Bisogna vedere quali sarebbero i bisogni, se si tratta di bisogni fondamentali come cibo e riparo da freddo e intemperie è un conto, altrimenti ciò che uno vuole se lo deve guadagnare.
Inoltre nessuno può perfezionarsi in qualsiasi campo e con lo sviluppo delle società umane si ha la divisione del lavoro per cui molti si specializzano in qualche ramo di competenze, e eventualmente hanno qualche hobby.
Alcune attività lavorative sono più faticose, meno gradevoli, più stressanti, e nessuno le svolgerebbe se ognuno potesse fare quello che gli pare e se comunque i suoi bisogni venissero appagati.
Le risorse del pianeta terra sono anche limitate e se la popolazione umana continuerà a crescere c' è il rischio che si esauriscano.
...
un brano di Friedrich Hayek che in questo contesto è significativo. L’economista austriaco, in un saggio del 1945 [16], spiegava che un pianificatore centrale, per raggiungere il suo scopo, avrebbe bisogno di avere accesso a informazioni che però, in assenza di un mercato, non può ottenere. Queste ultime sono, infatti, frammentarie e disperse nella società e il sistema dei prezzi di mercato è il mezzo con cui le informazioni possono essere diffuse e coordinare le azioni individuali.
Assumiamo che da qualche parte del mondo sia emersa una nuova occasione per l’uso di una materia prima, diciamo lo stagno […]. Tutto quello che gli utilizzatori di questa materia prima devono sapere è che parte dello stagno che essi erano abituati a consumare viene ora impiegato con maggiore profitto altrove e che, di conseguenza, loro devono economizzare lo stagno. Non c’è alcun bisogno per la grande maggioranza di loro di sapere dove è emerso il bisogno più urgente o in favore di quali altri bisogni essi devono adeguarsi all’offerta [17]
Non importa quale sia il motivo per cui la domanda di stagno è aumentata, ciò che conta è che il suo prezzo ha segnalato al resto dei mercati (non solo quindi a quello dello stagno) che la disponibilità di quel metallo è diminuita. Le persone che conoscono la causa di ciò che è accaduto sono solo poche decine ma l’aumento del prezzo dello stagno spingerà il resto degli individui a farne un uso più parsimonioso. In pratica, secondo Hayek, il sistema dei prezzi di mercato tende a muovere l’economia nella giusta direzione.
Quando è invece lo Stato a decidere i prezzi, i disastri sono dietro l’angolo, come splendidamente descritto da Manzoni nel XII capitolo dei Promessi Sposi. Le autorità fissano il prezzo del pane a Milano durante la carestia generando tutta una serie di effetti indesiderati: i fornai si rifiutano di vendere al prezzo ribassato, la folla assalta i forni e, dopo averli depredati, li distrugge, la moltitudine festeggia credendo di aver sconfitto gli «affamatori» e di poter vivere nell’abbondanza. È emblematico Renzo che, guardando la folla, si domanda «se concian così tutti i forni, dove voglion fare il pane? » [18]
Come scrive Manzoni, e vale in generale per tutti i beni, «tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù [..] di far venire derrate fuor di stagione» [19] e quindi l’illusione di abbondanza è destinata a svanire molto in fretta.
Ma neoliberismo e laissez-faire non sono la stessa cosa?
Ora veniamo ad un punto cruciale, che relazione c’è tra l’economia di mercato che vi ho descritto sin qui ed il neoliberismo, ovvero quel termine che viene utilizzato, con tono dispregiativo, per definire le politiche economiche degli Stati Uniti dall’elezione alla presidenza di Ronald Reagan in poi. I cardini dell’ideologia neoliberista sono:
Onnipotenza del Mercato: le imprese e le corporation devono essere liberate da ogni controllo governativo, eliminando quanto più possibile i diritti sindacali
Taglio delle spese sociali dello Stato: ridurre le spese statali nei campi dell’educazione, della sanità ed in tutto quello che costituisce la “rete di salvataggio” per i più poveri.
Deregulation: eliminare tutte le regole che possono diminuire i profitti delle imprese, ad esempio quelle che prescrivono norme di sicurezza per i lavoratori.
Privatizzazioni: vendere tutte le aziende di proprietà pubblica ai privati.
Globalizzazione: estendere a tutto il mondo le politiche neoliberiste e la libera circolazione dei capitali attraverso istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
Vi immagino già, con gli occhi sgranati, che indicate lo schermo esclamando: «Ecco sì questo è il risultato dell’ideologia capitalista! Queste politiche sono le sue figlie!». Siete però sicuri che ci sia corrispondenza tra queste linee di condotta l’economia di mercato che vi ho descritto in precedenza?
Per un qualche strano motivo siamo abituati a pensare che capitalisti e imprenditori siano favorevoli al libero mercato e contrari a qualsiasi tipo di ingerenza da parte dello Stato. L’idea è che in un mercato libero da interventi statali possano fare il bello ed il cattivo tempo, realizzare profitti inimmaginabili, come uno squalo calato in un allevamento di pesci. Niente di più falso!
Gli imprenditori, non tutti sia chiaro, sono terrorizzati dal libero mercato. Sapete perché?
Richard Cantillon [20] è stato forse il primo economista a teorizzare la figura dell’entrepreneur (l’imprenditore), descrivendolo come chi, a fronte di costi certi, si sobbarcava il rischio di vendere, in un tempo futuro, a prezzi incerti. Gli imprenditori sarebbero quindi quelli che dirigono la produzione e il commercio sopportandone i rischi.
Tutto il contrario degli imprenditori e delle multinazionali di oggi!
Gli imprenditori moderni non dormono la notte pensando di vendere a prezzi incerti, sono terrorizzati dal pensiero di una concorrenza che possa far calare i profitti, di un calo delle vendite che possa portare loro delle perdite. Sopportare il rischio? Ma scherziamo?
Gli imprenditori e le multinazionali odiano il mercato libero. Vogliono un mercato ben regolamentato dallo Stato, dove siano tutelati dalla concorrenza interna e internazionale (i dazi contro i cinesi per Dio! Servono i dazi!), dove siano garantiti i profitti normali, dove un meccanismo di quote di produzione alzi il prezzo di vendita (a qualcuno sono venute in mente le quote latte?), dove la concessione di licenze impedisca la rottura degli oligopoli esistenti (ve li ricordate gli scioperi contro le lenzuolate di Bersani o le “liberalizzazioni” di Monti?) e dove sussidi e incentivi garantiscano lauti profitti e lo Stato socializzi le perdite.
Qui non si chiede al governo di non intervenire ma anzi si fa pressione perché gli interventi ci siano e abbiano una logica ben precisa: favorire alcune grandi imprese, le multinazionali, garantendo loro privilegi attraverso il rilassamento di alcune regole, elargendo sconti fiscali e privatizzando gli ex monopoli pubblici di cui cambia solo il padrone. La definizione giusta sarebbe neocorporativismo [21], non neoliberismo!
Come giustamente ha affermato un regista che è sempre stato molto critico nei confronti del capitalismo, Michael Moore, in un incontro con gli studenti della George Washington University, noi oggi non ci troviamo affatto in un’economia di libero mercato.
Non abbiamo davvero un mercato libero e non abbiamo libere imprese, anche se diciamo di averli. A questa gente, i ricchi e le corporazioni, non piace la concorrenza. Non gradiscono che abbiamo la facoltà di scegliere, amano i monopoli, la loro visione del Nirvana è essere l’unica industria automobilistica oppure l’unica linea aerea ed è bizzarro che questa gente che dice di credere così tanto nel nostro modo di vivere, in realtà creda in un sistema dove noi non dovremmo avere facoltà di scelta ed ammira il modo di fare della vecchia Unione Sovietica [22]
Marx e il liberismo
Perché allora la maggioranza delle persone e dei media ritiene che le politiche economiche degli ultimi trenta anni siano l’applicazione delle teorie del libero mercato? La risposta è che tutti noi accettiamo, pur senza essere marxisti, le idee del filosofo tedesco riguardo al funzionamento del capitalismo.
Marx [23] sosteneva che, senza l’intervento del governo, la logica del profitto, l’interesse personale e l’avidità degli uomini d’affari avrebbero portato allo sfruttamento dei lavoratori, costretti a lavorare 15 ore al giorno ad un salario di sussistenza. Non vi ricorda molto da vicino quanto scriveva Polanyi [5] ?
La lezione della storia sarebbe che è solo grazie all’intervento dello Stato, sotto forma di leggi a favore dei sindacati e l’istituzione del salario minimo, regolando l’orario massimo di lavoro e proibendo il lavoro infantile, che le condizioni dei lavoratori salariati sono migliorate nel tempo. Come corollario vi è l’idea che la crisi economica sia stata causata dalla logica del profitto, dall’avidità dei banchieri e dal fatto che lo Stato abbia permesso alle multinazionali di decidere la politica.
La libertà economica non sarebbe altro che una formula per l’ingiustizia e il caos, mentre solo il governo sarebbe in grado di assicurare giustizia e razionalità negli affari economici. Di fronte ad eventi come l’attuale crisi economica si assume automaticamente che ciò che è avvenuto sia stato causato dalla libertà economica che permette di perseguire l’odiata logica del profitto. Si finge che il mondo di oggi sia l’incarnazione del liberismo in modo da poterlo denunciare come la causa di ogni male.
Come però abbiamo visto, nel mondo di oggi il laissez-faire non è per nulla l’ideologia guida e agendo in questo modo il risultato è di attaccare quei pochi frammenti di libertà che riescono ancora, nonostante tutto, a sopravvivere.
Questa visione è però fuorviante; le politiche economiche degli ultimi anni, che hanno indubbiamente derubato una grossa parte della popolazione per arricchire un ristretto numero di interessi corporativi, non hanno nulla a che vedere con l’economia di mercato. Dietro allo slogan libertà e democrazia, infatti, si nascondono i peggiori nemici della libertà e della democrazia ...
In difesa dell'economia di mercato - Ludwig von Mises Italia