Alla cortese attenzione di Tashtego

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L’autore ricorda anche che il termine ebraico e arabo per indicare la misericordia divina viene dalla radice rhm che significa “utero” e che fa pensare a Dio come madre, un’immagine divina di cui il nostro mondo insanguinato anche a causa delle religioni avrebbe un grande bisogno.

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E sempre tramite una donna, Hannah Arendt, Montanari svela il malinteso comune che porta a ritenere l’amore una creazione del nostro sentimento, mentre esso nasce altrove, nelle profondità cosmiche di cui è messaggero, e per questo chi lo segue veramente viene condotto altrove, in una terra sempre nuova verso la liberazione da sé.

Questo vale anche per il rapporto sessuale, interpretato dall’autore come «un potenziale esercizio spirituale», una «paradossale ma concreta forma di altruismo egoistico o egoismo altruistico», perché nell’amplesso, scrive Montanari, «l’amante gode di più nel far godere la persona amata che sperimentando il proprio personale godimento».
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Insieme alla capacità di accecare e illuminare la mente, quest’ultimo paradosso è il più fecondo equivoco di quell’instabile esperienza chiamata amore di cui nessuno può fare a meno.
 
«Frequento la piscina da oltre 20 anni - ha spiegato - e, quella mattina nell’accingermi a raggiungere la vasca, sono scivolata procurandomi una triplice frattura al malleolo. Immediatamente soccorsa dai sanitari del 118, mi hanno condotta al Pronto soccorso dell’ospedale di Chiavenna. Sono stata visitata da una dottoressa (il responsabile non era presente avendo terminato il suo turno di lavoro).
Malgrado il forte dolore non mi ha somministrato un antidolorifico (mi è stato somministrato molto dopo) in quanto avrei dovuto fare una radiografia. Cosa che è avvenuta più tardi confermando la triplice frattura. Portata, nel pomeriggio in sala gessi, per applicarmi un gambaletto protettivo, in attesa di conoscere le modalità dell’operazione che avrei dovuto subire per sistemare le fratture, gli addetti hanno avuto difficoltà tanto che ci sono voluti ben tre tentativi prima di terminare il lavoro. Al termine uno dei due ortopedici mi ha comunicato che «Non potevano ricoverarmi in quanto non avevano tempo... Vediamo se si riesce a trovare qualche altro ospedale a Sondrio, Sondalo Lecco ecc.» - ha detto. Così mi hanno riportata al Pronto soccorso dove la dottoressa mi ha comunicato che doveva dimettermi e andare a casa (con i miei mezzi). «Se vuole - ha precisato - si presenti qui lunedì mattina a digiuno per il ricovero!» Era giovedì e avrei dovuto attendare ben 4 giorni con un piede che nel frattempo si era gonfiato a dismisura e molto dolorante. Così l’indomani ho chiesto a mia sorella di accompagnarmi in una clinica di St. Moritz (lavoro in Svizzera) dove sono giunta alle 7 del mattino. Nel primo pomeriggio mi hanno operata e tutto è andato per il meglio. Sicuramente se ci fosse stato il responsabile del Pronto soccorso non mi avrebbe rimandato a casa».
Interpellato il dottor Carlo Marolda, responsabile del Pronto Soccorso, ha precisato «Le dichiarazioni della signora Guglielmana, corrispondono in parte in quanto, secondo quanto verificato, la volontà di recarsi in territorio svizzero, per effettuare l’intervento, è stata espressa ancora prima di essere dimessa.
 

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