Alla cortese attenzione di Tashtego

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Che cosa accadde il 15 febbraio 2012?
«La Enrica Lexie, con a bordo Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, si imbatté in un barchino pirata intorno alle 16. I due marò spararono in acqua alcuni colpi di avvertimento. Il barchino cambiò rotta e se ne andò. Il rapporto sull’incidente venne comunicato poco dopo all’autorità internazionale e, quindi, la notizia arrivò alla Guardia costiera indiana. Alle 21.30 circa dello stesso giorno una nave greca, la Olympic Flair, ebbe un incidente con due barche che, verosimilmente, erano un barchino pirata e il peschereccio St. Anthony, che si trovò tra due fuochi. I pirati spararono e dalla Olympic Flair risposero. Nel conflitto a fuoco vennero uccisi i due pescatori. Freddy Bosco fuggì con i due corpi a bordo, comunicando la situazione alla Guardia costiera indiana che, alle 21.36, avendo avuto notizia solo dell’incidente precedente della Lexie e non essendo a conoscenza di quello della nave greca, chiese agli italiani di entrare immediatamente in porto a Kochi. La Enrica Lexie eseguì, anche su ordine dei vertici della Marina».
Perché la nave greca non venne coinvolta?
«Perché la stessa si allontanò dal luogo dell’incidente e inviò solo alle 22.20 il rapporto all’International marittime organization, l’autorità internazionale che rileva queste informazioni».
Che disse l’armatore nell'intervista rilasciata alle tv locali?
«Freddy Bosco, in realtà, questo lo abbiamo appreso da una successiva traduzione, chiarì che l’incidente avvenne alle 21.20. È da lì che abbiamo capito che i conti non potevano tornare. C’erano oltre 5 ore di differenza tra il primo incidente e il secondo. Dal rapporto dell’Imo tutto ciò si capisce perfettamente».
Solo che le autorità indiane, per mesi, hanno negato l'incidente della nave greca. Perché?
«C’erano ragioni ben precise e l’India aveva tutto l’interesse a manipolare i fatti. Si doveva trovare un capro espiatorio e i marò erano perfetti per questo. Siccome non potevano quadrare gli orari, la polizia del Kerala, con l’aiuto della Guardia costiera, cercò di far sparire le prove e cambiò tutti gli orari, imponendo anche a Freddy Bosco di ritrattare per 4 volte».
Lei racconta che gli indiani, nei giorni successivi all'incidente, si inventarono una ricostruzione di sana pianta. Che dissero?
«Ciò che c’era scritto sulla newsletter della Guardia costiera che, con toni trionfalistici, additò i fucilieri di Marina come colpevoli e, adattando gli orari a suo piacimento, costruì una storia inesistente, facendo capire che i fatti che hanno riguardato il St. Antony erano avvenuti 3 ore prima. Solo che i conti non tornavano, perché in una mail giunta tempo prima al Tg5, l’armatore indicava gli orari precisi dei fatti e del rientro in porto della Lexie».
Perché i fatti furono distorti?
«Per motivi politici. Il 17 marzo 2012 ci sarebbero state le elezioni del distretto del Kerala. Il primo ministro Chandy aveva lì 71 seggi su 140, quindi la maggioranza per solo un seggio. Quale occasione più ghiotta di quella per mostrare il pugno duro e vincere le elezioni? Grazie all’arresto dei due marò ottenne 12mila voti».
E l’analisi balistica che disse?
«Fu fatta dal medico Sasikala, che disse che i fori sui corpi dei due pescatori non corrispondevano con i proiettili dei fucili di Latorre e Girone. Peraltro i colpi venivano dal basso e non da un’inclinazione diversa (come quella della Lexie, appunto). Magicamente il dottore, dopo qualche tempo, sparì e si rifiutò di fornire ulteriori indicazioni. Un’altra falsa perizia balistica, invece, dava per certo che a sparare fossero stati i due fucilieri».
Quali altre cose furono cambiate?
«Oltre all’orario anche la distanza. Bosco disse che stavano pescando a meno di 12 miglia dalla costa, in acque indiane e che stavano dormendo, poi ritrattò e disse che si muovevano. Nel rapporto della Lexie si parla di 20.5 miglia dalla costa, ovvero in acque di zona economica di esclusiva, comunque non territoriali. Le internazionali arrivano a 24 miglia. In ogni caso, il St. Antony poco dopo la vicenda fu affondato».
Quindi chi uccise i pescatori?
«I pirati che attaccarono la nave greca. Spararono dal basso, lo dimostrano i fori sui corpi».
 
Le due ragazze avevano una indubbia confusione ideologica, e apertamente anche nelle manifestazioni italiane supportavano le battaglie del Free Syrian Army. Nell’apri- le scorso, quando Greta po- stava sul proprio profilo Facebook uno dei suoi soliti pensieri confusi a difesa di un combattente siriano: «Difficile avere forza quando i terroristi uccidono la propria famiglia e il resto del mondo chiama te terrorista», è stata intercettata in due telefonate molto delicate con il pizzaiolo di Bologna.

La prima in cui spiegava come in Siria avrebbero consegnato all’esercito dei ribelli (e non ai bambini per cui ufficialmente andavano) i kit di primo soccorso, spiegando come dovevano essere utilizzati. Nella seconda telefonata, scrivono i Ros, «Greta dice a Tayeb che quello a cui tengono di più lei e Vanessa è fare capire che il loro lavoro si svolge a favore della rivoluzione, che il loro sito ha come simbolo la bandiera della rivoluzione a differenza di tutti gli altri che lavorano sotto l’egida della neutralità».
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COOPERANTI?
La missione delle due ragazze quindi non era quella di cooperanti umanitarie (delle altre ong disprezzate per la loro neutralità), ma di combattenti pur con armi diverse aggregate alla rivoluzione siriana. Una funzione evidentemente in contrasto anche con la legge italiana. E veri terroristi o fiancheggiatori dei gruppi di Al Qaeda erano anche molti siriani che facevano parte della rete di amicizie in particolar di Greta: da Alktear Alktear ad Almajed Alfurati, da Ward Furati a Saef Kourani, tutti militanti provenienti dalla Fratellanza mussulmana di Siria e poi confluiti nel Fronte Al Nusra.
boldrini campionessa di facce schifate con napolitano

BANDIERA NERA
BOLDRINI
Il rapporto più stretto di Greta era però con vero e proprio leader del gruppo qaedista locale, per cui sembra portasse anche una lettera di presentazione da parte della rete bolognese. Si tratta di Yahya Alhomse, diri-gente del Fronte Al Nusra nella città di Homs, e già conosciuto dalle cooperanti italiane nei loro precedenti viaggi. Risultava anche “amico” di Facebook di Greta, e sul social network si presenta con una foto di Bin Laden, “il martire2, che chiede ad Allah di accogliere.
laura boldrini

BOLDRINI E VENDOLA
E questa rete di rapporti, con tutto lo scambio di comunicazioni con le ragazze italiane poi rapite, che può oggi mettere nei guai con la giustizia sia Greta che Vanessa. Anche se al momento la procura di Roma - da cui partirono le precedenti indagini con le intercettazioni effettuate dai Ros - le ha sentite solo come persone informate dei fatti sul rapimento e i lunghi giorni di prigionia.


 
Un prigioniero di Guantanamo della Mauritania, detenuto nonostante la magistratura americana abbia accertato il suo mancato coinvolgimento agli attentati dell’11 settembre, ha raccontato di esser stato abusato sessualmente da diverse guardiane della prigione speciale degli Stati Uniti. Un nuovo caso che conferma le numerose molestie subite dai prigionieri di Guantanamo durante la loro detenzione.
GUANTANAMO E ABUSI SESSUALI - Mohamedou Ould Slahi è detenuto a Guantanamo da più di 12 anni. Il mauritano è il prigioniero numero 760 del carcere speciale americano, benché contro di lui non esista alcuna accusa e nel 2010 la magistratura americana abbia accertato il suo mancato coinvolgimento negli attentati dell’11 settembre. Der Spiegel racconta il martirio di Mohamedou Ould Slahi, che a Guantanamo ha subito in modo ripetuto abusi sessuali da parte delle guardiane del carcere. Nel suo diario racconta di esser stato approcciato una volta da una carceriera di Guantanamo, dicendo che gli avrebbe dato una lezione sul grandioso sesso all’americana. La donna era insieme ad un’altra guardiana, e insieme hanno costretto il detenuto a partecipare a un rapporto a tre, avvenuto in modo assolutamente degradante. Le due carceriere hanno utilizzato dei vibratori, con cui hanno molestato anche Mohamedou Ould Slahi. Durante l’abuso il prigioniero mauritano pregava, e il suo comportamento è stato punito con nutrizioni forzate durante il mese del Ramadan.
 
La “Family Planning Association” ha rivelato che il 49,3% dei 3.000 giapponesi intervistati (48,3% di uomini e 50,1% di donne), non ha avuto alcun rapporto sessuale nel corso dell’ultimo mese. Un aumento di astinenza del 5% rispetto al 2012. Per quale motivo non fanno sesso? Il 21.3% degli uomini sposati è troppo stanco quando torna a casa dal lavoro, il 15.7% sostiene di non avere più pulsioni dopo che la moglie ha dato alla nascita il primo figlio. Il 23.8% delle donne definisce il sesso “seccante”, il 17.8% concorda sulla troppa stanchezza dopo il lavoro.
NO SEX JAP

Ancora più preoccupante è il dato che rivela che più del 20% degli uomini giapponesi tra i 25 ed i 29 anni ha scarso o nullo interesse per il sesso (questo gruppo è definito “erbivoro”). Le statistiche sono un duro colpo per un paese afflitto dal declino delle nascite. La crisi demografica porta ad allarmismi e all’idea che la popolazione si estinguerà, di questo passo.

Ai Aoyama fa la consulente sessuale a Tokyo. Quindici anni fa era una dominatrice professionale, nota con il nome di Queen Ai o Queen Love, e si occupava di sculacciare le persone e di versare cera calda sui capezzoli. Oggi, dice lei, la sfida è più grande ancora, perché sta cercando di curare la “callssekkusu shinai shokogun”, sindrome da celibato, una catastrofe per la nazione che ha già un bassissimo tasso di nascite. Secondo Aoyama, la colpa, è in parte del governo.

MOLTI GIOVANI GIAPPONESI PRATICANO ASTINENZA SESSUALE
Sulla targhetta del suo ufficio si legge “clinica” e nell’opuscolo di presentazione scrive che negli anni ’90 ha strizzato i testicoli dell’esercito della Corea del Nord, non specifica se fu invitata proprio per questo, ma il messaggio ai suoi clienti è chiaro: lei non giudica nessuno. Sul doppio futon della “stanza del rilassamento”, incoraggia i clienti a “smettere di chiedere scusa per la propria esistenza fisica”. Secondo le stime del 2011, il 61% degli uomini non sposati e il 49% delle donne tra i 18 e i 34 anni non ha alcun tipo di relazione sentimentale, un terzo degli under 30 non ha mai frequentato un’altra persona. Eppure è un paese libero dalla morale religiosa.

META DEI GIAPPONESI NON FA SESSO
Spiega Ai: «La gente che viene da me è confusa. La pressione di conformarsi al modello di famiglia tradizionale è forte, quindi, siccome incontrandomi cerca qualcosa di diverso, si convince che c’è qualcosa di anormale, che non funziona bene. Molti uomini e donne mi dicono di non capire l’importanza dell’amore, non ci credono». La psiche è stata messa a dura prova dopo tsunami, terremoti, radiazioni, distruzioni nucleari. Inoltre, dopo 20 anni di stagnazione economica, si ravvisa un cambiamento sociale. Gli uomini fanno meno carriera, le donne sono più indipendenti e ambiziose, ma le attitudini conservatrici persistono: la convivenza e le coppie non sposate con figli sono inconsuete, malviste e disapprovate a livello burocratico. E’ quasi impossibile per le donne combinare carriera e famiglia, e ci si può permettere il lusso dei figli solo se entrambi i genitori lavorano.
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Aoyama dice che i due sessi, soprattutto nelle grandi città giapponesi, si stanno allontanando. Mancando obiettivi comuni, si dedicano a quello che lei definisce "Pot Noodle love", facile gratificazione tramite rapporti occasionali, consumo di porno on line, realtà virtuale, anime e manga: «Molti non sanno come relazionarsi al sesso opposto. Sobbalzano quando li tocco. Ho un cliente trentenne e vergine che si eccita solo se guarda robot femmine in giochi simili ai “Power Rangers. Gli faccio fare yoga e ipnosi per rilassarlo e per fargli capire come funziona il corpo umano». Pagando un extra, Ai si mette nuda per guidare i maschi alla scoperta del corpo femminile. Niente sesso, però. Ritiene di proseguire così la tradizione delle cortigiane del periodo “Edo” (tra il 1603 e il 1868), o delle “oiran” che solevano iniziare i figli dei samurai all’arte del piacere erotico.

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L’avversione al matrimonio e all’intimità, nel mondo moderno, non affligge solo il Giappone. Ma qui il matrimonio, specialmente per le donne, è una tomba, implica l’abbandono di qualsiasi carriera. Le donne non si legano sentimentalmente, se amano il proprio lavoro. Dopo le nozze, non c’è più possibilità di promozione. Una volta rimaste incinta, sono costrette a licenziarsi. Il 70% delle donne lascia il lavoro dopo la prima gravidanza.

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I clienti di Ai nelle sedute usano spesso il termine “Mendokusai”. Significa : «Non mi interessa», in relazione ai rapporti con l’altro sesso. Le relazioni sono vissute come un fardello, visti anche i costi esorbitanti delle case. La tv giapponese chiama “erbivori” gli uomini per i quali sesso e relazioni sentimentali non sono importanti. Preferiscono cucinare, andare in bicicletta, avere amicizie platoniche. Niente sesso, e l’amore è impegnativo e complicato.

Le città giapponesi sono a misura di single, con “noodle bars”, hotel dove si dorme in capsule, cibo a porzione unica nei supermercati. E dire che un tempo essere single equivaleva a un fallimento. Le relazioni si preferiscono virtuali, guidate dalla tecnologia. Il Giappone sta sviluppando sofisticati mondi virtuali e sistemi di comunicazione on line. Praticamente si sta creando una popolazione disconnessa dalla realtà e priva di contatto fisico.

 
SAN SEVERINO - Suora di clausura arriva in ospedale accompagnata dalle consorelle pensando a un mal di pancia ma dopo la visita partorisce un bebè. Entra in ospedale accusando un terribile mal di pancia ed esce stringendo fra le proprie braccia un grazioso bebè. Sarebbe solo una storia a lieto fine, un parto come tanti, quella che arriva dalle corsie del reparto di ostetricia e ginecologia del "Bartolomeo Eustachio" di San Severino Marche se non fosse per il fatto che la protagonista della corsa in ospedale stavolta non è stata una puerpera qualunque bensì una religiosa che aveva giurato, anni fa, castità al Signore insieme a fedeltà eterna. La consorella era arrivata in ospedale, accompagnata dalle consorelle, passando dal pronto soccorso. Appunto lamentava dolori di pancia ma l’ecografia ha svelato il mistero e il medico di turno ha invitato suora e consorelle a prendere subito la strada del reparto di ostetricia non senza un attimo di imbarazzo. Sacco amniotico rotto ed équipe subito in azione per far partorire la suora di clausura.
 
Il naufragio della Costa Concordia avvenuto il 13 gennaio 2012 all’Isola del Giglio fu dovuto al “fattore umano” e la nave da crociera “non era una bagnarola” ma una nave con apparati di prim’ordine, un gioiello. Il pm ha quindi evidenziato una serie di negligenze di cui viene accusato Schettino. Tra queste, aver cenato con calma con la moldava Domnica Cemortan, aver mentito dicendo di non sapere dello scoglio delle Scole e non essersi, comunque, procurato una carta nautica adeguata sapendo da una settimana di fare il passaggio ravvicinato al Giglio (l’inchino, definito e interpretato in più modi nel corso della vicenda); inoltre, aver fatto “passare sotto silenzio all’armatore” la deviazione dalla rotta rispetto alla consueta direttrice Civitavecchia-Savona al centro del canale dell’Argentario. Leopizzi non sarà l’unico pm a intervenire il pm Stefano Pizza ripercorrerà le vicende umane, tra cui le circostanze in cui sono morte 32 persone legandole alle responsabilità dell’imputato. Invece, la richiesta di condanna per Schettino sarà formulata, al termine delle conclusioni, dal sostituto Maria Navarro, attualmente facente funzioni di procuratore capo di Grosseto. “Perché Schettino non resettò da sé il radar quando arrivò in plancia di comando dopo la cena? Perché Schettino non ci vede. Lo ha dichiarato lui stesso: ‘Non vedo bene il monitor in modalità notturna. Inoltre non ebbe nemmeno l’umiltà di chiedere che le modifiche alla rotta venissero poste sul radar dai suoi ufficiali sapendo che di notte ci vedeva male” ha proseguito il pubblico ministero. Anche per questo la Concordia finì sugli scogli.
“Condotta inescusabile, inenarrabile”.
“La condotta di Schettino è inescusabile, inenarrabile, prese un granchio cercando la sua nave sul monitor, senza vederci bene e buttando un’occhiata ‘fugace’, come dice lui”, e “credendo di essere un miglio indietro”, “non si ferma, fa un errore marchiano ai limiti dell’incredibile” ha poi aggiunto la pubblica accusa. Durante la requisitoria il pm ha anche parlato “valutazioni testicolari dell’imputato” perché la nave andava a 16 nodi “in acque ristrette” vicino a un’isola e all’imbocco di un porto (al Giglio) dove “l’ondata della Concordia avrebbe potuto rovesciare eventuali gozzi da pesca che anche a gennaio potevano uscire in mare e che, miracolosamente, non c’erano”.
“Schettino – ha detto Leopizzi – vuole davvero passare vicino al porto del Giglio, su richiesta del maitre Tievoli: da otto minuti vicino al radar sta inventandosi una rotta sul momento, naviga a braccio”, “la Concordia era in un altro punto rispetto a quanto credeva”. Sulla plancia, ha anche detto il pm, “Schettino ha detto che non sopportava il disturbo e che gli davano fastidio i giapponesi in visita di cui peraltro non c’è conferma: ma quella sera del naufragio – ha affermato Leopizzi – riempì la plancia di gente che rideva e scherzava”. Schettino “non si preoccupò di mettere una vedetta”, “neanche dopo i fraintendimenti col timoniere”, anzi “l’aletta di sinistra diventa palco d’onore per i suoi ospiti in plancia”.
 
GIORGI, UNA RAGAZZINA CONTRO IL TOTEM
Stefano Semeraro per “la Stampa”
CAMILA GIORGI

La Gigantessa e la bambina non si tengono per mano. Non si sono mai incontrate, si studiano da lontano. Per mettere i suoi piedi svelti negli ottavi degli Australian Open, mentre in Italia la notte ballerà con l’alba, Camila Giorgi dovrà scavalcare un monumento del tennis, Venus Williams.

La prima Regina Nera dell’Era Open del tennis, 11 settimane da n.1 e sette titoli dello Slam (5 Wimbledon) in bella vista nella casa di Palm Beach Gardens che ha arredato da sola, perché Venere, 35 anni a luglio, ha una vita molto più larga di un rettangolo bianco. Stilista, disegnatrice d’interni, business woman («sto seguendo un Master in economia, odio fare i conti ma mi piace tenerli sotto controllo»), profetessa e agit-prop del circuito rosa. «Venus ha sempre avuto qualcosa di regale», spiega sister Serena.
CAMILA GIORGI

venus williams
«Si è battuta per i diritti dei neri e di noi donne in Dubai, ha lottato per la parità di montepremi a Wimbledon. Io sono venuta dopo, la fatica grossa l’ha fatta lei». Nel 2011 a Venus è stata diagnosticata la sindrome di Sjogren, malattia autoimmune che spesso la lascia sfibrata, a volte incapace di uscire dalla macchina parcheggiata sotto casa. È diventata vegana, dopo un paio di stagioni da reliquia è risorta da n.70 a 18, quest’anno ha vinto 7 partite di fila e il suo 46° titolo della carriera ad Auckland.
Camila cocca di papà

CAMILA GIORGI camila giorgi esulta ottavi
Un totem, ma difficilissimo da abbattere. «Se mi ricordo qualche sua finale?», si chiede fra l’ingenuo e l’impunito Camila, che al 2° turno ha liquidato in due set la Smitkova more solito, sparando ogni colpo come se non ci fosse mai un domani. «No, perché da piccola seguivo solo Sampras, Agassi, Rafter. Il tennis femminile non lo guardo mai in tv. Non mi interessa». Camila pensa poco («Venus favorita? Vedremo...») e va veloce.

Sfoggia un tennis ancora più shocking dei suoi vestitini cortissimi, incantevoli – lilla, verde acqua, pizzo bianco - disegnati da mammà, e si fida ciecamente di papà Sergio, zazzera alla Einstein, ex combattente nella guerra delle Falkland, straordinario tipo che se ne infischia assai di chi lo accusa di aver seminato debiti per sfamare il suo sogno, e ancora più delle avversarie della figlia. «Camila batterà Venus: perché è più forte – assicura - E entrerà nelle top-ten».

camila giorgi
Numero trentatre
Da qualche mese Camila si allena a Tirrenia, al centro tecnico della Fit, anche se per Giorgi senior la figlia non avrà mai bisogno di un altro coach al di fuori di lui: «Tutti quelli che l’hanno avvicinata non dicevano niente che non potessi dirle anch’io». Parlava così anche Richard Williams, l’uomo che ha progettato le due Pantere - anche se poi di nascosto le faceva allenare da Rick Macci. Superato in autunno un problema alla spalla Camila comunque nell’ultimo anno sembra maturata. Sempre spericolata, un filo più consapevole. Più pronta.
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È salita al n.33 del ranking, a 23 anni ha già battuto 14 top-20 ma non ha mai vinto un torneo. Sa come schiantare le big (vedi la Wozniacki nel 2013 agli Us Open) ma spesso inciampa sugli ostacoli minori. Venus, a questo punto del torneo, è la sfida perfetta per capire che limiti ha il suo futuro. «Dovrò stare attenta a Camila – ammette la Williams – è una che alza il livello a seconda di chi si trova davanti». Preparatevi ad un big-bang.
camila giorgi Venus Williams stupisce in neglige AP

 

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