Alla cortese attenzione di Tashtego

Brescia uomo si fa bidet nella fontana:
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Fin dalla nascita, il neonato maschio è naturalmente in uno stato di passività primaria, dipende totalmente da colei che lo nutre. Già Groddeck notava che “durante la poppata, la madre è l’uomo che dà; il bambino è la donna che riceve” (Il libro dell’Es). Questa iniziale relazione erotica insegna al bambino il nirvana della dipendenza passiva e lascerà delle tracce indelebili nella psiche dell’adulto. Ma le conseguenze di questa esperienza non sono le stesse per il bambino e per la bambina. Per la bambina si tratta della base dell’identificazione con il suo proprio sesso, mentre per il maschietto è un’inversione dei ruoli che si presenteranno successivamente. Per diventare un uomo dovrà imparare a differenziarsi dalla madre e a rimuovere nel profondo di se stesso quella passività deliziosa in cui era fuso con lei. Il legame erotico tra la madre e il bambino non si limita alla soddisfazione orale. E’ lei che attraverso le sue cure risveglia la sensualità del figlio, lo inizia al piacere e gli insegna ad amare il suo corpo. La buona madre è naturalmente incestuosa e pedofila. Nessuno si sognerebbe di lamentarsene, ma tutti vogliono dimenticarlo, compresi la madre e il figlio. Normalmente, lo sviluppo motorio e psichico del bambino permette una progressiva separazione. Ma quando l’amore materno è troppo potente, troppo gratificante, perché il bambino dovrebbe uscire da questa diade deliziosa? Se, invece, quest’amore totale non è stato reciproco, il bambino passerà il resto della sua vita a cercarlo e a soffrire.


E’ nella natura dell’essere umano (maschio o femmina) cominciare la propria vita in una relazione amorosa passiva e trovarvi il piacere necessario per continuare poi a crescere e svilupparsi in seguito. Fino ad oggi, abbiamo pensato che spettasse solo alla madre incarnare il polo amoroso. Se è impensabile che lei cessi di esserlo, non è sicuro che il rapporto esclusivo con il figlio porti a quest’ultimo soltanto dei vantaggi.



La femminilità iniziale del bambino



Impregnato di ‘femminile’ durante tutta la vita intrauterina, poi identificato con la madre appena nato, il piccolo maschio non può svilupparsi che diventando il contrario di quello che era all’inizio. Questa protofemminilità del bebè umano è considerata in modo diverso dagli specialisti. Per alcuni favorisce lo sviluppo della figlia e ostacola quello del figlio. Per altri essa rappresenta un vantaggio per entrambi i sessi.



Il concetto di protofemminilità nel bambino è stato evocato per la prima volta da R. Stoller come risposta alle teorie di Freud sulla mascolinità innata. Così facendo Stoller ha operato una rivoluzione radicale: se Freud riconduceva la bisessualità originaria al primato della mascolinità (i due primi anni della vita), lo psichiatra e psicoanalista americano suggerisce invece che la bisessualità originaria porta al primato del femminile. Per Freud, che considera inesistente la protofemminilità, la bambina ha più ostacoli da superare rispetto al bambino. Pensava, infatti, che “la mascolinità fosse il modo originario, naturale, dell’identità di genere nei due sessi, e che fosse il risultato della prima relazione oggettuale eterosessuale del bambino con la madre, e della prima relazione omosessuale della figlia” (R. Stoller “Masculin ou féminin, PUF, 1989). Stoller rimprovera a Freud di aver trascurato il primo stadio della vita, caratterizzato dalla fusione che si produce nella simbiosi madre/bebè. Poiché le donne accettano la loro femminilità in una forma primaria e incontestata, la loro identità di genere è più saldamente radicata in rapporto agli uomini. Questa identificazione preverbale che potenzia la creazione della loro femminilità diventa nei bambini maschi un ostacolo da superare.



Se il bambino e la bambina devono passare entrambi per le stesse tappe di separazione e individuazione (Cf. i lavori di M. Mahler), il maschio incontra delle difficoltà ignorate dall’altro sesso. Lo studio dei transessuali maschi rivela a Stoller i pericoli di una simbiosi eccessiva tra il figlio e la madre. “Più una madre prolunga questa simbiosi – relativamente normale nelle prime settimane o nei primi mesi – più la femminilità rischia allora di infiltrare l’identità di genere.” (R. Stoller). Poiché questo processo lo ritroviamo pur con minor incidenza nella maggior parte delle relazioni madre/figlio, continua Stoller, è probabile che sia da ricercare qui l’origine della paura dell’omosessualità, più pronunciata negli uomini che nelle donne; come pure “l’origine di ciò che chiamiamo mascolinità, cioè la preoccupazione di essere forti, indipendenti, duri, crudeli, poligami, misogini e perversi”. Solo se il bambino riesce a separarsi senza problemi dalla femminilità e dalla ‘femminità’ della madre, potrà sviluppare “quell’identità di genere più tardiva che chiamiamo mascolinità. Allora vedrà la madre come oggetto separato e eterosessuale che potrà desiderare”. (Stoller).



No si potrebbe dire meglio: la mascolinità è seconda e “da creare”. Essa può essere messa a rischio dall’unione primaria e profonda con la madre.
 
I Savoia si erano italianizzati scendendo con i secoli e con il Po, come dice beffardo Carlo Cattaneo, ma a Corte, abbandonata ogni formalità, il re e i suoi ministri parlavano più volentieri il dialetto…nelle scuole piemontesi era obbligatorio parlare in dialetto. Cavour e, dopo di lui la regina Margherita, consorte di Umberto I, secondo re d’Italia, non si trovarono mai a completo agio con l’italiano, Margherita [e Cavour] teneva la sua corrispondenza in francese; quando si cimentava con l’italiano sbagliava tutti i verbi e non riusciva a scrivere una semplice lettera senza infarcirla di errori di sintassi e di ortografia, come un bambino delle elementari
[Romano Bracalini, L’Italia prima dell’unità]
 

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