Alla cortese attenzione di Tashtego

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Matteo 13,29-30
29 No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30 Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura [...
 
Quando è stato assolto ha esultato su Twitter: “La Corte mi aveva condannato a pagare 14mila euro per un atto amministrativo della Provincia di Firenze. Oggi condivido una piccola soddisfazione: l’appello ha annullato la condanna e la verità viene finalmente ristabilita”. Per Matteo Renzi sembrava chiusa così la vicenda dei portaborse senza laurea che aveva assunto nella sua segreteria personale con contratti e retribuzione da dirigenti negli anni dal 2004 al 2009. Per quella storia aveva subito due condanne da parte della Corte dei Conti della Toscana e tre anni dopo è arrivata l’assoluzione in appello nel Lazio. L’unico ad essere sollevato però, a quanto pare, è il diretto interessato.
Le motivazioni della sentenza emessa dai giudici della I Sezione centrale di appello di Roma il 4 febbraio 2015 tolgono al premier l’imbarazzo della condanna ma non altri. A pagina 11 del dispositivo si legge infatti: “Pur non ricorrendo gli estremi della cosiddetta “esimente politica”, questo Collegio ritiene di poter rilevare l’assenza dell’elemento psicologico sufficiente a incardinare la responsabilità amministrativa, in un procedimento amministrativo assistito da garanzie i cui eventuali vizi appaiono di difficile percezione da parte di un ‘non addetto ai lavori’”. In poche parole, Renzi viene assolto perché non in grado di percepire le illegittimità del proprio operato. E forse, già che oggi è Presidente del Consiglio, non è proprio motivo di festa. Piaccia o non piaccia, è questa la motivazione che ha seppellito le due sentenze della sezione giurisdizionale della Toscana che il 4 agosto 2011 (n. 282) e il 9 maggio 2012 (n. 227) avevano condannato Renzi e altre venti persone, tra colleghi di giunta e funzionari, per danno erariale con colpa grave.
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E che cosa aveva mai combinato, l’allora presidente della Provincia e oggi premier d’Italia? Secondo il procuratore contabile aveva inquadrato nel suo staff quattro persone esterne all’amministrazione come funzionari, qualifica che richiede la laurea, pur non possedendola. L’indagine era nata da una denuncia anonima sull’assunzione di Marco Carrai, “uomo-ombra” del renzismo, all’epoca ventinovenne, sistemato nella segreteria del presidente nonostante fosse privo del diploma di laurea. Così per cinque anni, i quattro avrebbero beneficiato di uno stipendio maggiorato e non dovuto. Una violazione delle disposizioni sulla contrattazione collettiva del comparto previste dall’art. 90 del Testo Unico degli Enti Locali (TUEL, d.lgs 267/2000) che avrebbe prodotto un danno per l’amministrazione stimato in 2.1 milioni di euro, ridotto dai giudici di primo grado a un risarcimento di 50mila. Di questa somma, circa 14mila euro sono stati posti a carico del rottamatore. La cifra è modesta, il significato politico del giudizio di prima grandezza.
 
MASSIMO FINI UNA VITA
1. DALL’AUTOBIOGRAFIA “UNA VITA” DI MASSIMO FINI, PUBBLICATA DA MARSILIO

….
Ci sono incursioni notturne più inquietanti. Alle quattro e mezza suona il citofono. «Sono Luca. Sono al quinto 'travesta', ho bisogno di trecento euro». «Sali». È Luca Barbareschi. Gli dò i trecento euro e si dilegua nella notte. Questa scena, nel corso degli anni, si sarà ripetuta tre o quattro volte. L'ultima un paio di anni fa. lo non dò mai giudizi sulle perdizioni altrui. Ho già da pensare alle mie. Né tantomeno azzardo predicozzi morali.

massimo fini
Ma quella sera, sapendo che aveva trovato un equilibrio con una nuova compagna, meno spettacolare di altre ma evidentemente più adatta, gli dissi: «Luca, fermati...». Ma sapevo che non c'era nulla da fare. Quando una persona è in quelle condizioni non sente ragioni. Anzi vedendo, mentre aprivo il portafoglio, che avevo molti quattrini (a me piace girare con 'la fresca', è un'abitudine contratta al tavolo del poker, l'unico posto, ormai, dove si vede il contante), mi chiese altri cento euro oltre i tradizionali trecento. Se ne andò barcollando.
Luca Barbareschi

Era in condizioni spaventose, alla Lapo Elkann. Mi telefonò due giorni dopo. Lucido. Gli dissi: «Senti Luca, se torni un'altra notte in quelle condizioni cosa devo fare? Darti i quattrini o cacciarti via a calci in culo?». «Cacciami a pedate nel culo». Per fortuna non se n'è più presentata l'occasione.
PIERA DEGLI ESPOSTI E LUCA BARBARESCHI

C'era un altro personaggio che veniva di notte a casa mia. Era un ex giornalista dell'«Avvenire» cacciato dal giornale per omosessualità. Era, come si dice in gergo, un 'omosessuale di ritorno', cioè uno così irrimediabilmente brutto da non parer aspirare a nessuna ragazza. Così, senza lavoro, spendeva il denaro di famiglia a 'marchette' e la madre lo aveva fatto interdire.

SERGIO DOMPE MARIASTELLA GELMINI LUCA BARBARESCHI mfn01 luca barbareschi
In epoche lontane, a metà degli anni Settanta, quando vivevo ancora con mia moglie, mi aveva chiesto un prestito di 300 mila lire, non poco per l'epoca, e non le aveva restituite. Lui era sempre rimasto nella 'casa dei giornalisti' in viale Ferdinando di Savoia, io vi ero ritornato nel 1985 dopo il divorzio. Quando di notte vedeva le luci della mia sala accese, perché stavo scrivendo qualche libro, suonava alla porta.

LUCA BARBARESCHI NEL VIDEO DELLE IENE IN CUI MALMENA FILIPPO ROMA
lo gli davo il mio tempo. Lui si sfogava, si confessava e alla fine, immancabilmente, mi chiedeva 50 o 100 mila lire e, in seguito, 50 o 100 euro. Adesso che sua madre finalmente è morta è rientrato in possesso delle sue proprietà, è diventato un uomo ricco e si è trasferito a Caserta non proprio nella Reggia ma quasi. Ogni tanto mi telefona per chiedermi delle mie interviste a Pasolini o comunque per qualche questione omosessuale.

LUCA BARBARESCHI E ARIANNA CAMELLINI
Ma mai che gli sia venuto in mente non dico di ripagare ma di manifestare una qualche riconoscenza per quegli antichi prestiti. lo certo non glieli ricordo. «Par délicatesse j'ai perdu ma vie» scrive Rimbaud. Barbareschi lo conosco da trentacinque anni. Allora era smilzo poi, facendo molta palestra, si è irrobustito e oggi è indubbiamente un bell'uomo, prestante.

LUCA BARBARESCHI E PIERO MARRAZZO
Era legato a un mio giovanissimo amico, Luca Lindner, che nei suoi sedici, diciassette anni era di una straordinaria bellezza, occhi di ghiaccio alla Delon 'Un giovane Rimbaud' lo chiamavo io senza che lui sapesse chi fosse mai questo Rimbaud né comprendesse il significato di quella definizione. In seguito è ingrassato malamente. In compenso ha fatto una strepitosa carriera in pubblicità e oggi è presidente di McCann Worldwide, una delle tre più grandi agenzie di pubblicità del mondo.
ELENA MONORGHIO E LUCA BARBARESCHI

Sposato con una bella ragazza, tre figlie, Barbareschi aveva già allora una certa vocazione per l'autodistruzione. Che per lui passava per il sesso, la 'partouze', i travestiti. Mi ricordo che a una festa un po' particolare gli passai, dall'alto dei miei quarant'anni, un biglietto: «Per ora va tutto bene, ma guarda che continuando cosi si finisce nell'impotenza». Cosa che poi è puntualmente avvenuta, sia pur temporaneamente, come mi confidò una notte, una notte normale, tranquilla, senza l'ombra dei travestiti.
CAMILLA MORABITO E LUCA BARBARESCHI

Mi raccontò che il suo medico gli aveva detto che era in preda a una sorta di schizofrenia. Quando andava, senza alcuna protezione, con i travestiti, i transgender o altri tipi del genere, rischiando l'AIDS, pensava che ad agire fosse un altro. Lui era solo uno che guardava. Mi raccontò anche che era andato a curarsi a Londra, in un a clinica specializzata, per cercare di guarire da questa sua sessuomania. Ma con scarsi risultati.

FRANCO NERO JOHN LANDIS LUCA BARBARESCHI
Quando pensò di entrare in Parlamento, sotto l'egida berlusconiana, mi chiese consiglio. «Il politico lo possono fare tutti, l'artista no. Tu sei un artista, secondo me l'artista è uno che cammina tre metri sopra gli altri. Non fare questa cazzata, non ti porterà nulla di buono». Va da sé che non mi diede retta, con i risultati che si sono visti.

ELENA MONORCHIO LUCA BARBARESCHI
A Luca sono affezionato, come, credo, lui a me. Penso ci leghi lo stesso impulso ad autodistruggersi, sia pur in modo diverso, con cui dobbiamo quotidianamente combattere. L'ultima volta che ci siamo visti, alla Pergola di Firenze dove davano la pièce di Edoardo Sylos Labini “Nerone. Duemila anni di calunnie” tratta dal mio libro, mi ha fatto vedere, come un qualsiasi padre, le fotografie delle sue figliolette e lasciandoci mi ha detto: «Ti voglio bene».
LUCA BARBARESCHI PINO CORRIAS

Poi è scomparso, per mesi. È fatto così. È umorale e ondivago. Anche nella sua professione. È un uomo intelligente, colto e anche un ottimo attore, può interpretare magnificamente “Il Gattopardo” come immiserirsi in un musical mediocre come “Chigago”. Avrebbe avuto una carriera molto più importante se fosse stato capace di amministrarsi meglio. Come, naturalmente a ben altro livello, e per altri motivi, è stato per Walter Chiari.
LUCA BARBARESCHI


2. LUCA BARBARESCHI: «UNA VITA A FARMI MALE». DROGA, ALCOL E SESSO LIBERO
Dall’intervista di Enrica Brocardo per “Vanity Fair” del 6 novembre 2013

A proposito di Agnelli, parecchi anni fa lei raccontò di aver avuto un’esperienza di abusi molto simile a quella che Lapo ha denunciato recentemente.
«L’ho trovato un atto di grande coraggio per uno che appartiene a una famiglia così complicata. E non ho dubbi che sia sincero, perché ha quell’iter di autodistruzione tipico di chi è stato vittima di quel genere di violenze. È un problema su cui ho lavorato tanto, prima su di me, e poi attraverso la fondazione che ho creato per aiutare le vittime e che, proprio quest’anno, ho deciso di chiudere devolvendo gli ultimi fondi all’ospedale Bambin Gesù».
LUCA BARBARESCHI CAMILLA NESBIT

Perché chiudere?
«Non mi piaceva il mondo delle associazioni legate alla pedoflia. C’è chi, in realtà, fa business. Altre sono addirittura gestite da pedofli mascherati».
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È un’accusa grave.
«Non è il modo migliore per occuparti di quello che morbosamente ti piace fngendo di fare del bene?».

Tornando a Lapo?
«L’ho chiamato e gli ho raccontato la mia esperienza. Ho partecipato spesso alle riunioni degli AAA (All Addicts Anonymous, il programma che cura ogni tipo di dipendenza, ndr) e sono convinto che funzionino per chi, come me, ha passato la vita a farsi del male».
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In che modo?
«Drogandomi, distruggendomi, punendomi ogni volta che ottenevo un risultato».

Di che droghe parliamo?
«Vuole i dettagli? Cocaina, alcol. Ho provato tutto».
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Anche col sesso ci si può fare del male.
«Certo, e non è bello sconvolgersi e ritrovarsi il giorno dopo nel letto di qualcuno che non sai neppure chi sia. Inoltre, col tempo, ho capito che la trasgressione arriva a un punto di stallo. Lo puoi fare in due, in tre, con un altro uomo, una trans, ti leghi. Ma più in là di tanto non puoi andare»
 
Morsi sul viso e su tutto il corpo. A farli non è stato un cane, ma una bambina dell’asilo nido ai danni di un compagno più piccolo, di una struttura del Padovano. La piccola si sarebbe alzata durante il riposino e sarebbe andata a mordere il compagno nel suo lettino provocandogli lesioni su tutto il corpo che sono guarite a fatica e che avrebbero provocato al piccolo stati d’ansia tuttora presenti. I genitori del piccolo di Polverara, vicino a Piove di Sacco, in provincia di Padova, si sarebbero rivolti alla Magistratura per tutelare il figlio e per scongiurare che altri fatti del genere accadano ancora. E così nel registro degli indagati sarebbero finiti la direttrice della scuola, l’assessore alla Pubblica istruzione del Comune di Legnaro e l’insegnante di turno quel pomeriggio, che ha sostenuto di non essersi accorta di nulla e di aver attribuito il pianto a un normale risveglio.
 
Er parlà ciovìle de piú

Quando el Signiore volse in nel deselto
albelgare l’Abbrei senza locanda,
per darglie un cibbo a gòdere piú scelto,
mandò come una gomba: era la Manda. 1

Questa glie vende giù, come la janda
scende su li magliali a campo apelto.
E ‘l giudio vendembiava, 1a e a dogni canda
c’impiegava sei gombiti di celto.

Nun mi pare mondezza 1a sto guadambio, 2
ché puro a sembolella era faccenda
di lassà un pranzo pagaticcio in cambio.

Se ci mettemo poi cena e marenda,
facevano un sei giuli di sparambio,
a conti fatti a caldamaro e penda.

Roma, 21 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto

ANALOGIE
SE NON SI DICE
NON SI PUÒ DIRE
scerto, ma: scelto
sverto, ma: svelto
deserto, ma: deselto
aperto, ma: apelto
certo, ma: celto
scergo, ma: scelgo
albergo, ma: albelgo
locanna, ma: locanda
manna, ma: manda
canna, ma: canda
manna, ma: manda
rodére, ma: ròdere
godére, ma: gòdere
tomma, ma: tomba
gomma, ma: gomba
rajo, ma: raglio
majja, ma: maglia
majale, ma: magliale
cammio, ma: cambio
guadammio, ma: guadambio
cemmalo, ma: cembalo
semmola, ma: sembola
merenna, ma: merenda
faccenna, ma: faccenda
penna, ma: penda
 

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