Cuba [Pop Corn Alert]

Oggi huffingtonpost mi ha regalato un articolo.


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Anche i vescovi della Conferenza episcopale cubana sono rimasti a terra. L’aereo che avrebbe dovuto portarli in Vaticano per un viaggio missionario non era certo di partire a causa della mancanza di carburante. Sull’isola ce n’è sempre di meno. Da qui la decisione di Air Canada e altre compagnie canadesi di sospendere i voli. Alcune, come la spagnola Air Europe, continuano a volare su L’Avana ma atterrano prima a Santo Domingo, per uno scalo di rifornimento. La Russia farà tornare a casa gli ultimi connazionali, poi fermerà le sue compagnie che operano su Cuba. Il blocco imposto dagli Stati Uniti dopo l’operazione in Venezuela e il conseguente divieto sull’export petrolifero stanno stritolando Cuba. Le crisi energetiche fanno parte della sua storia, ma mai si era arrivati a un livello simile.

Martedì il blackout ha interessato il 64% delle utenze, un record. Il regime castrista presieduto da Miguel Diaz-Canel prova a uscirne senza il petrolio straniero, ma quello cubano soddisfa appena un terzo del fabbisogno energetico. Viene così sospesa la vendita al dettaglio di gasolio, razionata la benzina, aumentato lo smart-working per non gravare sui servizi pubblici ridotti all’essenziale. Gli hotel sono chiusi, di turisti neanche a parlarne - anche perché la maggior parte erano canadesi – privando l’isola di un’entrata fondamentale.

Oltre a una crisi interna senza soluzione, l’asfissia di Washington ha un altro effetto. Le minacce di Donald Trump di imporre dazi a chiunque dia sollievo all’isola caraibica hanno trasformato Cuba in un’appestata nella regione.

Infondere paura ha i suoi risultati. Dopo quasi trent’anni e con un anno di anticipo, il Guatemala pone fine a un programma di cooperazione medica con i 412 operatori sanitari cubani. Erano arrivati nel 1998 per dare una mano nell’emergenza dell'uragano Mitch che aveva colpito il Centro America, ma sono rimasti per sopperire alle difficoltà del sistema sanitario guatemalteco. Specialmente nelle zone rurali, sempre meno popolate. Ora verranno sostituiti gradualmente con dottori e specialisti nazionali. Spesso i medici cubani sono accolti negli altri paesi per via della loro preparazione. Un’operazione vantaggiosa per tutti, che garantisce all’isola entrate importanti. A cui Washington ha detto basta. “I programmi di esportazione di manodopera, che includono le missioni mediche, arricchiscono il regime e privano i comuni cittadini cubani dell’assistenza medica di cui hanno disperatamente bisogno nel loro paese d’origine”, affermava l’estate scorsa Marco Rubio, ampliando anche il bando sui visti per frenare questa attività. Per il segretario di Stato è una faccenda personale: i suoi genitori sono cubani e se dovesse riuscire a far cadere il regime castrista guadagnerebbe l’appoggio degli esuli cubani in Florida, magari per una futura candidatura alla Casa Bianca.

Le sue parole hanno innescato il fuggi fuggi. A interrompere i programmi medici con Cuba sono stati prima il Paraguay, poi le Bahamas e la Guyana, che nega qualsiasi influenza americana nella sua decisione e promette di assumere i cubani al di fuori delle partnership governative. Non solo i medici. Il paese ha anche un disperato bisogno di manodopera per portare avanti i progetti infrastrutturali e quella cubana risponde a questa esigenza.

Chi provava a ignorare le minacce di Washington era il Messico. La richiesta di interrompere le forniture a Cuba è stata fatta pervenire in modo esplicito alla presidente Claudia Sheinbaum, che prova però a resistere. “Nessuno può ignorare la situazione che sta vivendo il popolo cubano a causa delle sanzioni che gli Stati Uniti stanno imponendo in modo ingiusto”, diceva lunedì offrendosi come mediatrice in una eventuale trattativa tra americani e cubani. La pressione si è però fatta troppo forte. L’ultima spedizione di petrolio dal Messico verso L'Avana sembra risalire a inizio gennaio. Sheinbaum tuttavia si rifiuta di bloccare gli aiuti umanitari verso un alleato storico così in difficoltà e invia due navi della propria Marina con 814 tonnellate di beni, tra cui cibo e prodotti sanitari. Palliativi che possono sopperire ma non dare soluzione alla paralisi cubana.

Rimediare all’interruzione delle spedizioni di greggio dal Venezuela sembra complesso. È difficile trovare chi, come Caracas, è in grado di inviare fino a 100mila barili al giorno. Anche la Cina, pronta a correre in aiuto di Cuba, mette le mani avanti e chiarisce che fornirà assistenza “nei limiti delle proprie capacità”. Quello di Pechino è un supporto simbolico, con cui il governo cinese intende condannare le “pratiche disumane” degli Stati Uniti. Stesso discorso vale per la Russia. Mosca critica le “tattiche soffocanti” di Washington e promette di “fornire tutta l’assistenza possibile”. Mosca non può però spingersi oltre la solidarietà.

Lo strangolamento dell’isola arriva inoltre nel momento peggiore. Negli ultimi cinque anni l’economia cubana si è contratta del 5%, mentre sono circa due o tre milioni i cubani che hanno lasciato il paese nello stesso periodo. Trump è convinto che non serve replicare l’operazione in Venezuela per arrivare allo stesso obiettivo ottenuto a Caracas. Per abbattere il regime a Cuba basta mantenere i rubinetti chiusi e alimentare la sofferenza della popolazione, su cui si abbatte anche la repressione del regime, come denunciato da Amnesty International. Quello che il presidente americano non considera è l’esodo di cubani che potrebbero riversarsi sulle coste della Florida, con conseguente crisi migratoria. Nel 1980 dal porto di Mariel partirono in 125mila a causa della crisi economica. Ma sarà un problema successivo. Trump ora sente di avere l’isola in pugno. Non solo lui. Da Londra Fidel Castro Smirnov, nipote del leader rivoluzionario, non nasconde la realtà: “Il pericolo non è mai stato così vicino”.
 

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