COSTO DEL LAVORO? LO VOGLIONO DIMINUIRE DOVE NON SI LAVORA

Monsignore

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carlo passera
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«La tua giornata sarà inutile se non ci sarà almeno un sorriso»: la frase campeggia sulla homepage del sito di Sergio D’Antoni ed è attribuita a Madre Teresa di Calcutta, però davvero non si sa se sorridere o piangere - né a che beato votarsi, per rimanere in tema - nell’osservare le prime mosse del neo-viceministro allo Sviluppo economico, con popò di delega al Mezzogiorno. Mettiamola così: il suo “capo” Pier Luigi Bersani è pronto anche alle capriole pur di ingraziarsi un poco quel Settentrione rimasto ostile all’Unione; D’Antoni, da quando gli hanno conferito l’incarico nell’esecutivo, pare invece impegnatissimo a fungere da spauracchio per i padani.
Il primo sorride agli imprenditori, fa l’occhiolino a Luca di Montezemolo, si sfianca nel percorrere strade intasate di tir nel cuore economico della Penisola. Poi però arriva il D’Antoni di turno in tackle scivolato e gli sforzi del ministro piacentino vengono cancellati in un secondo. Frustrante, no? Volete una summa del pensiero dantoniano? Eccola. La fiscalità di vantaggio? «Facciamola al Meridione». Il credito d’imposta? «Per il Mezzogiorno». La riduzione dei contributi sul lavoro e sulle imprese? «Il Sud l’attende». Certo, l’ex segretario Cisl aveva aderito al centrosinistra (all’ennesimo giro di valzer: dopo aver tentato la via centrista e poi essersi “fuso” con il Ccd e il Cdu) accusando Silvio Berlusconi di portare avanti una politica “anti-meridionalista”. I tempi erano sospetti (2004, il governo era già tutto uno scricchiolio) ma magari ci credeva sul serio. Insomma, s’è proposto fin dall’inizio come pasionario sudista - oltretutto è nativo di Caltanissetta. Eppure, ora davvero esagera.
Prendiamo il Sole 24 Ore di ieri. Si dà il caso che il quotidiano giallino diretto da Ferruccio De Bortoli risulti più letto a Vicenza e Brescia piuttosto che a Isernia, eppure D’Antoni si mostra spericolato e cala il proprio carico da novanta: «Fatto cento l’entità del taglio (si parla di cuneo fiscale, ndr), settanta dovrebbe finire al Sud e solamente trenta al Centro-Nord». Boom! L’idea, dategli atto, è geniale: ridurre il costo del lavoro ma non alle regioni che lo pagano di più; rilanciare l’economia sfavorendo il suo cuore pulsante; ridurre le imposte ma solo a chi non le paga (su 100 euro dichiarati, ve ne sono in media 99,5 evasi nel Mezzogiorno isole comprese, il triplo che al Nord, sono stime governative di un anno fa).
È o non è la fantasia al potere? Il paradosso elevato ad arte di governo? L’apoteosi di un tafazzismo italiano che permea quanto mai la sinistra inopinatamente salita a Palazzo Chigi? «Bisogna far diventare il Sud una vera priorità del Paese», spiega il viceministro con pochissima fantasia e senza accorgersi di ripetere una stanca e usurata formuletta, ribadita centinaia di volte nei decenni di Repubblica italiana e che è sempre soprattutto servita per “coprire” e giustificare i peggiori ladrocini, sprechi allucinanti, le più perverse logiche assistenziali. Come tale, ormai diventata vera cartina di tornasole di ogni cattiva intenzione.
Il costo del lavoro è elevato per tutti, in Italia. Qualcuno potrà dire: tale gap è maggiormente avvertito proprio nelle aree più esposte alla concorrenza internazionale, nei settori che contendono palmo a palmo con i competitors stranieri quote del mercato globalizzato, non in un Meridione che spesso fa della specificità la propria reale vocazione economica. Può essere, ma siamo onesti fino in fondo e diciamo: non è giusto favorire il Nord. Ma sfavorirlo, proprio non sta né in cielo né in terra! Non tanto perché tale differenziazione non era affatto inserita nel programma elettorale dell’Unione. Né perché allontanerebbe ulteriormente il potere politico romano dal tessuto imprenditoriale che regge col proprio business l’intera Italia. No: queste sono buone ragioni, ma non la principale. Che è: se la diminuzione del cuneo fiscale deve servire a rilanciare l’economia del Paese, dovrebbe semmai essere tagliato a misura di quelle regioni che - piaccia o no - fanno da sempre da locomotiva. Altrimenti finiremo certo con i vagoni di coda alleggeriti, ma senza nessuno che faccia muovere il convoglio-Italia di un sol centimetro. Per dirla ancora con Madre Teresa di Calcutta, popolare presso i dantoniani: «Perché una lampada continui a bruciare bisogna metterci dell’olio». Il Nord ne ha bisogno parecchio, di olio.
«Il governo di centrosinistra da una parte carica sul Nord il peso del risanamento, opprimendolo di tasse; dall’altra si prepara a negargli anche gli aiuti e gli incentivi promessi, che vuole invece dedicare soprattutto alle altre aree del Paese», ci spiega Daniele Molgora, nell’intervista che pubblichiamo sempre in questa pagina. L’ex sottosegretario all’Economia chiama dunque in causa la questione settentrionale perché, comunque la si voglia mettere, è questo il tema di fondo. Ossia: come può reggersi un esecutivo romano chiamato soprattutto a confrontarsi con le tematiche economiche, se è composto da forze politiche totalmente divergenti in materia (si va dai nostalgici comunisti ai radicali ultra-liberisti) e non avendo alcun addentellato reale - in termini programmatici ma direi anche “fisici”, geografici - con l’aree che trainano la nostra economia? Anzi, peggio: avendo uno, cento, mille D’Antoni che mostrano la faccia demagogica del politicante intento a vezzeggiare il proprio elettorato con assurdità prive di senso, senza assumersi così reali responsabilità di governo? Mistero.
Argomenta ad esempio il viceministro allo Sviluppo economico: «In base a un calcolo del Cer-Unioncamere, su 5 miliardi di euro di riduzione del cuneo, al Mezzogiorno finirebbero quasi 500 milioni», cioè troppo poco, a suo dire. Ma non sarà che questa sproporzione è dovuta al fatto che al Nord si lavora di più, e nel Meridione esiste tra l’altro molto, ma molto più “nero”? Vogliamo premiare chi si dà da fare o chi evade? Vogliamo punire i virtuosi? Ma ancor più sensatamente: non sarebbe il caso di evitare ogni discriminazione tra aree geografiche, a fronte di un problema comune? Paiono domande retoriche, ma forse non è così. Ancora D’Antoni: «Se l’obiettivo di crescita per l’Italia è del 2-3 per cento all’anno, vuol dire che il Mezzogiorno deve crescere di 4-5 punti». Praticamente per rilanciare il Paese, invece di puntare innanzi tutto sulle regioni più dinamiche (confidando che trascinino anche le altre), vogliono trasportare la locomotiva economica a Canicattì. Proprio vero, mala tempora currunt.
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Per il governo il 70% della riduzione del cuneo fiscale dovrebbe finire al Meridione e il rimanente al Nord
 

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