A Grillo piace il comunismo

Non ci siamo capiti: dato che la visione è materialista, l' uomo è un animale , sia pure più intelligente di altri , quale sarebbe il fondamento per dare un giudizio negativo sul fatto che certi colonizzatori abbiano ridotto la popolazione indigena di alcuni territori? In vari territori in passato c' erano leoni e lupi ma si estinsero , anche perché creavano problemi alle popolazioni umane locali. I coloni europei in alcuni casi avevano problemi con le popolazioni indigene preesistenti che attaccavano i coloni o razziavano il bestiame e si attivarono per ridurne il numero.
Se la visione è materialista, come nel caso del marxismo, niente è sacro, nemmeno la vita umana e quale sarebbe il fondamento per criticare se alcuni gruppi hanno imposto la legge del più forte e si sono impossessati di territori e risorse che altri gruppi usavano in modo meno efficiente?
Se la visione è materialista, come nel caso del marxismo, nulla è sacro, nemmeno la vita umana.

Ah ok giustifichiamo i massacri in nome di una civiltà superiore... beh io non giustifico neanche i massacri fatti in nome del comunismo (falso ma pur sempre dichiarato per dare oppio al popolo) figurati quelli fatti in nome di una presunta superiorità di civiltà...

La dittatura del proletariato concepita da Marx e da Lenin tra l'altro non prevedeva di per se violenza ma teorizzava che le forze dominante avrebbero fatto agire i propri sistemi di polizia per impedirla e quindi da li la necessità dello scontro.

In ogni caso un vero marxista è certo industrialista o se più ti piace produttivista ma non per questo desidera la distruzione di specie viventi di altri uomini o della terra

Il problema che è il profitto che corrompe la produzione facendola diventare distruttiva, corrompe l'uomo trasformando il desiderio di successo in avidità e sopraffazione, non canalizza le negatività dell'uomo ma le esalta.
 
Un comunista e sia Marx che Engels la davano eccome:

All’uomo "economico" ossessionato dall’avere, Marx contrappone un uomo onnilaterale e totale che esercita in modo creativo le sue potenzialità. "Ciascuno secondo le sue capacità; a ciascuno secondo i suoi bisogni".

Secondo loro, nella futura società comunista nessuno avrà una sfera di attività esclusiva (in qualche modo imposta) in cui esprimersi, ma avrà la possibilità di perfezionarsi in qualsiasi campo, mentre la società, nel suo insieme, regolerà la produzione generale.


I milioni di disoccupati, sottooccupati, i milioni che muoiono ancora di fame, i milioni di persone non soddisfatte sono il segnale che si può fare di più e meglio.

Bisogna vedere quali sarebbero i bisogni, se si tratta di bisogni fondamentali come cibo e riparo da freddo e intemperie è un conto, altrimenti ciò che uno vuole se lo deve guadagnare.

Inoltre nessuno può perfezionarsi in qualsiasi campo e con lo sviluppo delle società umane si ha la divisione del lavoro per cui molti si specializzano in qualche ramo di competenze, e eventualmente hanno qualche hobby.

Alcune attività lavorative sono più faticose, meno gradevoli, più stressanti, e nessuno le svolgerebbe se ognuno potesse fare quello che gli pare e se comunque i suoi bisogni venissero appagati.


Le risorse del pianeta terra sono anche limitate e se la popolazione umana continuerà a crescere c' è il rischio che si esauriscano.


...
un brano di Friedrich Hayek che in questo contesto è significativo. L’economista austriaco, in un saggio del 1945 [16], spiegava che un pianificatore centrale, per raggiungere il suo scopo, avrebbe bisogno di avere accesso a informazioni che però, in assenza di un mercato, non può ottenere. Queste ultime sono, infatti, frammentarie e disperse nella società e il sistema dei prezzi di mercato è il mezzo con cui le informazioni possono essere diffuse e coordinare le azioni individuali.

Assumiamo che da qualche parte del mondo sia emersa una nuova occasione per l’uso di una materia prima, diciamo lo stagno […]. Tutto quello che gli utilizzatori di questa materia prima devono sapere è che parte dello stagno che essi erano abituati a consumare viene ora impiegato con maggiore profitto altrove e che, di conseguenza, loro devono economizzare lo stagno. Non c’è alcun bisogno per la grande maggioranza di loro di sapere dove è emerso il bisogno più urgente o in favore di quali altri bisogni essi devono adeguarsi all’offerta [17]
Non importa quale sia il motivo per cui la domanda di stagno è aumentata, ciò che conta è che il suo prezzo ha segnalato al resto dei mercati (non solo quindi a quello dello stagno) che la disponibilità di quel metallo è diminuita. Le persone che conoscono la causa di ciò che è accaduto sono solo poche decine ma l’aumento del prezzo dello stagno spingerà il resto degli individui a farne un uso più parsimonioso. In pratica, secondo Hayek, il sistema dei prezzi di mercato tende a muovere l’economia nella giusta direzione.

Quando è invece lo Stato a decidere i prezzi, i disastri sono dietro l’angolo, come splendidamente descritto da Manzoni nel XII capitolo dei Promessi Sposi. Le autorità fissano il prezzo del pane a Milano durante la carestia generando tutta una serie di effetti indesiderati: i fornai si rifiutano di vendere al prezzo ribassato, la folla assalta i forni e, dopo averli depredati, li distrugge, la moltitudine festeggia credendo di aver sconfitto gli «affamatori» e di poter vivere nell’abbondanza. È emblematico Renzo che, guardando la folla, si domanda «se concian così tutti i forni, dove voglion fare il pane? » [18]

Come scrive Manzoni, e vale in generale per tutti i beni, «tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù [..] di far venire derrate fuor di stagione» [19] e quindi l’illusione di abbondanza è destinata a svanire molto in fretta.

Ma neoliberismo e laissez-faire non sono la stessa cosa?

Ora veniamo ad un punto cruciale, che relazione c’è tra l’economia di mercato che vi ho descritto sin qui ed il neoliberismo, ovvero quel termine che viene utilizzato, con tono dispregiativo, per definire le politiche economiche degli Stati Uniti dall’elezione alla presidenza di Ronald Reagan in poi. I cardini dell’ideologia neoliberista sono:

Onnipotenza del Mercato: le imprese e le corporation devono essere liberate da ogni controllo governativo, eliminando quanto più possibile i diritti sindacali
Taglio delle spese sociali dello Stato: ridurre le spese statali nei campi dell’educazione, della sanità ed in tutto quello che costituisce la “rete di salvataggio” per i più poveri.
Deregulation: eliminare tutte le regole che possono diminuire i profitti delle imprese, ad esempio quelle che prescrivono norme di sicurezza per i lavoratori.
Privatizzazioni: vendere tutte le aziende di proprietà pubblica ai privati.
Globalizzazione: estendere a tutto il mondo le politiche neoliberiste e la libera circolazione dei capitali attraverso istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
Vi immagino già, con gli occhi sgranati, che indicate lo schermo esclamando: «Ecco sì questo è il risultato dell’ideologia capitalista! Queste politiche sono le sue figlie!». Siete però sicuri che ci sia corrispondenza tra queste linee di condotta l’economia di mercato che vi ho descritto in precedenza?

Per un qualche strano motivo siamo abituati a pensare che capitalisti e imprenditori siano favorevoli al libero mercato e contrari a qualsiasi tipo di ingerenza da parte dello Stato. L’idea è che in un mercato libero da interventi statali possano fare il bello ed il cattivo tempo, realizzare profitti inimmaginabili, come uno squalo calato in un allevamento di pesci. Niente di più falso!

Gli imprenditori, non tutti sia chiaro, sono terrorizzati dal libero mercato. Sapete perché?

Richard Cantillon [20] è stato forse il primo economista a teorizzare la figura dell’entrepreneur (l’imprenditore), descrivendolo come chi, a fronte di costi certi, si sobbarcava il rischio di vendere, in un tempo futuro, a prezzi incerti. Gli imprenditori sarebbero quindi quelli che dirigono la produzione e il commercio sopportandone i rischi.

Tutto il contrario degli imprenditori e delle multinazionali di oggi!

Gli imprenditori moderni non dormono la notte pensando di vendere a prezzi incerti, sono terrorizzati dal pensiero di una concorrenza che possa far calare i profitti, di un calo delle vendite che possa portare loro delle perdite. Sopportare il rischio? Ma scherziamo?

Gli imprenditori e le multinazionali odiano il mercato libero. Vogliono un mercato ben regolamentato dallo Stato, dove siano tutelati dalla concorrenza interna e internazionale (i dazi contro i cinesi per Dio! Servono i dazi!), dove siano garantiti i profitti normali, dove un meccanismo di quote di produzione alzi il prezzo di vendita (a qualcuno sono venute in mente le quote latte?), dove la concessione di licenze impedisca la rottura degli oligopoli esistenti (ve li ricordate gli scioperi contro le lenzuolate di Bersani o le “liberalizzazioni” di Monti?) e dove sussidi e incentivi garantiscano lauti profitti e lo Stato socializzi le perdite.

Qui non si chiede al governo di non intervenire ma anzi si fa pressione perché gli interventi ci siano e abbiano una logica ben precisa: favorire alcune grandi imprese, le multinazionali, garantendo loro privilegi attraverso il rilassamento di alcune regole, elargendo sconti fiscali e privatizzando gli ex monopoli pubblici di cui cambia solo il padrone. La definizione giusta sarebbe neocorporativismo [21], non neoliberismo!

Come giustamente ha affermato un regista che è sempre stato molto critico nei confronti del capitalismo, Michael Moore, in un incontro con gli studenti della George Washington University, noi oggi non ci troviamo affatto in un’economia di libero mercato.

Non abbiamo davvero un mercato libero e non abbiamo libere imprese, anche se diciamo di averli. A questa gente, i ricchi e le corporazioni, non piace la concorrenza. Non gradiscono che abbiamo la facoltà di scegliere, amano i monopoli, la loro visione del Nirvana è essere l’unica industria automobilistica oppure l’unica linea aerea ed è bizzarro che questa gente che dice di credere così tanto nel nostro modo di vivere, in realtà creda in un sistema dove noi non dovremmo avere facoltà di scelta ed ammira il modo di fare della vecchia Unione Sovietica [22]
Marx e il liberismo

Perché allora la maggioranza delle persone e dei media ritiene che le politiche economiche degli ultimi trenta anni siano l’applicazione delle teorie del libero mercato? La risposta è che tutti noi accettiamo, pur senza essere marxisti, le idee del filosofo tedesco riguardo al funzionamento del capitalismo.

Marx [23] sosteneva che, senza l’intervento del governo, la logica del profitto, l’interesse personale e l’avidità degli uomini d’affari avrebbero portato allo sfruttamento dei lavoratori, costretti a lavorare 15 ore al giorno ad un salario di sussistenza. Non vi ricorda molto da vicino quanto scriveva Polanyi [5] ?

La lezione della storia sarebbe che è solo grazie all’intervento dello Stato, sotto forma di leggi a favore dei sindacati e l’istituzione del salario minimo, regolando l’orario massimo di lavoro e proibendo il lavoro infantile, che le condizioni dei lavoratori salariati sono migliorate nel tempo. Come corollario vi è l’idea che la crisi economica sia stata causata dalla logica del profitto, dall’avidità dei banchieri e dal fatto che lo Stato abbia permesso alle multinazionali di decidere la politica.

La libertà economica non sarebbe altro che una formula per l’ingiustizia e il caos, mentre solo il governo sarebbe in grado di assicurare giustizia e razionalità negli affari economici. Di fronte ad eventi come l’attuale crisi economica si assume automaticamente che ciò che è avvenuto sia stato causato dalla libertà economica che permette di perseguire l’odiata logica del profitto. Si finge che il mondo di oggi sia l’incarnazione del liberismo in modo da poterlo denunciare come la causa di ogni male.

Come però abbiamo visto, nel mondo di oggi il laissez-faire non è per nulla l’ideologia guida e agendo in questo modo il risultato è di attaccare quei pochi frammenti di libertà che riescono ancora, nonostante tutto, a sopravvivere.

Questa visione è però fuorviante; le politiche economiche degli ultimi anni, che hanno indubbiamente derubato una grossa parte della popolazione per arricchire un ristretto numero di interessi corporativi, non hanno nulla a che vedere con l’economia di mercato. Dietro allo slogan libertà e democrazia, infatti, si nascondono i peggiori nemici della libertà e della democrazia ...


In difesa dell'economia di mercato - Ludwig von Mises Italia
 
Ah ok giustifichiamo i massacri in nome di una civiltà superiore... beh io non giustifico neanche i massacri fatti in nome del comunismo (falso ma pur sempre dichiarato per dare oppio al popolo) figurati quelli fatti in nome di una presunta superiorità di civiltà...

La dittatura del proletariato concepita da Marx e da Lenin tra l'altro non prevedeva di per se violenza ma teorizzava che le forze dominante avrebbero fatto agire i propri sistemi di polizia per impedirla e quindi da li la necessità dello scontro.

In ogni caso un vero marxista è certo industrialista o se più ti piace produttivista ma non per questo desidera la distruzione di specie viventi di altri uomini o della terra

Il problema che è il profitto che corrompe la produzione facendola diventare distruttiva, corrompe l'uomo trasformando il desiderio di successo in avidità e sopraffazione, non canalizza le negatività dell'uomo ma le esalta.

Io non ho parlato di civiltà superiore e non pensavo di giustificare massacri.

Ho chiesto quale sarebbe il fondamento per criticare il comportamento di certi colonizzatori europei , dal punto di vista di un marxista che si basa sul materialismo e che considera l' uomo un animale .

Infatti storicamente certi capi marxisti di regimi bolscevichi o affini non si sono fatti molti scrupoli nel provocare la morte di centinaia di migliaia di persone o persino di più, se pensavano che ciò era necessario per edificare il socialismo e preparare il terreno al comunismo.


Stalin aveva scritto varie opere tra cui :
Il materialismo dialettico ed il materialismo storico,
Principi del leninismo,
Il leninismo. Teoria e pratica


Secondo teorie marxiste si dovrebbe arrivare alla dittatura del proletariato e poi al comunismo, ma se ciò può convenire e piacere ad alcuni, al altri non conviene o la prospettiva non risulta gradita.
E una teoria marxista-leninista prevedeva una fase violenta per dare il potere al proletariato. Insomma si tratterebbe di una fase in cui alcuni usano la violenza per fare i propri interessi mentre altri si oppongono.
Se questa è la mentalità, usare la violenza per fare gli interessi del proletariato, su che basi i marxisti possono criticare colonizzatori che in passato hanno fatto ricorso alla violenza per impossessarsi di territori e risorse?
Ossia per i marxisti se il proletariato o l' avanguardia del proletariato fa ricorso alla violenza per fare gli interessi di una classe sociale , puo' essere accettabile, ma se altri fanno ricorso alla violenza per perseguire i propri interessi non è accettabile? E su che basi?


Tratto da un articolo che cita un' opera di Lenin:

di A. Serafini
(pubblicato sul Bollettino a cura del Corso di formazione dei comunisti,

...
Una seconda precisazione è necessaria, contro la banalizzazione piccolo-borghese del concetto di rivoluzione, oggi inflazionato fino a designare fenomeni di vita e di costume fra i più eterogenei e insignificanti. In che consiste, dal punto di vista marxista, una rivoluzione? Essa è il passaggio del potere politico statale da una classe a un'altra classe sociale.

...
Fondamentali sono le indicazioni contenute nella classica opera scritta da Lenin nel 1905 Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, in cui egli affronta le questioni della prima rivoluzione russa e indica anche i compiti del proletariato per gli anni futuri, che culmineranno nella Rivoluzione d'Ottobre del 1917:

"il proletariato deve condurre a termine la rivoluzione democratica legando a se la massa dei contadini, per schiacciate con la forza la resistenza dell'autocrazia e paralizzare l'instabilità della borghesia.
"Il proletariato deve fare la rivoluzione socialista legando a se la massa degli elementi semiproletari della popolazione, per spezzare con la forza la resistenza della borghesia e paralizzare l'instabilità dei contadini e della piccola borghesia.
...

4) Chiave di volta della strategia leninista della rivoluzione è, dunque, la teoria - e la pratica - dell' egemonia del proletariato, che si contrappone nettamente all'economicismo, a entrambe le varianti dell'economicismo, apparentemente opposte, ma le cui radici sono comuni:

- l'economicismo che punta sullo sviluppo economico del capitalismo (riformismo classico, secondo il quale si giunge al socialismo senza rottura rivoluzionaria, attraverso una successione di riforme, consentite appunto dal crescente sviluppo capitalistico e dalla presunta crescente " democratizzazione" dello Stato borghese):

- I' economicismo che punta, invece, le sue carte sul meccanicistico e irresistibile procedere di una crisi economica - più o meno breve o lunga - del capitalismo, che spinge in modo indifferenziato le masse alla rivoluzione (concezione che è alla base di ogni avventurismo ed estremismo antileninista).
...
...

è con Marx ed Engels che vengono gettate le basi di una compiuta teoria della dittatura del proletariato, alla cui ulteriore elaborazione Lenin e Stalin daranno, in seguito, apporti decisivi, in stretto legame con la pratica storica del bolscevismo.

2) Due sono le ragioni che costituiscono i fondamenti della teoria marxista della dittatura proletaria.
La prima è una ragione storica, di carattere generale, che il marxismo trae dal bilancio delle rivoluzioni che hanno preceduto la rivoluzione proletaria.
Nessuna classe oppressa ha mai potuto accedere al dominio senza attraversare un periodo di dittatura, cioè di conquista del potere politico e di repressione violenta della resistenza furiosa che alla classe rivoluzionaria hanno sempre opposto i suoi antagonisti di classe. Basti ricordare la dittatura di Cromwell e delle "teste rotonde" in Inghilterra nel secolo XVII, e la dittatura di Robespierre e del Comitato di Salute Pubblica in Francia nel secolo successivo.
La seconda è una ragione specifica, che attiene al carattere particolare della rivoluzione proletaria rispetto alle rivoluzioni borghesi che l' hanno storicamente preceduta.

Qual è la differenza fondamentale fra le due rivoluzioni?
Mentre, nelle rivoluzioni borghesi, i rapporti di produzione capitalistici si erano già sviluppati in seno alla società feudale prima della rivoluzione e la borghesia doveva soltanto abbattere il potere politico in possesso dell'aristocrazia feudale e costruire il proprio Stato, il proletariato deve, invece, impadronirsi del potere politico per introdurre i rapporti di produzione socialisti trasformando da cima a fondo l'economia e la società, perché i rapporti di produzione socialisti non si sviluppano mai spontaneamente in seno alla società capitalistica. La democrazia proletaria non è una democrazia che, come quella borghese, vive sul terreno della proprietà privata, ma una democrazia che si sviluppa sulla base della lotta per l'abolizione della proprietà privata.

Rivoluzione socialista e dittatura del proletariato
 
Ultima modifica:
Bisogna vedere quali sarebbero i bisogni, se si tratta di bisogni fondamentali come cibo e riparo da freddo e intemperie è un conto, altrimenti ciò che uno vuole se lo deve guadagnare.

Inoltre nessuno può perfezionarsi in qualsiasi campo e con lo sviluppo delle società umane si ha la divisione del lavoro per cui molti si specializzano in qualche ramo di competenze, e eventualmente hanno qualche hobby.

Alcune attività lavorative sono più faticose, meno gradevoli, più stressanti, e nessuno le svolgerebbe se ognuno potesse fare quello che gli pare e se comunque i suoi bisogni venissero appagati.


Le risorse del pianeta terra sono anche limitate e se la popolazione umana continuerà a crescere c' è il rischio che si esauriscano.


...
un brano di Friedrich Hayek che in questo contesto è significativo. L’economista austriaco, in un saggio del 1945 [16], spiegava che un pianificatore centrale, per raggiungere il suo scopo, avrebbe bisogno di avere accesso a informazioni che però, in assenza di un mercato, non può ottenere. Queste ultime sono, infatti, frammentarie e disperse nella società e il sistema dei prezzi di mercato è il mezzo con cui le informazioni possono essere diffuse e coordinare le azioni individuali.

Assumiamo che da qualche parte del mondo sia emersa una nuova occasione per l’uso di una materia prima, diciamo lo stagno […]. Tutto quello che gli utilizzatori di questa materia prima devono sapere è che parte dello stagno che essi erano abituati a consumare viene ora impiegato con maggiore profitto altrove e che, di conseguenza, loro devono economizzare lo stagno. Non c’è alcun bisogno per la grande maggioranza di loro di sapere dove è emerso il bisogno più urgente o in favore di quali altri bisogni essi devono adeguarsi all’offerta [17]
Non importa quale sia il motivo per cui la domanda di stagno è aumentata, ciò che conta è che il suo prezzo ha segnalato al resto dei mercati (non solo quindi a quello dello stagno) che la disponibilità di quel metallo è diminuita. Le persone che conoscono la causa di ciò che è accaduto sono solo poche decine ma l’aumento del prezzo dello stagno spingerà il resto degli individui a farne un uso più parsimonioso. In pratica, secondo Hayek, il sistema dei prezzi di mercato tende a muovere l’economia nella giusta direzione.

Quando è invece lo Stato a decidere i prezzi, i disastri sono dietro l’angolo, come splendidamente descritto da Manzoni nel XII capitolo dei Promessi Sposi. Le autorità fissano il prezzo del pane a Milano durante la carestia generando tutta una serie di effetti indesiderati: i fornai si rifiutano di vendere al prezzo ribassato, la folla assalta i forni e, dopo averli depredati, li distrugge, la moltitudine festeggia credendo di aver sconfitto gli «affamatori» e di poter vivere nell’abbondanza. È emblematico Renzo che, guardando la folla, si domanda «se concian così tutti i forni, dove voglion fare il pane? » [18]

Come scrive Manzoni, e vale in generale per tutti i beni, «tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù [..] di far venire derrate fuor di stagione» [19] e quindi l’illusione di abbondanza è destinata a svanire molto in fretta.

Ma neoliberismo e laissez-faire non sono la stessa cosa?

Ora veniamo ad un punto cruciale, che relazione c’è tra l’economia di mercato che vi ho descritto sin qui ed il neoliberismo, ovvero quel termine che viene utilizzato, con tono dispregiativo, per definire le politiche economiche degli Stati Uniti dall’elezione alla presidenza di Ronald Reagan in poi. I cardini dell’ideologia neoliberista sono:

Onnipotenza del Mercato: le imprese e le corporation devono essere liberate da ogni controllo governativo, eliminando quanto più possibile i diritti sindacali
Taglio delle spese sociali dello Stato: ridurre le spese statali nei campi dell’educazione, della sanità ed in tutto quello che costituisce la “rete di salvataggio” per i più poveri.
Deregulation: eliminare tutte le regole che possono diminuire i profitti delle imprese, ad esempio quelle che prescrivono norme di sicurezza per i lavoratori.
Privatizzazioni: vendere tutte le aziende di proprietà pubblica ai privati.
Globalizzazione: estendere a tutto il mondo le politiche neoliberiste e la libera circolazione dei capitali attraverso istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
Vi immagino già, con gli occhi sgranati, che indicate lo schermo esclamando: «Ecco sì questo è il risultato dell’ideologia capitalista! Queste politiche sono le sue figlie!». Siete però sicuri che ci sia corrispondenza tra queste linee di condotta l’economia di mercato che vi ho descritto in precedenza?

Per un qualche strano motivo siamo abituati a pensare che capitalisti e imprenditori siano favorevoli al libero mercato e contrari a qualsiasi tipo di ingerenza da parte dello Stato. L’idea è che in un mercato libero da interventi statali possano fare il bello ed il cattivo tempo, realizzare profitti inimmaginabili, come uno squalo calato in un allevamento di pesci. Niente di più falso!

Gli imprenditori, non tutti sia chiaro, sono terrorizzati dal libero mercato. Sapete perché?

Richard Cantillon [20] è stato forse il primo economista a teorizzare la figura dell’entrepreneur (l’imprenditore), descrivendolo come chi, a fronte di costi certi, si sobbarcava il rischio di vendere, in un tempo futuro, a prezzi incerti. Gli imprenditori sarebbero quindi quelli che dirigono la produzione e il commercio sopportandone i rischi.

Tutto il contrario degli imprenditori e delle multinazionali di oggi!

Gli imprenditori moderni non dormono la notte pensando di vendere a prezzi incerti, sono terrorizzati dal pensiero di una concorrenza che possa far calare i profitti, di un calo delle vendite che possa portare loro delle perdite. Sopportare il rischio? Ma scherziamo?

Gli imprenditori e le multinazionali odiano il mercato libero. Vogliono un mercato ben regolamentato dallo Stato, dove siano tutelati dalla concorrenza interna e internazionale (i dazi contro i cinesi per Dio! Servono i dazi!), dove siano garantiti i profitti normali, dove un meccanismo di quote di produzione alzi il prezzo di vendita (a qualcuno sono venute in mente le quote latte?), dove la concessione di licenze impedisca la rottura degli oligopoli esistenti (ve li ricordate gli scioperi contro le lenzuolate di Bersani o le “liberalizzazioni” di Monti?) e dove sussidi e incentivi garantiscano lauti profitti e lo Stato socializzi le perdite.

Qui non si chiede al governo di non intervenire ma anzi si fa pressione perché gli interventi ci siano e abbiano una logica ben precisa: favorire alcune grandi imprese, le multinazionali, garantendo loro privilegi attraverso il rilassamento di alcune regole, elargendo sconti fiscali e privatizzando gli ex monopoli pubblici di cui cambia solo il padrone. La definizione giusta sarebbe neocorporativismo [21], non neoliberismo!

Come giustamente ha affermato un regista che è sempre stato molto critico nei confronti del capitalismo, Michael Moore, in un incontro con gli studenti della George Washington University, noi oggi non ci troviamo affatto in un’economia di libero mercato.

Non abbiamo davvero un mercato libero e non abbiamo libere imprese, anche se diciamo di averli. A questa gente, i ricchi e le corporazioni, non piace la concorrenza. Non gradiscono che abbiamo la facoltà di scegliere, amano i monopoli, la loro visione del Nirvana è essere l’unica industria automobilistica oppure l’unica linea aerea ed è bizzarro che questa gente che dice di credere così tanto nel nostro modo di vivere, in realtà creda in un sistema dove noi non dovremmo avere facoltà di scelta ed ammira il modo di fare della vecchia Unione Sovietica [22]
Marx e il liberismo

Perché allora la maggioranza delle persone e dei media ritiene che le politiche economiche degli ultimi trenta anni siano l’applicazione delle teorie del libero mercato? La risposta è che tutti noi accettiamo, pur senza essere marxisti, le idee del filosofo tedesco riguardo al funzionamento del capitalismo.

Marx [23] sosteneva che, senza l’intervento del governo, la logica del profitto, l’interesse personale e l’avidità degli uomini d’affari avrebbero portato allo sfruttamento dei lavoratori, costretti a lavorare 15 ore al giorno ad un salario di sussistenza. Non vi ricorda molto da vicino quanto scriveva Polanyi [5] ?

La lezione della storia sarebbe che è solo grazie all’intervento dello Stato, sotto forma di leggi a favore dei sindacati e l’istituzione del salario minimo, regolando l’orario massimo di lavoro e proibendo il lavoro infantile, che le condizioni dei lavoratori salariati sono migliorate nel tempo. Come corollario vi è l’idea che la crisi economica sia stata causata dalla logica del profitto, dall’avidità dei banchieri e dal fatto che lo Stato abbia permesso alle multinazionali di decidere la politica.

La libertà economica non sarebbe altro che una formula per l’ingiustizia e il caos, mentre solo il governo sarebbe in grado di assicurare giustizia e razionalità negli affari economici. Di fronte ad eventi come l’attuale crisi economica si assume automaticamente che ciò che è avvenuto sia stato causato dalla libertà economica che permette di perseguire l’odiata logica del profitto. Si finge che il mondo di oggi sia l’incarnazione del liberismo in modo da poterlo denunciare come la causa di ogni male.

Come però abbiamo visto, nel mondo di oggi il laissez-faire non è per nulla l’ideologia guida e agendo in questo modo il risultato è di attaccare quei pochi frammenti di libertà che riescono ancora, nonostante tutto, a sopravvivere.

Questa visione è però fuorviante; le politiche economiche degli ultimi anni, che hanno indubbiamente derubato una grossa parte della popolazione per arricchire un ristretto numero di interessi corporativi, non hanno nulla a che vedere con l’economia di mercato. Dietro allo slogan libertà e democrazia, infatti, si nascondono i peggiori nemici della libertà e della democrazia ...


In difesa dell'economia di mercato - Ludwig von Mises Italia

Ma sono contrario sia alle teorie della decrescita in quanto non corrispondono al desiderio dell'uomo ma sono naturalmente contrario anche alla scuola austriaca ed al suo laissez faire del capitale; altro che estremisti i comunisti...

Il problema semmai è che il capitale tende a concentrarsi; i settori maturi di un economia avanzata lo mostrano chiaramente e questa concentrazione tende a concentrare in poche mani il potere e quelle poche mani per mantenerlo sacrificano certamente la libertà del mercato ma prima ancora la libertà degli uomini che è molto più importante della libertà dei mercati.
 
Il problema semmai è che il capitale tende a concentrarsi; i settori maturi di un economia avanzata lo mostrano chiaramente e questa concentrazione tende a concentrare in poche mani il potere e quelle poche mani per mantenerlo sacrificano certamente la libertà del mercato ma prima ancora la libertà degli uomini che è molto più importante della libertà dei mercati.
da liberale non posso che sottoscrivere , il problema del capitalismo attuale è la diminuzione o forse la scomparsa della classe media , in pratica crescono le due estreme il proletariato o poveri e la classe agiata o ricchi, una volta c'er ala via di mezzo costituita da impiegati , commercianti artigiani etc... ormai ridotti a proletariato selezione sociale darviniana
 
Io non ho parlato di civiltà superiore e non pensavo di giustificare massacri.

Ho chiesto quale sarebbe il fondamento per criticare il comportamento di certi colonizzatori europei , dal punto di vista di un marxista che si basa sul materialismo e che considera l' uomo un animale .

Infatti storicamente certi capi marxisti di regimi bolscevichi o affini non si sono fatti molti scrupoli nel provocare la morte di centinaia di migliaia di persone o persino di più, se pensavano che ciò era necessario per edificare il socialismo e preparare il terreno al comunismo.


Stalin aveva scritto varie opere tra cui :
Il materialismo dialettico ed il materialismo storico,
Principi del leninismo,
Il leninismo. Teoria e pratica


Secondo teorie marxiste si dovrebbe arrivare alla dittatura del proletariato e poi al comunismo, ma se ciò può convenire e piacere ad alcuni, al altri non conviene o la prospettiva non risulta gradita.
E una teoria marxista-leninista prevedeva una fase violenta per dare il potere al proletariato. Insomma si tratterebbe di una fase in cui alcuni usano la violenza per fare i propri interessi mentre altri si oppongono.
Se questa è la mentalità, usare la violenza per fare gli interessi del proletariato, su che basi i marxisti possono criticare colonizzatori che in passato hanno fatto ricorso alla violenza per impossessarsi di territori e risorse?
Ossia per i marxisti se il proletariato o l' avanguardia del proletariato fa ricorso alla violenza per fare gli interessi di una classe sociale , puo' essere accettabile, ma se altri fanno ricorso alla violenza per perseguire i propri interessi non è accettabile? E su che basi?


Tratto da un articolo che cita un' opera di Lenin:

di A. Serafini
(pubblicato sul Bollettino a cura del Corso di formazione dei comunisti,

...
Una seconda precisazione è necessaria, contro la banalizzazione piccolo-borghese del concetto di rivoluzione, oggi inflazionato fino a designare fenomeni di vita e di costume fra i più eterogenei e insignificanti. In che consiste, dal punto di vista marxista, una rivoluzione? Essa è il passaggio del potere politico statale da una classe a un'altra classe sociale.

...
Fondamentali sono le indicazioni contenute nella classica opera scritta da Lenin nel 1905 Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, in cui egli affronta le questioni della prima rivoluzione russa e indica anche i compiti del proletariato per gli anni futuri, che culmineranno nella Rivoluzione d'Ottobre del 1917:

"il proletariato deve condurre a termine la rivoluzione democratica legando a se la massa dei contadini, per schiacciate con la forza la resistenza dell'autocrazia e paralizzare l'instabilità della borghesia.
"Il proletariato deve fare la rivoluzione socialista legando a se la massa degli elementi semiproletari della popolazione, per spezzare con la forza la resistenza della borghesia e paralizzare l'instabilità dei contadini e della piccola borghesia.
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4) Chiave di volta della strategia leninista della rivoluzione è, dunque, la teoria - e la pratica - dell' egemonia del proletariato, che si contrappone nettamente all'economicismo, a entrambe le varianti dell'economicismo, apparentemente opposte, ma le cui radici sono comuni:

- l'economicismo che punta sullo sviluppo economico del capitalismo (riformismo classico, secondo il quale si giunge al socialismo senza rottura rivoluzionaria, attraverso una successione di riforme, consentite appunto dal crescente sviluppo capitalistico e dalla presunta crescente " democratizzazione" dello Stato borghese):

- I' economicismo che punta, invece, le sue carte sul meccanicistico e irresistibile procedere di una crisi economica - più o meno breve o lunga - del capitalismo, che spinge in modo indifferenziato le masse alla rivoluzione (concezione che è alla base di ogni avventurismo ed estremismo antileninista).
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è con Marx ed Engels che vengono gettate le basi di una compiuta teoria della dittatura del proletariato, alla cui ulteriore elaborazione Lenin e Stalin daranno, in seguito, apporti decisivi, in stretto legame con la pratica storica del bolscevismo.

2) Due sono le ragioni che costituiscono i fondamenti della teoria marxista della dittatura proletaria.
La prima è una ragione storica, di carattere generale, che il marxismo trae dal bilancio delle rivoluzioni che hanno preceduto la rivoluzione proletaria.
Nessuna classe oppressa ha mai potuto accedere al dominio senza attraversare un periodo di dittatura, cioè di conquista del potere politico e di repressione violenta della resistenza furiosa che alla classe rivoluzionaria hanno sempre opposto i suoi antagonisti di classe. Basti ricordare la dittatura di Cromwell e delle "teste rotonde" in Inghilterra nel secolo XVII, e la dittatura di Robespierre e del Comitato di Salute Pubblica in Francia nel secolo successivo.
La seconda è una ragione specifica, che attiene al carattere particolare della rivoluzione proletaria rispetto alle rivoluzioni borghesi che l' hanno storicamente preceduta.

Qual è la differenza fondamentale fra le due rivoluzioni?
Mentre, nelle rivoluzioni borghesi, i rapporti di produzione capitalistici si erano già sviluppati in seno alla società feudale prima della rivoluzione e la borghesia doveva soltanto abbattere il potere politico in possesso dell'aristocrazia feudale e costruire il proprio Stato, il proletariato deve, invece, impadronirsi del potere politico per introdurre i rapporti di produzione socialisti trasformando da cima a fondo l'economia e la società, perché i rapporti di produzione socialisti non si sviluppano mai spontaneamente in seno alla società capitalistica. La democrazia proletaria non è una democrazia che, come quella borghese, vive sul terreno della proprietà privata, ma una democrazia che si sviluppa sulla base della lotta per l'abolizione della proprietà privata.

Rivoluzione socialista e dittatura del proletariato

Stalin è comunista solo per gli anticomunisti e per i residuati dei partiti comunisti nazionali che non erano certi la genia autentica del comunismo. A tal proposito c'è ampia letteratura a riguardo delle scissioni a sinistra del partito comunista d'Italia poi diventato PCI che contestavano di fatto lo stalinismo ed i suoi metodi.
 
Stalin è comunista solo per gli anticomunisti e per i residuati dei partiti comunisti nazionali che non erano certi la genia autentica del comunismo. A tal proposito c'è ampia letteratura a riguardo delle scissioni a sinistra del partito comunista d'Italia poi diventato PCI che contestavano di fatto lo stalinismo ed i suoi metodi.

da Bordiga in poi tutte minoritarie
 
Bordiga era un inconcludente , l'unico comunismo che riconosco è quello di osservanza sovietica e/o cinese , gli utopisti i rosa luxembourg , gli anarchici i troztkisti sono sempre stati sconfitti dalla storia , una ragione ci sarà...
 

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