Alla cortese attenzione di Tashtego

Il sesso orale dovrebbe essere reciproco. Altri comandamenti sul sesso orale, se lo state ricevendo: non spingete mai in basso la testa di nessuno. Non usate mai le orecchie come uno sterzo.
 
E umanamente? «Ci fu sicuramente tra noi una componente legata alla mancata paternità di Montanelli. Lui aveva 28 anni più di me. Quando lo conobbi io avevo 18 anni, avevo appena sostenuto la maturità, era il 1956. Lui era da tempo un maestro del giornalismo. Cominciammo con il lei, poi passammo al tu, ma lui mi chiamava sempre Robertino». Si ironizzò su questo legame, si parlò di una paternità naturale… Gervaso sorride: «Una fesseria. Attribuirono molti figli a Montanelli. Nel 2003 incontrai a Milano Gabriella di Savoia che mi sorrise: “Eccoci qui, allora noi saremmo fratelli!”. Si era detto anche di lei, poiché Montanelli aveva avuto un flirt con Maria Josè, l’ultima regina».
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Il gomitolo delle memorie montanelliane di Gervaso parte proprio da un luglio romano, il 31 del 1956, e dalla governante Natalia, che gli aprì alle 13.30 la porta dell’appartamento di piazza Navona 93, piano attico e celebre terrazzo su sant’Agnese in Agone: «Gli avevo inviato una raccomandata espresso piena di ammirazione, chiedendogli di conoscerlo. Per un caso del destino, lui che non leggeva mai le lettere nella redazione romana del “Corriere della Sera” di via della Mercede 37, aprì la mia e mi invitò a pranzo. Natalia mi fece accomodare a tavola. Lei gli organizzava un po’ tutto. Aveva un bel carattere…».

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Ecco, il carattere forte, altro dato comune alle donne di Indro. Natalia lo aveva: «Si sentiva un po’ la padrona di casa. Più tardi scoprii che addirittura, finite le faccende, leggeva i dattiloscritti di Montanelli sulla scrivania. Se non le piaceva un verbo, un passaggio, prendeva la penna e cambiava». Ma come, Montanelli corretto dalla governante? «Lui era fatto così, alla fine era un buono e un accomodante, naturalmente solo quando voleva. Lasciava fare, capiva, e ricorreggeva».

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Certamente dolce non fu, assicura Gervaso, la prima moglie di Indro Montanelli, Margarethe De Colins De Tarsienne, austriaca: «Si sposarono nel 1942 e nell’immediato dopoguerra erano già separati. Non poteva durare. Lei cercava di dominarlo, ma senza alcun romanticismo. Per esempio gli imponeva bagni a 40 gradi e poi lo vestiva all’austriaca, da tirolese. Figuriamoci Montanelli… Me lo raccontava ancora con un filo di terrore, dopo anni e anni».

E poi ecco il lunghissimo sodalizio con Colette Rosselli, all’anagrafe Colette Cacciapuoti: «Anche lei tentò di dominarlo e guidarlo per tutta la vita. E ci riuscì. Lui se ne innamorò davvero. Lei era alta, bella, imponente, dal tratto aristocratico. Francesco Cossiga mi confidò che era figlia naturale del re britannico Giorgio V. Montanelli ne subiva indubbiamente il fascino».

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Ma non fu, almeno questa è la percezione nelle memorie di Roberto Gervaso, una storia semplice né distensiva: «Colette, agli occhi di lui, aveva il gran merito di organizzargli perfettamente l’esistenza quotidiana. La casa, i rapporti con gli amici, addirittura il guardaroba: lei portava a domicilio il gran sarto Caraceni e gli sceglieva le cravatte. Ma quando andavi a pranzo da loro, lì a piazza Navona, sentivi l’elettricità nell’aria persino quando lui le chiedeva “passami il sale”. Per dirne una, fu lei a licenziare la famosa Natalia quando scoprì delle correzioni. Lui tollerava, l’ho detto. Lei non era disposta a farlo». Gervaso scoppia a ridere: «Non è un caso che la chiamassero Enterocolette. Non saprei dire, adesso, se fosse stato Indro stesso a coniare il nomignolo o Ricciardetto».

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Che genere di differenze c’erano, tra loro? «A lei piaceva frequentare l’alta società, l’aristocrazia, se aveva in mente una bella serata pensava all’Excelsior, amava Proust, era una perfezionista, conosceva i migliori vini. Lui adorava le bettole toscane, avrebbe mangiato solo pasta e fagioli o la fiorentina, beveva vino allungato con l’acqua e lei inorridiva, non aveva mai letto Proust ma mi aveva insegnato i segreti del ritratto giornalistico spingendomi a studiare Svetonio, Tacito, Teofrasto, Cornelio Nepote, Plutarco».

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I due però si sposarono, anche se tardissimo: «Sì, nel 1974. Montanelli da poco aveva cominciato la relazione con Marisa Rivolta, a Milano. Gli chiesi il perché di quella strana scelta. E lui: “Perché non voglio sentirmi in colpa”. Come ho detto, penso che gli anni più sereni, quelli della pienissima maturità, siano merito di Marisa. Giocando con un parallelo con gli animali, Colette era un pitbull e Marisa un coniglietto d’angora. Magari Colette sarebbe stata capace di coccolare un gattino, anche d’angora, ma per temperamento non Indro. Con Marisa, sì, fu un’altra cosa».
 
Sabrina Minardi non accetta la definizione di prostituta: \"Una prostituta sta sul marciapiede o in una casa e ti fa il lavoro per pochi spiccioli. Io mi divertivo, facevo la bella vita, vestivo Coco Chanel, Armani, mica ero l\'ultima delle femmine. Uscivo tutte le sere o giù di lì. Uscivo tutte le volte che mi andava, frequentavo i migliori ristoranti e i più esclusivi night di Roma, in cambio del mio corpo ricevevo soldi a palate, vacanze, auto, gioielli, case. Calvi mi regalò una villa a Montecarlo. Quale prostituta può vantare le stesse cose? Loro sì che fanno una brutta vita, poverette. La mia era meno brutta, tutto sommato\".
Oggi la donna del Dandi è appena uscita da un periodo di detenzione, scontato in una comunità di recupero. E torna a parlare dell\'altro fronte del suo mondo di intrallazzi: quello vaticano.\"Monsignor Marcinkus? Certo che l\'ho conosciuto... Non so che cosa gli avessero detto al monsignore, se gli avevano detto o meno che ero una tipa allegra e carina con chi era generoso, insomma, ma lui voleva stare con me... E io ci sono stata. Però, evidentemente, Flavio (Carboni, ndr.) gli aveva parlato di me, gli avrà forse detto che ero di facile reputazione, perché lui, il pretaccio, fu molto diretto. Non usò preamboli\". È l\'inizio di un\'altra frequentazione. In cambio di cosa? \"Ha fatto entrare un cugino di mia madre a lavorare in Vaticano. Dalla sera che gliel\'ho chiesto, la mattina già era assunto. E... soldi, soldi, soldi, soldi, soldi, soldi... Ma tanti, eh!\".
DEPEDIS AMMAZZATOQuattrini che intascava e altri che consegnava al numero uno dello Ior per conto di De Pedis. \"Renato mi dava borsoni di soldi per Marcinkus. Metteva sempre tutti i soldi nelle borse Louis Vuitton. Era fissato più di una donnina tutta fashion con le Vuitton. E io andavo da Marcinkus a presentargli un\'amica e a portargli il borsone. Ma glielo svuotavo, sai? Mica sono scema. Gli lasciavo i soldi, ma la borsa me la tenevo. Pensa a quant\'ero piccola e scema. Invece di prendermi una manciata di soldi, che nessuno se ne sarebbe accorto tanti erano, mi prendevo il borsone firmato\". A che servivano tutti quei soldi?\"A farne altri...\".
Nelle frasi della Minardi ci sono altri prelati, i più alti dell\'epoca: i cardinali Agostino Casaroli e Ugo Poletti. Il loro ruolo appare però sfocato, confuso in un vortice di festini dove alla fine sembra essere la cocaina a dominare anche i ricordi. Solo su Poletti c\'è una scena dettagliata: \"Il cardinale stava molto, molto, molto in confidenza con Renato. Grandi sorrisi, chiacchieravano amabilmente. Si misero a chiacchierare pure in disparte, mi ricordo ancora le mosse di Renato: si metteva le mani in faccia, a coprire la bocca, mentre parlava. Quando doveva parlare di cose serie e c\'era gente faceva così: non si fidava neanche dei muri\". Un racconto incredibile? In questa storia assurdo e reale si sovrappongono spesso: Renato De Pedis fu assassinato nel 1990 e sepolto in una cripta della Basilica di Sant\'Apollinare, grazie al nulla osta del cardinale Poletti.

 
Scrive nella lettera la Cristofani, indirizzandola «alla cortese attenzione del Professor V. (Policlinico Umberto I, Roma)»: «Gentile professor V., sono una studentessa di Infermieristica del primo anno e al mio secondo tirocinio mi sono trovata a lavorare nel suo reparto.

Una sera, verso le 20, ho notato una certa agitazione da parte del personale. Due pazienti, senza ricevere alcuna spiegazione, sono stati spostati in stanze in cui erano presenti già altri quattro letti, mentre quella in cui si trovavano loro è rimasta vuota. Lo stato di agitazione continuava: apriamo le finestre, spruzziamo un deodorante, il nuovo letto deve essere perfetto. Il nuovo letto. Uno solo.
ANTONIO DE POLI

Io non ho molta esperienza, per questo mi è sembrato naturale chiedere lumi. “Domani arriva il senatore. Deve stare in una stanza singola, disposizioni del primario”. Può anche solo lontanamente immaginare l'umiliazione che ho provato nel comunicare ai due pazienti che occupavano la stanza sgomberata per far posto al senatore che avrebbero dovuto spostarsi? “Voi siete malati di serie B, dovete far spazio al malato di serie A.”».

La lettera si conclude così: «La prego, con tutto il cuore, di non lasciarmi con la sensazione amara che “tutti i pazienti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”». Chi sarebbe il senatore per cui il Policlinico di Roma, ospedale pubblico, fa sgombrare gli altri pazienti? L'episodio sarebbe accaduto a giugno, veniamo a sapere, e il politico «un senatore dell'Udc».
ANTONIO DE POLI

Una richiesta del senatore, o del suo staff, oppure un'iniziativa autonoma del primario? «Quando ho parlato con il senatore - racconta la Cristofani, che mantiene riservato l'identità del parlamentare - esprimendo il mio sdegno, anche a lui ha asserito di non sapere nulla delle “disposizioni speciali”... per una volta credo a un politico». Il primario viene indicato come Francesco Violi, direttore della divisione di Prima Clinica Medica dell'Umberto I, ordinario dell'Università La Sapienza di Roma.

boschi a casini hai una pistola in tasca o sei felice di vedermi
E il senatore? L'Udc ha tre eletti a Palazzo Madama: Pier Ferdinando Casini, Antonio De Poli e Claudio Zin. Da una rapida ricerca emerge che un senatore è stato effettivamente ricoverato al Policlinico a giugno, ed è un senatore proprio dell'Udc: De Poli. Cerchiamo il senatore che però è irraggiungibile, il suo assistente non ci conferma l'accaduto (solo il ricovero all'Umberto I, a giugno, per una malore poi subito risolto).

Interpelliamo il Policlinico, che spiega il «presunto favoritismo» con ragioni connesse alla privacy e sicurezza in particolari casi: «Non capiamo quale possa essere stato il privilegio accordato al senatore - scrive la direzione dell'Umberto I - La struttura ospedaliera deve farsi carico e garantire la privacy e sicurezza di tutti i pazienti ricoverati. In particolari casi è necessaria una attenzione e precauzioni per motivazioni assistenziali.
FRANCESCO VIOLI

Nessun favoritismo, ma il medesimo trattamento anche quando trattasi di personaggi pubblici incaricati di particolari funzioni, che scelgono di farsi curare presso il policlinico. Nessun disagio è stato causato ad alcuno, se non il pretesto di una incomprensibile strumentalizzazione, e l'Azienda tutelerà la propria immagine in tutte le sedi, non esclusa quella giudiziaria»
 
MARIA JOSE FU L'AMANTE DI MUSSOLINI...
Roberto Alessi per "Oggi"
Maria José di Savoia e Benito Mussolini sono stati amanti. Finora se ne era solo sussurrato, ma oggi una lettera conferma quella relazione. Si scopre così un lato inedito della principessa, passata alla storia come antifascista, e che invece potrebbe essere diventata nemica del duce anche per il risentimento di una donna lasciata.
la lettera di Romano Mussolini da Oggi Quella lettera, che Oggi pubblica in esclusiva, porta una firma che lascia pochi dubbi: Romano Mussolini, il figlio del duce morto cinque anni fa, già marito di Maria Scicolone e padre di Alessandra Mussolini.
Maria Jose La lettera di Romano è datata primo luglio 1971 ed è indirizzata ad Antonio Terzi, grande giornalista (direttore di Gente e Domenica del Corriere, vicedirettore del Corriere della sera) e scrittore (La fuga delle api), scomparso nel 2001: «Carissimo Terzi, (...) posso in perfetta buona fede confermare che (...) effettivamente spesso in casa nostra si è parlato dei rapporti sia politici e sia sentimentali tra Maria José e mio Padre, e ti posso dire con sincerità che mia madre a tale proposito è stata sempre (anche se coi logici riserbi) assai esplicita: tra mio Padre e l'allora Principessa di Piemonte v'è stato un breve periodo di relazione sentimentale intima, poi credo sicuramente interrotta per volontà di mio Padre».
Maria Jose «Non posso aggiungere altro», ci dice Giovanni Terzi, figlio di Antonio, già assessore della giunta Moratti a Milano e autore del libro Vorrei assomigliare a mio padre (ed. Ares). «Io allora ero piccolo: ho trovato quella lettera, che consegno a Oggi, nell'archivio di papà».
Abbiamo mostrato la lettera a Emanuele Filiberto di Savoia, che così commenta: «Ero molto legato a mia nonna, donna straordinaria, sensibile, colta e delicata. Sono sempre stato attento alla sua storia e, nonostante il mio amore di nipote per lei, anche alle voci, perfino quelle più stupide, false e crudeli sulla sua vita pubblica e privata. Su Maria José ne hanno dette e scritte tante, ma questa della liaison con Mussolini proprio non l'ho mai sentita».
Possibile che donna Rachele, vedova di Benito, persona dignitosa e onesta perfino secondo i comunisti, abbia detto il falso ai figli? O che la lettera non sia autentica? Lo abbiamo chiesto a Maria Scicolone, oggi sposata al cardiologo iraniano Abdoul Majid Tamiz, già separata da Romano Mussolini, e che fu anche la più fidata confidente della suocera Rachele fino alla sua morte nel 1979.
umbertoII maria jose La Scicolone, sorella di Sofia Loren, è una persona molto attenta, riflessiva, rigorosa perfino nell'uso delle parole: «Mi faccia vedere l'originale», ci ha detto al telefono, «conosco perfettamente la grafia di Romano e mi sembra impossibile che una persona riservata come lui possa aver scritto una cosa del genere».
maria jose2Ma, una volta avuta la lettera e dopo una notte insonne, sincera e trasparente («Come voleva donna Rachele, sulla quale, dopo il successo della fiction con mia sorella La mia casa è piena di specchi, tratta da un mio libro, ora ho un grande progetto») ha confermato: «Sì, non c'è dubbio, quella lettera di Romano è autentica. La grafia è sua, suo il modo di scrivere, soprattutto solo lui poteva avere quei ricordi. Che non sono assolutamente corrotti, perché Romano su certi argomenti era uomo sincero, anche a costo di essere crudele con se stesso e con chi amava. Mi costa fatica parlarne, ma posso solo rispondere che tutto quello che c'è scritto nella lettera del mio ex marito è vero».
Quindi davvero donna Rachele era sempre «assai esplicita», come scrive Romano, quando parlava sui rapporti tra Maria Josè e il marito? Maria Scicolone ha vissuto accanto a donna Rachele come una figlia, una confidente, un'amica anche nella casa della vedova di Mussolini vicino a Predappio.
maria jose «Mia suocera», dice Maria, «dava per scontato quel flirt tra Benito e Maria José, che al tempo non era ancora regina ma principessa di Piemonte, in quanto moglie del principe ereditario Umberto. Ne parlava in maniera serena, senza farsi impressionare dal titolo, dal nome, dai Savoia. Per lei era solo una donna, un'amante come un'altra del marito. Ne parlò con me e con la sua amica, la signora De Salvo, che era sempre con noi fin dal nostro primo incontro nel 1958.
Maria Jose Spesso veniva a trovarci anche Anita Pensotti, la giornalista di Oggi che è stata l'unica biografa di Rachele. Anita sapeva ascoltarla e Rachele le apriva i propri ricordi.
Ma a lei, credo, non parlò dei rapporti intimi tra Benito e l'ultima regina d'Italia».
La frequentazione privata tra Maria José e Mussolini - e la sua fine, secondo Romano, voluta da lui - si svolge in parallelo con le posizioni politiche di Maria José verso il fascismo. In un primo momento, appena arrivata in Italia dopo le nozze con Umberto nel 1930, la principessa aveva simpatia per i fascisti. Ma dopo l'alleanza con la Germania (1937) Maria José divenne nemica di Mussolini, tanto che il re cercò di isolarla perché creava imbarazzo nei rapporti tra la corona e il regime.
mussolini 006 romano LA FACEVA SORVEGLIARE DALLA POLIZIA - Durante i suoi viaggi all'estero Maria José frequentava antifascisti. Mussolini la considerò pericolosa e la fece sorvegliare dal capo della polizia Arturo Bocchini. Il disprezzo del duce era tale che vietò perfino ai giornali di chiamare Umberto e Maria José «principi ereditari»: con una velina ordinò di definirli soltanto «principi di Piemonte».
Chi scrive ha intervistato più volte Maria José a Ginevra. Era una donna colta, ironica, priva di ogni livore anche parlando dei ricordi più duri, e non sembrava considerare granché la figura di Mussolini. È possibile che il suo cambio di atteggiamento verso il regime possa essere stato motivato (anche solo in parte) dal fatto che lui l'avesse scaricata?
«Credo proprio di sì, e lo pensava anche donna Rachele», dice sicura Maria Scicolone, «le donne sono molto più influenzabili dall'amore di un uomo».
Tomba del Duce Taglia corto, invece, Emanuele Filiberto: «È vero, all'inizio a mia nonna il duce piaceva. Allora Mussolini faceva cose buone: l'Italia funzionava, c'era anche un minimo di benessere.
Ma poi ha sbagliato, ha portato l'Italia alla rovina, lo abbandonarono molti italiani e con loro anche mia nonna. Le dietrologie sono solo chiacchiere inutili».
2 - CON CLARETTA NEGÒ: "È RIBUTTANTE"...
Mauro Suttora per "Oggi"

claretta petacci Maria Jose«Maria José si sdraiava qui vicino a me, le [nostre] gambe quasi si toccavano ed era seminuda. Io ero così come sto con te... Bastiano [il guardiano della spiaggia di Castelporziano] mi disse: "C'è Maria di Savoia che chiede se può venire giù da lei". "Ma sì venga pure". Stavo seminudo, mi affrettai a coprirmi e m'infilai quei calzoni lì, di spugna. Lei arriva, mi dice: "Disturbo forse?" "Ma no altezza, fate pure..." Con un gesto fa cadere il vestito e... Era quasi nuda, un paio di mutandine cortissime e due piccoli strati sul seno. Rimasi meravigliato. Naturalmente non lo davo a vedere, pensai: "Mah, è un po' nuda".
Mi tolsi anch'io i pantaloni. [...] Ci siamo sdraiati sulla sabbia, era l'11 agosto e c'era un sole tremendo. Lei disse: "Facciamo il bagno, io so nuotare sapete, sono una nuotatrice dei mari del nord". Andammo. Nuotava bene. Ogni tanto urtava le mie gambe, non so se lo facesse apposta. Certo io non facevo nulla per andarle contro. Siamo tornati, e lei si sdraiò qui vicino a me con gran disinvoltura. Ogni tanto mi dava lunghe guardate».
È Benito Mussolini a parlare. Racconta questo incredibile episodio all'amante Claretta Petacci, che lo trascrive nel proprio diario dell'11 novembre 1937. Due anni fa i diari di Claretta (autentici) sono stati desecretati dall'Archivio di Stato e pubblicati nel libro Mussolini segreto (Rizzoli).
Claretta Petacci, amante del Duce Mussolini - in costume al mare Mussolini con Claretta afferma di avere ricevuto avances sessuali da parte di Maria José nell'estate '37, ma di averle resistito. Vista la gelosia della Petacci, non potrebbe dirle altrimenti anche se non fosse vero.
claretta petacciContinua Mussolini: «In me non si mosse nulla, non ho avuto il minimo impulso fisico. Eppure qualsiasi donna fosse venuta qui e si fosse messa in quelle condizioni di nudità, l'avrei presa. Non è brutta, ha un bel corpo fatto bene, sottile. È bruttina di viso, e certe fette: che piedi, vedessi. Poi quei capelli biondi crespi, un po' antipatici. Comunque, fosse stata anche più brutta di lei, che non è brutta, io l'avrei presa. Lei no. Come sarà? È legnosa, non attrae. [...] Stava in tale modo che a volte si vedeva anche il pelo. L'indomani era ancora qui nuda, più succinta.Aveva un fazzoletto verde in testa e gli occhiali neri, il seno quasi libero. Entrò, si sdraiò subito lunga...
Si metteva in tutte le posizioni, così a ventre sotto, il c... per aria e si muoveva, mi sfiorava le gambe e mi guardava. Si fosse mosso nulla in me, ero meravigliato. Avrà pensato: "Mussolini è impotente, oppure un fesso". Era talmente succinta che nessun uomo che meriti di chiamarsi così sarebbe stato fermo. Invece nulla: io ero il capo del governo, e lei la principessa. [...] Si muoveva e si metteva in certe posizioni mezza nuda che veramente, sai, ci voleva tutto il mio sangue freddo. No, non l'avrei mai toccata. È repellente, assolutamente non fa nessuna impressione».

 
vu' cumprà
[vu cum-prà]
o vucumprà
s.m. e f. inv.Venditore ambulante straniero, spec. immigrato africano clandestino, che offre vari oggetti di artigianato o articoli vari di scarso valore
 
Si compra tutte le porzioni di torta rimaste nel fast food per fare dispetto a un bambino capriccioso. Poi racconta la sua avventura sulla piattaforma Reddit chiedendo agli utenti: «Sono una brutta persona per questo?». Il tutto avviene in un Burger King degli Stati Uniti dove un cliente, l’utente che racconta la vicenda in rete, sta aspettando il suo turno alla cassa per comprare un hamburger. Alle sue spalle arriva però un bambino piuttosto viziato che si mette a colpire la madre e urlare come un pazzo che vuole un «fetta di quella dannata torta». I minuti passano, la fila scorre piuttosto a rilento e il piccolo va avanti con i suoi capricci. Così il malcapitato signore, come spiega lui stesso, si gira per chiedere alla madre di calmarlo, ma non c’è nulla da fare: la donna lo azzittisce e gli risponde di pensare ai fatti suoi.
La vendetta

I capricci e gli strilli del bimbo continuano tanto da far venire il mal di testa al povero cliente che una volta arrivato alla cassa decide di vendicarsi. L’uomo ordina il suo hamburger, ma per dispetto si porta via anche tutte e 23 le porzioni di torta di mele rimaste nel fast food. Poi prende e se ne va. Mentre sta uscendo sente le urla della madre del terribile bambino: «Cosa significa che non avete più torte, chi le ha comprate tutte?». L’uomo si gira e vede la cassiera che lo indica e la mamma del bimbo che lo sta guardando malissimo. Lui allora, con grande calma, la sfida prendendo una delle fette di torta appena comprate e inizia a mangiarsela fissandola. La donna, imbufalita, prova a inseguirlo ma gli altri clienti in coda gli impediscono di raggiungerlo. L’uomo a quel punto, soddisfatto per la sua vendetta, lascia tranquillamente il locale. Per la piccola peste capricciosa niente torta. Chissà se avrà imparato la lezione.
 

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