Ucrania rurale vs Kiew


La Romania e la Bulgaria sono diffidenti nei confronti di un possibile accordo tra Stati Uniti e Russia che potrebbe ripristinare la posizione di Mosca nel Mar Nero, ha riferito il Financial Times il 24 marzo, citando funzionari non rivelati della regione.
Stati Uniti e i delegati russi si incontreranno a Riyadh il 24 marzo mentre Washington spinge per un cessate il fuoco nel Mar Nero e un accordo di pace più ampio.
Poiché l'Ucraina ha notevolmente degradato le capacità della Russia nel Mar Nero attraverso una campagna sostenuta di droni e missili, qualsiasi potenziale accordo potrebbe essere vantaggioso per la Russia ed espandere l'area operativa della sua Marina, hanno detto i funzionari al Financial Times.
Stati Uniti e i delegati russi si incontreranno a Riyadh il 24 marzo mentre Washington spinge per un cessate il fuoco nel Mar Nero e un accordo di pace più ampio.
Kiev ha dichiarato di aver distrutto o disabilitato un terzo della flotta russa del Mar Nero durante più di tre anni di guerra su vasta scala, costringendo Mosca a ritirare gran parte delle sue risorse navali dalla Crimea occupata.
La campagna di droni e missili ha anche permesso all'Ucraina di riaprire le sue rotte marittime nonostante il ritiro della Russia dall'Iniziativa sui cereali del Mar Nero nel 2023.
 

Evgeny Savostianov, ex capo del Kgb di Mosca: «Putin accetterà la tregua a obiettivi raggiunti. L'Europa non si rende conto del rischio che corre»​


diMarco Imarisio

«Il capo del Cremlino vuole passare alla storia come "il grande raccoglitore delle terre russe"». L'Europa? «Si deve svegliare: il riarmo da solo non basta».



Nella sua vita precedente, Evgeny Savostianov faceva questo. «Analizzavo, studiavo documenti, facevo previsioni». Che fosse a capo del Kgb di Mosca, o dentro qualche ministero prima sotto Boris Eltsin e poi Vladimir Putin, il suo mestiere è sempre stato uno solo. Vive all’estero dal 2023, come conseguenza del suo no all’Operazione militare speciale che lo ha trasformato in «agente straniero». In virtù del suo passato, gli era stato concesso di restare a casa. Ma lui ha preferito andarsene. «In modi molto diversi, io e Vladimir Vladimirovich abbiamo un grado di duttilità molto basso».
Su cosa Putin non transige?
«Vuole assolutamente entrare nella storia come “Il Grande raccoglitore delle terre russe”, colui che ha invertito la disgregazione dell’impero avviata nel 1867 con la vendita dell’Alaska agli Usa. Non è solo per sé stesso: l’inclusione in uno Stato unico di Ucraina e Bielorussia gli consentirebbe di aumentare la «sua» popolazione fino a circa 188 milioni, con un ampliamento delle risorse di mobilitazione, del mercato interno di consumo e dei quadri lavorativi. Era una teoria cara al vecchio Kgb: più è piccola, più la Russia diventa ingovernabile. Il suo principale obiettivo ha un fondamento sia pratico che ideologico».



L’Europa fa bene a preoccuparsi?
«Dovrebbe prima svegliarsi, e dovrebbe farlo in fretta. Il secondo obiettivo di Putin, diretta conseguenza del primo, è il ritrovamento di ruolo di egemone europeo e globale, perduto con lo scioglimento dell’Urss. Poco importa se ottenuto attraverso governi o regimi compiacenti. Nulla di nuovo: da reduce del Kgb, eravamo colleghi, subisce l’influenza spirituale di stampo imperiale-espansionista proprio del Pgu, il Primo direttorato del Kgb, che si occupava di intelligence estera, oggi Svr, e quello nazionalista conservatore di “sbarramento” tipico dei funzionari del controspionaggio. Nella sua prima squadra questi due schieramenti erano ben bilanciati. C’erano rappresentanti sia dello spionaggio all’estero come Sergey Ivanov, Igor Sechin, Sergey Chemezov, che del controspionaggio come Viktor Ivanov e Nikolaj Patrushev. Il fatto che oggi prevalgano gli “esteri” è significativo della dinamica degli umori di Putin».
Cosa cerca il presidente russo dagli attuali negoziati?
«Accetterà una tregua completa solo quando sarà sicuro di poter raggiungere i suoi grandi obiettivi. Nel piccolo che per lui rappresenta l’Ucraina, appare evidente che ha bisogno di un avamposto russo sulla riva destra del Dnepr. Kherson e dintorni, per capirci. Così potrà tenere sotto pressione Odessa, la Transnistria e Chisinau. Per questo non accetterà mai la dislocazione in Ucraina di forze europee di deterrenza. Queste sono le “linee rosse” di Putin».

Una vera pace è possibile?
«Non ritengo possibile una fine della guerra senza un sostanziale cambiamento del rapporto di forze sul fronte a favore della Russia, ancora più marcato di quello attuale».
Cosa può fare l’Europa?
«Assumersi il fardello della responsabilità per il proprio destino. A cominciare dall’Ucraina. Oppure, può rassegnarsi a una sottomissione de facto all’alleanza tra Cina, Russia e loro satelliti assortiti. Temo che da voi non ci sia alcuna percezione del rischio che state correndo. Non mi riferisco a possibili invasioni, Putin oggi non vuole e non può. Ma al pericolo della irrilevanza, in primo luogo dei propri valori democratici».
Il riarmo è una soluzione?
«Anche. Ma da solo non basta. Oggi siete sotto schiaffo di due potenze come la Russia e questi nuovi Usa, che detestano profondamente le vostre basi di valori. Sono uniti da quello che ritengono essere un nemico comune: voi. Siete circondati, in qualche modo. Ogni piano di rafforzamento della capacità difensiva dell’Europa deve cominciare da una potente campagna di informazione che spieghi ai cittadini la nuova realtà, che smascheri e isoli i complici di quella che non è una rivoluzione culturale in corso, ma un’aggressione mascherata».
Le intese tra Putin e Trump porteranno alla ridefinizione di un nuovo ordine mondiale?
«Un nuovo assetto geopolitico sorgerà inevitabilmente a causa della decisione degli Usa di ridurre drasticamente il loro ruolo negli affari internazionali. Putin promuoverà la sua visione, cercando una zona di influenza a Ovest per smarcarsi da quella, molto più vasta, della Cina. E lo farà indipendentemente dai rapporti con Trump, che intanto si accinge a lasciare questi territori. Anche per questo, l’Europa deve ritrovare lo status di soggetto politico globale in modo da garantire autonomamente la propria sicurezza».
I nazionalisti russi sognano un mondo diviso in tre: Usa, Cina e Russia. È uno scenario possibile?
«Se l’Europa non agisce, lo sarà. Con qualche distinzione. La Russia rimane un Paese dal debole sviluppo tecnologico, che dipende interamente dalla Cina. In questo nuovo ordine, si porrà come “il vice manesco” della corporazione globale “Cina”. Non è certo un caso se Trump sogna di chiudere presto il dossier Ucraina: vuole concentrarsi sul Pacifico, dove si deciderà l’esito della partita tra Usa e Cina. Che nonostante le ambizioni della Russia, rimane l’unica sfida di carattere davvero globale».

Evgeny Savostianov, ex capo del Kgb di Mosca: «Putin accetterà la tregua a obiettivi raggiunti. L'Europa non si rende conto del rischio che corre»
 
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L’altro fenomeno clamoroso è lo sviluppo dell’industria dei droni. All’inizio della guerra in Ucraina esisteva una manciata di aziende specializzate; adesso sono oltre 200. Nel 2024 hanno messo in campo più di 1,5 milioni di droni, cioè il 96% del fabbisogno. Entro il 2025 la produzione supererà i 4 milioni di apparecchi con la visione completa del campo di battaglia. Leader mondiali e, ancora una volta, a costi contenuti: 500 euro per ogni dispositivo, contro una media occidentale di 1.800 euro.
Droni e missili a lungo raggio rappresentano le basi materiali del piano «porcospino d’acciaio». E per diverse multinazionali europee costituiscono un’inaspettata opportunità di investimento in Ucraina. I tedeschi di Rheinmetall hanno aperto stabilimenti per produrre armi, munizioni, blindati e panzer. Il gruppo franco-tedesco Knds costruirà carri armati. I francesi di Thales si sono associati con la locale Ukroboronprom per sviluppare, tra l’altro, sistemi di difesa aerea e di radar. Occorrono, però, altri fondi pubblici o privati che siano. Gli ucraini, pur continuando a premere sugli americani, chiedono un ulteriore sforzo ai Paesi europei. Finora sono stati stanziati 16 miliardi di euro per investimenti industriali: ne servono altri 18 per arrivare alla piena capacità produttiva dell’apparato ucraino nel 2025. Il modello
Tutto ciò, però, potrebbe non bastare. Oggi il Paese è difeso da un milione di militari. Esausti. Il governo ucraino punta su un modello di difesa iper tecnologico che possa risultare efficiente anche con l’impiego di meno soldati. Proprio come insegna l’esperienza di Israele e di Taiwan.
 
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