade adesso:

la perfetta prosecuzione di un conflitto che nasce nel silenzio dell’Occidente

e prosegue sotto i riflettori del mondo, senza nessun cambiamento – se non in peggio – .


Adesso ci siamo anche noi, però, in prima linea e, a quanto pare, non abbiamo intenzione di defilarci.

L’Italia ha promesso altre armi all’Ucraina: armi moderne, pesanti e sempre più tecnologiche.

Ma c’è di più: come racconta ancora all’Adnkronos la delegazione ucraina in gita nel nostro paese,
ci sarebbe una grande proposta per noi.

Un gran bel regalo che Kiev avrebbe deciso di farci:

“L’Ucraina è aperta a varie collaborazioni con l’Italia.
Il vostro paese potrebbe assumere il patronato della sfera culturale nelle grandi e piccole città”.


Esatto, Kiev ci propone il patronato culturale dell’Ucraina:

in cosa consiste?

Banalmente nella ricostruzione di ciò che rimarrà del paese di Zelensky dopo la fine del conflitto.


“Sappiamo dell’intenzione del governo italiano a far tornare in vita il teatro di Mariupol – spiega Kornienko –
Riteniamo che possa contribuire alla ricostruzione di altri teatri, scuole di musica, musei.
Alla ricostruzione di città e infrastrutture, come ponti e reti ferroviarie.
Le stime degli interventi sono in corso e il programma sarà presentato in occasione della Conferenza di Lugano”.


Ed ecco che, oltre il danno, arriva la beffa.

L’Ucraina ci ritiene degni di ricostruire le proprie rovine.


E mentre l’Italia cade in pezzi,

Draghi&Co,

invece di avere una visione

e creare gli strumenti per risollevare la nostra economia,

si impegnano nella promessa di restituire a Mariupol il teatro distrutto e non solo.



Non stupiamoci se tra qualche tempo ci troveremo a dover dire addirittura “grazie” a Zelensky per questa imperdibile occasione.
 

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