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la Bce e le banche centrali si appropriano di un privilegio esclusivo


Incontro pubblico “Morire per l’euro?”
Bruxelles – Parlamento Europeo, 3 Dicembre 2013
Marco Scurria
http://www.ioamolitalia.it/public/Documenti/Sintesi%20dell%27intervento%20di%20%20Scurria%20%20%2029112013.pdf

A chi appartiene l’Euro? La Bce e le banche centrali nazionali si appropriano di un privilegio esclusivo ma senza alcuna legittimazione

Ho rivolto alla Commissione Europea una domanda precisa: “A chi appartiene l'Euro quando viene messo in produzione e prima della propria emissione dalle varie banche centrali nazionali agli addebitati? Noi vogliamo che la Banca Centrale Europea faccia chiarezza su quest'argomento perché sia nel caso in cui si prosegua nell'uso della moneta unica, sia nel caso in cui si torni alla moneta nazionale, venga colmato questo "vuoto" e si faccia capire al cittadino chi realmente paga l'Euro e dunque a chi appartiene.
Avevo chiesto chiarimenti sulla risposta data dalla Commissione Europea alla prima interrogazione sulla proprietà giuridica dell’euro presentata dall’On. Mario Borghezio, nella quale si affermava che nella fase dell’emissione le banconote appartengono all’Eurosistema, mentre nella fase della circolazione appartengono al titolare del conto sulle quali vengono addebitate. Attenzione perché le parole negli atti ufficiali e nel linguaggio tecno-eurocratico vanno soppesate per bene. Quindi il Commissario Olli Rehn rispondeva a Borghezio che la proprietà delle banconote cartacee (dove troviamo ben impressa in ogni lingua dell’Unione la sigla della Banca Centrale Europea) è dell’EUROSISTEMA. Ma cos’è quest’Eurosistema?
“L’Eurosistema è composto dalla BCE e dalle BCN (banche centrali nazionali) dei paesi che hanno introdotto la moneta unica. L’Eurosistema e il SEBC coesisteranno fintanto che vi saranno Stati membri dell’UE non appartenenti all’area dell’euro”.
Questa è la definizione che si legge sul sito ufficiale della BCE. Quindi le Banche centrali nazionali stampano le banconote e si appropriano del loro valore nominale (ad Es. se stampare un biglietto da 100 ha un costo fisico per chi lo conia di 0,20 centesimi – valore intrinseco – le BCN si appropriano anche del valore riportato sul biglietto stampato).
Nella mia interpellanza ho chiesto quali fossero le basi giuridiche su cui poggiava l’affermazione del Commissario Olli Rehn. Nella sua risposta di Olli Rehn ha precisato che “l’articolo 128 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea costituisce la base giuridica per la disciplina dell’emissione di banconote e monete in euro da parte dell’Eurosistema. La proprietà delle banconote e delle monete in euro dopo l’emissione da parte dell’Eurosistema è disciplinata dalla legislazione nazionale vigente al momento del trasferimento delle banconote e monete al nuovo proprietario, ossia al momento dell’addebito del conto corrente bancario o dello scambio delle banconote o monete”.
Non c’è scritto da nessuna parte che la proprietà giuridica dell’euro emesso appartiene alla BCE o alle BCN. C’è soltanto scritto che la BCE può autorizzare l’emissione di euro a se stessa e alle BCN, dovendo controllare l’inflazione nella zona euro, così come stabilito dal Trattato di Maastricht. Ribadisce che solo l’Eurosistema può stampare le banconote o creare elettronicamente i valori nominali.
Ma nessun riferimento giuridico, nessun trattato, nessuna legge, nessuna deliberazione, niente di niente ci dice che l’Eurosistema ha la facoltà di addebitare la moneta. E’ evidente che si appropria di questo grande ed esclusivo privilegio.
 
La Corte Costituzionale: uno scandalo nascosto

Pubblicato: Sab, 09/11/2013 - 08:00 da:

di Roberto Perotti, da "lavoce.info"
Forse il più grande scandalo della pubblica amministrazione in Italia è anche uno dei più nascosti: la Corte Costituzionale. Per ovvie ragioni, pochi hanno il coraggio di parlarne (1). Ma i bilanci parlano da soli: sentiamo cosa dicono (premessa: per motivi ignoti, la Corte Costituzionale pubblica su Internet solo i bilanci di previsione, anche per gli anni passati).
I GIUDICI ITALIANI GUADAGNANO IL TRIPLO DEI COLLEGHI STATUNITENSI….
Cominciamo dalle retribuzioni (Tabella 1). La retribuzione lorda del presidente della Corte è di 549.407 euro annui, quella dei giudici di 457.839 euro (2). La retribuzione media lorda dei 12 giudici britannici è di 217.000 euro, meno della metà. Il Canada è simile: 234.000 euro per il presidente, 217.000 per i giudici. Negli USA siamo a circa un terzodella retribuzione italiana: 173.000 euro per il presidente e 166.000 per i giudici.
Tabella 1: Un confronto internazionale delle retribuzioni dei giudici

* Media dei 12 giudici. Fonti: vd. nota (3).
….. E HANNO IL TELEFONO DOMESTICO PAGATO DALLO STATO
Ma la differenza fra la remunerazione dei giudici italiani e i colleghi stranieri è fortemente sottostimata. Il dato italiano non include svariati benefits in natura. Le auto blu, in primis, su cui vedi sotto. Inoltre i costi dei singoli viaggi ferroviari, aerei o su taxi effettuati per ragioni inerenti alla carica sono a carico della corte; ogni auto abbinata ad ogni giudice ha una tessera viacard e il telepass; i giudici dispongono di un cellulare e di un pc portatile e i costi dell’utenza telefonica domestica sono a carico della Corte (salvo rinuncia del singolo giudice); i giudici dispongono inoltre di una foresteria, composta di uno o due locali con annessi servizio igienico e angolo cottura, nel Palazzo della Consulta o nell’immobile di via della Cordonata. (4)
LA NOSTRA CORTE COSTA IL TRIPLO DI QUELLA BRITANNICA
Ma vediamo un confronto più completo sui costi totali della Corte Costituzionale in Italia e in Gran Bretagna, riferite al 2012.
Tabella 2: Spesa totale escluse pensioni, 2012

*Include oneri, non include pensioni. Dati in migliaia di Euro.
Fonte: vd. nota (5)

Escludendo le pensioni, su cui non ho i dati per la Gran Bretagna, la corte italiana (15 giudici) costa oltre tre volte quella inglese (12 giudici).
PENSIONE MEDIA DI GIUDICI E SUPERSTITI: 200.000 EURO
Ma quanto costano le pensioni alla Corte Costituzionale italiana?
Tabella 3: Le pensioni alla Corte Costituzionale, 2013

Fonti: vd. nota (6)
Per il 2013 la Corte Costituzionale prevede di pagare a ex giudici della CC e loro superstiti 5,8 milioni di pensioni. Al momento vi sono 20 ex giudici percettori di pensione e 9 superstiti. La pensione media è dunque esattamente di 200.000 euro all’ anno. C’è da sorprendersi che la Consulta abbia bloccato il seppur minimo taglio alle pensioni d’ oro proposto dal governo Monti?
La spesa totale per pensioni di ex dipendenti e superstiti sarà di 13,5 milioni. Vi sono 120 ex dipendenti e 78 superstiti percettori di pensioni; la pensione media del personale in quiescenza è dunque di 68.200 Euro.

OGNI GIORNO, OGNI GIUDICE COSTA 750 EURO DI SOLE AUTO BLU
Esattamente: per ogni giudice, ogni giorno lavorativo si spendono in media 750 euro per le sole auto blu. Vediamo come si arriva a questa cifra. I giudici in carica hanno diritto un’ auto blu e due autisti; i giudici in pensione ad un’ auto blu per il primo anno di pensione (fino al settembre 2011 era per tutta la vita). La spesa totale per “Noleggio, assicurazione e parcheggio autovetture” + “Carburante per autovetture” + “Manutenzione, riparazione e accessori per autovetture” nel 2013 sarà di 758.000 euro. Ma questo senza calcolare la spesa per gli autisti. Assumendo prudenzialmente un costo per lo Stato di 50.000 Euro per autista, e (come confermatomi dalla Corte) due autisti per giudice, arriviamo a un totale di circa 2,25 milioni, esattamente 150.000 Euro all’ anno per giudice. Calcolando 200 giorni lavorativi all’ anno per giudice, questo significa 750 euro al giorno per giudice di sola spesa per autovetture. Probabilmente, costerebbe meno far viaggiare i giudici in elicottero, magari chiedendo loro la gentilezza di fare un po’ di helicopter-pooling.
(1) Tra le eccezioni: Primo de Nicola: “Alla corte dei privilegi“, L’ Espresso, 30 Aprile 2008
(2) Comunicazione email della segreteria della Corte Costituzionale all’ autore.
(3) Dati convertiti in euro usando i tassi di cambio a parità di potere d’ acquisto per il 2012. Fonti:
Italia: comunicazione personale dall’ Ufficio Stampa della Corte Costituzionale, e Bilancio della Corte Costituzionale del 2012 (per il valore medio);
GB: Supreme Court Annual Report and Account, 2012-13 (pp. 90 e 91, note 6.A e 6.C);
Canada: Judges Act;
USA: Federal Judicial Center
(4) Comunicazione email dell’ Ufficio Stampa della Corte all’ autore. Per i giudici britannici abbiamo una stima delle spese di trasporto totali: 31.122 euro, cioè 2.677 a testa all’ anno. Più 4.443 euro (370 a giudice) per altre spese. Questo dato si riferisce al 2010, ultimo anno disponibile. Si veda qui.
(5) Fonti:
Italia: Bilancio della Corte Costituzionale del 2012
GB: Supreme Court Annual Report and Account, 2012-13 (pp. 90 e 91, note 6.A , 7, 8 e 10);
(6) Fonte: Bilancio della Corte Costituzionale del 2013







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mercoledì 4 dicembre 2013
 
Epoca di privatizzazioni: rispuntano le Brigate Rothschild



IL FOGLIO, 1 dicembre 2013 - ore 08:00
Il gioco grande

Con la puntualità del Natale riecco le privatizzazioni. E si riapre la giostra dei miliardi su Eni, Enel e tutti gli altri enti da vendere a fettine pur di fare cassa. Chi ci guadagna


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C’è la coda in via Goito davanti al portone della Cdp (Cassa depositi e prestiti) che guarda il fianco destro del Mef (Ministero dell’economia e finanze). Non più, come un tempo, sindaci in cerca di prestiti facili per spendere, spandere e acquistare consensi. No, questa volta sono giovanotti in gessato blu e cravatte gialle, scarpe diplomat, zaini in pelle al posto delle cartelle ormai démodé. S’è sparsa la voce che il governo Letta faccia ripartire l’onda lunga delle privatizzazioni, rimasta sottoterra come un fiume carsico per quasi vent’anni. E loro sono là, pronti a offrire i propri servigi. Può darsi che non succeda proprio nulla, ma basta la parola ad aguzzare l’appetito. I loro padri e fratelli maggiori negli anni Novanta portarono a casa un bel carniere: 5.600 miliardi di lire (circa 2,89 miliardi di euro) pari al 3 per cento dei valori lordi, per vendere l’intero patrimonio dell’Iri, pacchetti consistenti dell’Eni, dell’Enel, di Finmeccanica. Il conto lo ha fatto Mediobanca e potrebbe salire ancora visto che la privatizzazione delle banche pubbliche è stata più lunga e complessa. Piatto ricco mi ci ficco.


La pietanza oggi è più ristretta, anche se per palati fini, un po’ da nouvelle cuisine. Non si sa ancora come andranno in porto, tuttavia le banche d’affari possono guadagnare in più modi: offrendo una consulenza per la quale c’è una parcella determinata a seconda della difficoltà dell’opera richiesta; gestendo le operazioni (fusioni, acquisizioni, collocamento in Borsa, vendita di quote); investendo esse stesse, cioè acquistando pacchetti azionari che poi rivendono quando ritengono di poter ricavare un buon guadagno. Il loro potere aumenta quando detengono un numero consistente di azioni, obbligazioni, titoli di stato, contratti derivati. E si arriva persino al punto che i governi, con le spalle al muro, siano spinti a tutelarsi concedendo loro sostegni e favori, come sta accadendo in Italia.
Una paginetta collegata alla Legge di stabilità, infatti, “autorizza la prestazione di garanzie bilaterali per gestire i rischi derivanti da operazioni in derivati”: sembra un gioco di parole, ma muove miliardi di euro. Il Tesoro ha acceso dagli anni Novanta contratti derivati per circa 160 miliardi con Imi (Intesa Sanpaolo), Bnp Paribas, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley, Nomura, Rbs, Ubs, Unicredit. Per lo più si sono scambiati prestiti a interessi variabili con interessi fissi, per coprirsi dal rischio volatilità sui mercati. I tassi scesi a zero, nel frattempo, hanno provocato perdite consistenti. Una dozzina di derivati pari a 31 miliardi di euro ha generato un buco di otto miliardi. Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, con il nuovo dispositivo, consente di congelare le perdite collocandole su conti ad hoc. Nel caso l’Italia andasse in default, le banche titolari di quelle garanzie le incasserebbero, senza mettersi in coda con i detentori di Btp (in gran parte italiani, perché il debito in mani estere è sceso negli ultimi due anni dal 50 al 30 per cento). Anche il Tesoro si tutela chiedendo di aprire un conto analogo e versare dei collaterali in caso di perdite. Ma basta guardare il rating dell’Italia (BBB+) e quello di JP Morgan (A3) per capire che è una eventualità puramente teorica. Hanno torto, allora, i populisti quando, da destra e da sinistra, gridano che gira e rigira le banche d’affari non ci rimettono mai, tanto meno quelle straniere?
Viene in mente la storia, le battaglie finanziarie tra i Rothschild e i fratelli Pereire per le ferrovie italiane, strumenti a loro volta di un conflitto più ampio per la egemonia finanziaria in Europa. Ricorda Gino Luzzatto ne “L’economia italiana dal 1861 al 1894”, che “l’Italia è stata fatta col capitale straniero”. Ciò è vero per le infrastrutture (luce, gas, acquedotti oltre alle strade ferrate) con una forte competizione tra francesi, austriaci, inglesi, per le banche (francesi e tedeschi soprattutto), per le privatizzazioni di allora (la vendita dei beni demaniali era in mano alla Banca Anglo-Italiana costituita esclusivamente con capitali inglesi). Ma vale soprattutto per il debito pubblico chiamato allora rendita e collocato ampiamente sui mercati europei dove veniva scambiato dai grandi argentieri come i Rothschild o gli Hambro. Così, quando nel 1866 il bisogno di credito aumenta anche perché il giovane regno si getta in un’altra avventura bellica contro l’Austria (la Terza guerra d’indipendenza), alla Borsa di Parigi scoppia una crisi che mette a repentaglio la lira. Il ministro delle Finanze Antonio Scialoja, è costretto ad annunciare alle Camere, con le lacrime agli occhi ricordano le cronache del tempo, la fine della convertibilità. Nell’impossibilità di emettere debito sul mercato, viene stampata carta moneta a corso forzoso per coprire il disavanzo. Ogni riferimento con la situazione attuale e la questione dell’euro, non è puramente casuale.
La lira tenta più volte di rientrare nel concerto delle valute internazionali, ma ci riesce pienamente solo nel 1902, quando altre banche, quelle tedesche, avranno il predominio nel mercato finanziario nazionale e, invece della concorrenza tra il capitale privato, prenderà forza l’oligopolio bancario-industriale protetto dallo stato. Una triade rimasta potente per un altro secolo. La storia non è maestra di vita, ma il presente è radicato nel passato anche in quello apparentemente lontano.
Molte cose oggi sono diverse anche rispetto agli anni Novanta, la seconda epoca d’oro delle privatizzazioni dopo quella immediatamente successiva all’unità d’Italia. Intanto, il grosso è stato già venduto. Di Eni ed Enel, le aziende che valgono di più in Borsa (64 miliardi il gruppo petrolifero, 31 quello elettrico), si mettono sul mercato pacchetti minori. Le altre società sono più difficili da valutare. In secondo luogo, la cabina di regia è nella Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini. Infine, il mercato langue e la corsa per accaparrarsi un affare è durissima. Un vantaggio per lo stato che può pagare meno i servigi dei banchieri.

Al ministero del Tesoro s’è appena insediato il comitato per le privatizzazioni, guidato dal direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via. Arrivato da Washington dove è stato direttore finanziario della Banca mondiale, La Via viene nominato da Mario Monti quando Vittorio Grilli diventa ministro dell’Economia. Fabrizio Saccomanni lo ha confermato e ne ha fatto una punta del tridente esterno, con il ragioniere generale dello stato Daniele Franco (Banca d’Italia) e il commissario straordinario per la spending review, Carlo Cottarelli, paracadutato dal Fondo monetario internazionale. A sovrintendere le nuove privatizzazioni, sono stati nominati Anna Maria Artoni, imprenditrice bolognese dei trasporti, da sempre vicina a Enrico Letta (era invitato d’onore alle sue nozze un anno fa); Massimo Capuano già amministratore delegato di Borsa italiana oggi alla guida di Centrobanca, l’investment bank di Ubi banca; Piergaetano Marchetti grande avvocato d’affari ex presidente della Rcs e Alberto Provasoli attuale presidente della stessa casa editrice; sono personalità di spessore e grande esperienza (Marchetti è stato nel comitato privatizzazioni creato da Carlo Azeglio Ciampi), ma che ne diranno il gruppo Espresso o Mondadori? E’ vero, si tratta di un organismo consultivo, però qualche conflittino d’interesse potrebbe sempre affacciarsi o magari venire insinuato come il venticello rossiniano. Cosa succede se il Corriere della Sera pubblica uno scoop sulla vendita delle imprese pubbliche o se nella partita delle privatizzazioni entra la banca di Capuano?
Molto dipende da come si comporta la Cdp che ha bisogno anche lei di incassare. Non perché le manchi liquidità, al contrario, manovra 230 miliardi di risparmio postale, ma perché è rimasta a corto di capitale e deve aumentare il patrimonio. Un po’ banca, un po’ fondo sovrano, un po’ ente economico di stato, questo ircocervo politico-finanziario possiede il pacchetto più robusto dell’Eni, pari al 26,7 per cento diretto (mentre il 4,3 per cento è in mano al Tesoro). E’ previsto che ne venda solo il 3 per cento, ma prima l’Eni dovrà riacquistare un 10 per cento delle proprie azioni; ciò porta la mano pubblica al 33 e in questo modo, dopo la cessione, lo stato non scende sotto quota 30. Incasso previsto dall’operazione tre miliardi. L’Eni non può essere obbligata, ma solo incoraggiata: si tratta di fare un favore al governo in cerca di quattrini, a futura (e non troppo lontana) memoria visto che nella primavera prossima scadono tutti gli amministratori.
C’è poi la Sace, società attiva nel credito per l’esportazione. La Cdp un anno fa l’ha acquistata dal Tesoro per 6 miliardi, ora si appresta a cedere non il capitale ma il 60 per cento delle attività, in particolare il suo core business, come è avvenuto in Germania. Le Assicurazioni Generali hanno aperto un negoziato con Giovanni Gorno Tempini, amministratore delegato della Cassa. Ma avrebbero mostrato interesse anche la Allianz e importanti fondi esteri a cominciare da Blackstone. Tutti quelli con passaporto straniero, tuttavia, partono svantaggiati mentre il Leone di Trieste sembra più adeguato a tutelare il credito all’esportazione e la protezione degli investimenti italiani all’estero. Della vecchia Sace restano le cauzioni sulle costruzioni o il factoring verso la Pubblica amministrazione e il tutto verrà fuso nella Cdp che, vendendo le attività della nuova società, vuole incassare 4 miliardi. Molto anche per le Generali.
Fincantieri, risorta a nuova vita (un anno fa ha strappato ai coreani un’importante società norvegese) fa capo sempre alla Cdp, attraverso Fintecna. Il piano prevede di mettere sul mercato fino al 49 per cento tramite la quotazione in Borsa, con un introito sugli 800 milioni. E qui le banche d’affari avranno di che sbizzarrirsi. Infine, Enav e Stm. La prima è la società che controlla il traffico aereo ed è posseduta al 100 per cento dallo stato che vorrebbe cederne il 40 per cento. Per Enav, invece, non c’è la fila di acquirenti. Secondo gli analisti più tenaci, quelli che non mollano mai l’osso, con una governance adeguata e un utile decente, potrebbe attirare l’interesse di alcuni fondi di private equity: a Londra ce ne sono un paio che potrebbero farsi avanti. La Stm produce microprocessori ed è forte nei telefonini. In Borsa capitalizza 5,3 miliardi. La sua proprietà è divisa tra il governo italiano e quello francese (entrambi posseggono il 27,5 per cento); dunque nessuna privatizzazione, il suo destino è tornare in pancia alla Cdp.
Per trovare chi compra la minoranza qualificata della società delle reti (controlla Terna, la rete elettrica, e Snam cioè quella del gas) Gorno Tempini ha chiamato la banca Lazard, la crème de la crème che in Italia è presieduta da Carlo Salvatori banchiere di lungo corso già in Bnl con Nerio Nesi, in Ambroveneto con Giovanni Bazoli, alla Banca di Roma con Cesare Geronzi, in Unicredit con Alessandro Profumo, poi in Unipol. Cdp pagherà una parcella per la ricerca. La Lazard ha ricevuto manifestazioni di interesse da parte delle Casse di previdenza di notai, avvocati, ingegneri e architetti. Se l’affare si farà, la banca applicherà una percentuale sulla transazione, in più ci sono annessi e connessi.
Non è dato sapere a priori quanto porterà a casa questa schiera di consulenti, valutatori, avvocati e agenti pubblicitari, uno sciame operoso attorno ai gioielli di famiglia. Si possono fare delle stime, ma molto generiche. Quel 3 per cento degli anni Novanta serve come punto di riferimento. “Dipende dalla natura e dal volume dell’operazione”, spiega un esperto di Piazza Affari e cita l’esempio di Twitter. Per l’Ipo (Initial public offering, la prima quotazione in Borsa), Goldman Sachs contava di incassare fino a 20 milioni di dollari cioè il 38,5 per cento, a Morgan Stanley spettava il 18, a JP Morgan Chase il 15, a Bank of America Merrill Lynch e a Deutsche Bank l’8 ciascuna. Ma quei 20 milioni sarebbero stati versati solo se Twitter avesse rastrellato 1,6 miliardi al miglior prezzo. Una clausola spesso applicata a Wall Street che ha imparato la lezione dell’allegra turbofinanza.
Divenne popolare alla fine degli anni Ottanta un libro intitolato “I barbari alle porte”, scritto da Bryan Burrough e John Helyar, due giornalisti del Wall Street Journal che raccontavano come Henry Kravis, fondatore della Kohlberg Kravis Roberts & Co., aveva preso e spolpato la Nabisco, colosso americano dei biscotti, finanziandosi con il debito. La tecnica è stata applicata anche in Italia soprattutto nella scalata a Telecom nel 1999, dove la Lehman Brothers rappresentata da Ruggero Magnoni, faceva da cornucopia per Roberto Colaninno. Erano gli anni in cui l’ex comunista Massimo D’Alema batteva il record della signora Thatcher e si vantava di avere privatizzato più della Gran Bretagna. E’ vero, in numero di imprese e in ricavato (198 mila miliardi di lire). Di più, non meglio. Basta guardare a come è finita proprio Telecom Italia che allora batté il record mondiale, surclassando British Telecom, la maggiore delle privatizzazioni inglesi.
Il mito del Britannia, del resto, ci perseguita da oltre vent’anni. Uno spettro infernale, l’ombra del sospetto sul Bel paese svenduto alle grandi potenze straniere, mentre il pool di magistrati di Mani pulite tagliava le teste del vecchio sistema politico. Chi c’era e chi non c’era in quel 2 giugno 1992 sullo yacht della regina Elisabetta nel porto di Civitavecchia? Fa gli onori di casa Peter Baring della banca omonima (la stessa, sempre per tornare alla storia, che nel 1881 organizzò il prestito allo stato italiano per riportare la lira nel gold standard). Mario Draghi svolge una relazione sulle privatizzazioni e se ne va, poi parlano Mario Baldassarri consigliere della Confindustria e Lorenzo Pallesi presidente dell’Ina. Interviene una sfilza di esperti delle banche d’affari anglo-americane. Ascolta attento Nino Andreatta ex ministro del Tesoro e mente economica della Dc. Accanto a lui i massimi esponenti dell’Eni a cominciare dal presidente Gabriele Cagliari, dell’Enel, di Finmeccanica, delle grandi banche e via via tutti i boiardi di stato che sembrano assistere all’anteprima del loro funerale. Non c’è nessuno, invece, da Mediobanca. Non è stata invitata. Lo ricorderà con orgoglio e con tono di sfida il direttore generale Vincenzo Maranghi all’assemblea degli azionisti nel 1996, lamentando di essere stato tenuto ai margini. In realtà, si è occupato niente meno che di Enel e Stet. Ma Romano Prodi ha sempre cercato, fin da quando era al vertice dell’Iri, di ridimensionare Mediobanca; diventato capo del governo, ci ha provato ancora.
Lo spirito del tempo spingeva verso la concorrenza e portava le merchant bank fin dentro Palazzo Chigi. Quella di D’Alema non parlava inglese, disse perfido Guido Rossi il quale, pure, con i voti del partito di D’Alema era entrato al Senato dieci anni prima. Ma tutte le altre sì. Le rete relazionale delle grandi banche s’è insinuata nel cuore del potere pubblico, alla caccia di grand commis e di figure politiche rappresentative. Goldman Sachs in Italia ha colto fior da fiore: Mario Draghi, Romano Prodi, Mario Monti, Gianni Letta. Non sono state a guardare nemmeno Deutsche Bank che si è rivolta a Giuliano Amato, Credit Suisse con Vittorio Grilli e Rothschild con Franco Bernabè.
Oggi siamo lontani da un altro Britannia. Eppure, il nuovo ciclo di privatizzazioni invita ad alzare la guardia. Che siano vere e non delle partite di giro: lo chiedono in molti, da Francesco Giavazzi, liberista di sinistra sul Corriere della Sera ad Alessandro De Nicola liberista di destra sulla Repubblica. E che non finiscano per versare nelle casse delle banche d’affari più quattrini di quelli che andranno allo stato. Perché una cosa è certa: i barbari sono sempre alle porte.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Stefano Cingolani


 
Cicli di 13 anni: come la storia si sta ripetendo

6 dicembre 2013 - 1 Comment - Scritto da Daniel
Macroeconomia facile
Oro Fisico

Nello studio che proponiamo di seguito vi mostriamo una sorprendente relazione che esiste tra lo S&P 500/DJIA e l’oro.
Studiando cicli di 13 anni vediamo che quando lo S&P500 raggiunge i suoi massimi, l’oro tocca i minimi. E’ stato così da quando ai cittadini americani è stato concesso il diritto di possedere oro.
Il grafico sottostante mostra 3 cicli separati di 13 anni a partire dal 1973.

Se dai un’occhiata alla parte centrale del grafico qui sotto, vedrai il punto in cui si è concluso il vizioso mercato orso del DJIA: nel 1974.

Se guardi al centro del seguente grafico dell’oro dal 1970, vedrai come l’oro ha fatto il suo massimo relativo a 204 dollari, proprio alla fine del 1974.

Se guardi la parte centro-destra dei prossimi due grafici, vedrai come, esattamente 13 anni dopo, nel 1987 c’è stato un collasso del mercato azionario, proprio mentre l’oro toccava i suoi massimi relativi.

Il centro dei due grafici seguenti mostra come esattamente 13 anni dopo, nel 2000, ai massimi del DJIA è corrisposto il minimo dell’oro durante lo stesso lasso di tempo.

Se guardi il grafico in basso, lo S&P 500/DJIA sta in questo momento toccando i suoi massimi.

E indovina? Già, l’oro sta toccando i suoi minimi all’interno del suo secolare mercato toro.

Cosa significa questo?
Che gli investitori in oro dovrebbero essere pronti per i fuochi d’artificio quando l’oro inizierà a risalire mentre il mercato azionario sprofonderà.
Questa è solo la storia si ripete.

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TICTAC..TIC TAC..MONTEPASCHI E IL TEMPO CHE PASSA...




La fondazione si e' messa di traverso sull'aumento di capitale voluto da Profumo...
la banca che continua a perdere clienti a velocita' supersonica....e con essi redditivita' ha scelto la morte della Fondazione ma non ha fatto i conti con il voto contrario...della fondazione stessa...
LA SITUAZIONE PERO' A QUESTO PUNTO POTREBBE PRENDERE UNA PIEGA MOLTO SPIACEVOLE PER LA FONDAZIONE....

IL TITOLO AZIONARIO POTREBBE ANDARE A 0,125 e a quel punto scatterebbe il trappolone preparato per la fondazione...
Le banche colluse finanziatrici ESCUTERANNO IL PEGNO PARI AL 32% DELLE AZIONI MPS E ..O LE VENDERANNO SUL MERCATO FACENDO CROLLARE IL TITOLO A 0,05 O SI TERRANNO I TITOLI E SPECULERANNO DURANTE L'AUMENTO DI CAPITALE.

E' quasi certo che la nostra previsione di MPS sotto la fatidica soglia di 0,125 espressa più volte diventera' realtà. A quel punto si apriranno i giochi per la nazionalizzazione , unita alla conversione di bond subordinati in azioni ...forse anche dei senior ...mentre per i correntisti si aprira' per qualche giorno lo spauracchio della confisca dei risparmi.
NEI PROSSIMI GIORNI ARRIVERANO SUL MERCATO INGENTI QUANTITA' DI AZIONI IN VENDITA...ASSOLUTAMENTE VIETATO DETENERE AZIONI MPS...

STATE TRANQUILLI ENTREREMO A TEMPO DEBITO INTORNO A 0,02 SOLO A QUEL PREZZO SI POTRA' TENTARE L'ACQUISTO...MA SOLO SE CI SARA' L'AUMENTO DI CAPITALE...ALTRIMENTI STARE ALLA LARGA...E PREPARARSI PER VEDERE ILCROLLO DELLE OBBLIGAZIONI..

PROFUMO E' IL REGISTA DI UNA STRATEGIA VOLUTA DAI POTERI FORTII
.GLI STESSI CHE HANNO MESSO MUSSARI A CAPO DELLA BANCA...GLI STESSI CHE HANNO OBBLIGATO DRAGHI E LA TARANTOLA, AI TEMPI DI ANTONVENETA..AD AUTORIZZARE L'ACQUISTO​
 
"NON ABBIAMO PIU' UNA BANCA" - IL PD SI PREPARA A DIRE ADDIO A MPS: MANCANO SOLO 3 CENTESIMI DI EURO E LA FONDAZIONE SARA' SBATTUTA FUORI DALLA PORTA DAI COLOSSI FINANZIARI INTERNAZIONALI

Se il titolo di Rocca Salimbeni, che ieri ha chiuso a 0,163 euro cala ancora fino a 0,128 euro, scatta l'escussione del pegno: clausola di garanzia che costringera' palazzo Sansedoni a consegnare il 33% del Monte dei Paschi a JPMorgan e co…



Francesco De Dominicis per "Libero"
Palazzo Sansedoni Siena
Probabilmente è l'ultimo miglio prima dei titoli di coda. Lo spazio (ristretto) che separa la Fondazione Monte Paschi dall'addio alla banca Mps vale (solo) 3,5 centesimi di euro. Il titolo di Rocca Salimbeni è in caduta libera: ieri era a 0,163 euro e a 0,128 scatta una tagliola che fa uscire la Fondazione dall'azionariato. Che sarà costretta a cedere tutto il suo pacchetto di azioni (il 33,5%) del Monte alle banche creditrici. A quel punto il Partito democratico, che attraverso comune e provincia controlla la Fondazione, si allontanerebbe definitivamente dall'istituto di credito presieduto da Alessandro Profumo.
MONTE PASCHI
Il passaggio di mano sarebbe il frutto dell'escussione del pegno. Una clausola, appunto, inserita nei contratti di finanziamento a garanzia delle banche che hanno erogato all'ente presieduto da Antonella Mansi 350 milioni di euro. Sul titolo, che ieri ha perso il 2,98% scendendo dunque a 0,163 euro, si è abbattuta la scure di Goldman Sachs che ha abbassato il «prezzo obiettivo» proprio a 0,12 euro.
Nelle ultime due settimane Rocca Salimbeni ha ceduto circa il 25% e nei giorni scorsi gli analisti di Exane avevano portato il titolo a 0,11 euro. Passare da 0,163 a 0,128 equivale, in termini percentuali, a un ulteriore calo del 21,5% secco. E se a Piazza Affari Mps non inverte la rotta può raggiungere quello spiacevole «traguardo» in meno di 15 giorni.
Previsioni che si avvicinano al gioco d'azzardo. Ma questi calcoli venivano fatti anche ieri fra esperti del settore, alcuni convinti che è partito il count down. Tuttavia, la Fondazione non ci sta ad alzare bandiera bianca e a consegnare il controllo di Mps al pool di 13 banche creditrici capitanate da Jp Morgan (tra cui le italiane Bnl Bnp Paribas, Mediobanca, Unicredit e IntesaSanpaolo).
L'iceberg della Monte dei Paschi di Siena
Nei giorni scorsi si sono accavallate indiscrezioni di manovre sul titolo da parte dell'ente: qualcuno ha sostenuto che fossero in corso acquisti finalizzati a sostenere le quotazioni e a incrementare temporaneamente la presenza nel capitale; altri hanno ipotizzato, al contrario, una vendita parziale delle azioni. Palazzo Sansedoni ha smentito cessioni, ma non ha evitato il tracollo delle quotazioni in Borsa.
Al quartier generale della banca non c'è tensione. Ieri l'ad Fabrizio Viola ha fatto visita ad «alcuni amici» nella sede milanese di Generali. L'incontro ha destato una certa curiosità fra analisti e investitori, ma è stato definito «di normale routine» da entrambe le società. Il Leone di Trieste ha sempre detto di voler concentrarsi sul core business, cioè le polizze.
monte-dei-paschi-di-siena-sede
Eppure non è da escludere, per lo meno in linea teorica, una partecipazione della prima compagnia assicurativa italiana all'aumento di capitale del Monte da 3 miliardi di euro in agenda per il 2014.
Profumo Presidente di Banca Mps insieme a Riffeser e Giuseppe Guzzetti il Presidente Acri la casi tutte le Fondazioni Bancarie Italiane
Le risorse finanziarie potrebbero arrivare da una parziale riduzione dell'esposizione in Bot e Btp. Oggi Generali ha 55 miliardi in titoli di Stato italiani: una montagna di quattrini giudicata troppo elevata dalle agenzie di rating, in particolare Standard&Poor's, che potrebbe essere abbassata lasciando in mano altop management della compagnia fondi da investire altrove. A Siena? Forse.
Frattanto, sull'aumento di capitale è in corso un braccio di ferro tra Fondazione e banca. Profumo ha detto che vuole bruciare le tappe e chiudere l'operazione entro marzo. Prospettiva che non piace all'ente. Che ieri ha chiesto di posticipare l'aumento di capitale al secondo trimestre perché «l'attuale e contingente situazione finanziaria dell'ente, e la sua conseguente incapacità di esercitare, in tutto o in parte, i diritti di opzione rivenienti dalla partecipazione detenuta non potrebbero che rendere più complessa e rischiosa l'intera operazione così come configurata dal cda della banca».
 
1. LA NUOVA SVIZZERA DELL’EVASIONE FISCALE DE’ NOANTRI E’ LA CITTÀ DEL VATICANO - 2. IL GOVERNO HA DECISO DI RAFFORZARE I CONTROLLI ALLA FRONTIERA CON LA SANTA SEDE, PER CONTRASTARE RICICLAGGIO DI DENARO E FUGA DI CONTANTE DA E VERSO CASA BERGOGLIO - 3. A SOLLEVARE LA QUESTIONE SONO STATI I GRILLINI CHE HANNO NOTATO ASIMMETRIE TRA I DATI: ALL’AIF VATICANA, NEL 2011, RISULTANO 658 OPERAZIONI IN ENTRATA SUPERIORI AI 10 MILA € E 1.894 IN USCITA. LE DOGANE ITALIANE NE HANNO RILEVATE MOLTE MENO - 4. L’AUTORITÀ DI INFORMAZIONE FINANZIARIA DIRETTA DA RENÉ BRULHART SI RIFIUTA DI COLLABORARE E NON FORNISCE ALL’ITALIA I NOMI DELLE MIGLIAIA DI PERSONE CHE HANNO PRELEVATO IMPORTI ALLO IOR E LI HANNO INTRODOTTI IN ITALIA SENZA DICHIARARLI - 5. PERCHÉ, ANCORA OGGI, IL VATICANO NASCONDE ALL’ITALIA MIGLIAIA DI POTENZIALI EVASORI FISCALI O RICICLATORI DI CAPITALI SPORCHI ALL’INSAPUTA DI PAPA FRANCESCO? -



1 - FINANZIERI ALLA FRONTIERA CON IL VATICANO PER BLOCCARE TRAFFICO DI CONTANTI
M.Antonietta Calabrò per il "Corriere della Sera"

Il torrione Niccolò V, sede dello Ior niccolov
Il governo italiano «ravvisa l'opportunità » di una «attivazione» di «misure di attenzione » della Guardia di Finanza e dell'agenzia delle dogane vicino ai punti di frontiera con il Vaticano per identificare i passaggi trasfrontalieri di denaro in contante. Lo ha annunciato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per i rapporti con il Parlamento Sesa Amici rispondendo in Aula alla Camera a un'interpellanza urgente del Movimento 5 stelle in tema di prevenzione del riciclaggio di capitali di provenienza illecita .
LELEZIONE DI PAPA BERGOGLIO
Ecco le par oleesatte pronunciate dal sottosegretario:«Facendo seguito a un'informativa del Nucleo speciale polizia valutaria della Guardia di Finanza si ravvisa l'opportunità di una loro attivazione sul territorio adiacente i punti di entrata e di uscita dallo Stato Città del Vaticano, attesa l'assenza di barriere fisiche e di uffici di confine tra i due stati».
LA DENUNCIA - Nell'interpellanza di M5s la deputata Silvia Chimienti aveva denunciato un vero e proprio disallineamento tra le denuncie obbligatorie di movimentazione di valuta da e verso la Città del Vaticano che emergono dai dati forniti dalle autorità competenti dei due Stati. Infatti secondo l'Aif, autorità d'informazione finanziaria vaticana, nel 2011 risultano 658 operazioni in entrata superiori ai diecimila euro e 1.894 in uscita. L'Agenzia delle Dogane ne italiane invece ne ha rilevate 3 in ingresso e 21 in uscita. Stessa discrepanza per il 2012: all'Aif sono state denunciate 598 operazioni in ingresso e 1782 in uscita, alle dogane italiane solo 4 in entrata e 13 in uscita.
RENE BRUELHART
PIU' CONTROLLI - «In relazione a queste marcate differenze - ha spiegato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio - si è richiesto un incontro con l'Aif che non ha avuto ancora riscontro». Sesa Amici ha anche reso noto che «è in via di sottoscrizione un protocollo d'intesa con l'unità d'informazione finanziaria che consentirà di avere anche uno strumento ulteriore per attivare opportune sinergie operative su tutte le movimentazioni di denaro».
Il sottosegretario alla presidenza ha ricordato inoltre che era già stato richiesto al Governatorato vaticano, prima dell'istituzione dell'Aif, nel 2011, di attivare la stessa cartellonistica di avvertimento e la disponibilità dei moduli di domanda agli ingressi vaticani utilizzate negli accessi doganali degli aeroporti.
BERTONE-BERGOGLIO
LA VALIGIA - Il tentato trasporto all'interno del Vaticano di una valigia con 20 milioni di euro in contanti, come si ricorderà, è alla base del processo contro l'ex capo contabile dell'Apsa, monsignor Nunzio Scarano che si è aperto in questi giorni a Roma.
2 - SACCOMANNI AMMETTE: IL VATICANO NON RIVELA I NOMI DEI RICICLATORI
Marco Lillo per il "Fatto quotidiano"
Lo Stato Città del Vaticano nasconde all'Italia migliaia di potenziali evasori fiscali o, nella peggiore delle ipotesi, riciclatori di capitali sporchi. Probabilmente all'insaputa di papa Francesco, l'Autorità di informazione finanziaria, Aif, diretta dallo svizzero René Brulhart si rifiuta da mesi di collaborare con l'Agenzia delle dogane e non fornisce all'Italia i nomi delle migliaia di persone che hanno prelevato importi considerevoli in contanti allo Ior e che poi li hanno introdotti nel territorio italiano senza dichiararlo alla Dogana, violando la nostra legge anti-ririclaggio. Tanto che l'Agenzia sta pensando di rinforzare i controlli alla frontiera.
LETTA E SACCOMANNI images
Il Fatto Quotidiano ha denunciato, senza avere i numeri esatti, questa violazione sotto gli occhi di tutti, da anni, in un articolo del 26 ottobre. Nel silenzio generale, un deputato 27enne del Movimento 5 stelle, Silvia Chimenti, ha presentato un'interrogazione firmata da una dozzina di colleghi del M5S per chiedere al ministero dell'Economia conto di questo scandalo internazionale alla luce del sole. Intanto anche il Fatto Quotidiano ha chiesto all'Agenzia delle Dogane i dati delle dichiarazioni transfrontaliere presentate da chi trasporta contante in entrata sul nostro territorio e in uscita dal Vaticano.
evasione fiscale
L'AGENZIA ha risposto al Fatto con un'ammissione sconcertante: in due anni ci sono ben 3669 dichiarazioni non presentate per altrettanti flussi che violano la legge dal Vaticano verso l'Italia. "Il 22 maggio 2013 l'Autorità d'informazione finanziaria della Città del Vaticano ha pubblicato il primo rapporto annuale 2012 sulle attività per la prevenzione e il contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo nel quale è stato reso noto, tra l'altro, il numero delle dichiarazioni valutarie (e non i relativi importi) ricevute, in ingresso e in uscita dal territorio della Città del Vaticano, negli anni 2011 e 2012". Ecco i dati dell'Aif: nel 2011 ci sono state 658 dichiarazioni in entrata (da Italia a Vaticano) e 1894 in uscita (da Vaticano a Italia) mentre nel 2012 ci sono state 598 dichiarazioni in entrata e 1782 in uscita verso l'Italia.
A questi numeri dovrebbero corrispondere esattamente altrettante simmetriche dichiarazioni alla Dogana italiana. Poiché ogni volta che qualcuno esce dal Vaticano con un importo di contanti superiore a 10 mila euro deve dichiararlo due volte: prima all'Aif dello Stato vaticano poi alla Dogana italiana.
E viceversa per i flussi inversi . Come il Fatto aveva scritto, invece, le cose non vanno così: "Presso il competente Ufficio Dogana di Roma I di questa Agenzia - ci ha scritto il direttore dell'Agenzia delle dogane, Giuseppe Peleggi - sono state presentate 3 (avete letto bene: 3 contro 1894, ndr) dichiarazioni in ingresso in Italia nel 2011 e 4 (4 contro 1782, ndr) nel 2012. Mentre le dichiarazioni in uscita sono state 21 (contro 658, ndr) nel 2011 e 13 (contro 598, ndr) nel 2012".
EVASIONE FISCALE
Il direttore Peleggi, rendendosi conto che i due dati dovrebbero essere identici e che l'Agenzia è titolare dei poteri in materia, aggiunge "in relazione alle marcate differenze rilevate dalla lettura dei dati pubblicati a fine maggio 2013, l'Agenzia in data 19 giugno 2013 ha interessato l'Aif per richiedere un incontro, con l'auspicato intervento delle altre amministrazioni nazionali competenti in materia valutaria (Mef, Uif - Banca d'Italia), volto a chiarire gli aspetti legati agli obblighi dichiarativi ed alla connessa azione di monitoraggio e controllo. In risposta, l'Aif ha manifestato interesse riservandosi di far conoscere la propria posizione all'esito dell'esame interno della richiesta". Poi silenzio.
IERI il ministero del-l'Economia ha risposto, con una nota letta in aula dal sottosegretario del Pd Sesa Amici, all'interrogazione di Silvia Chimenti. E si è scoperto che "l'Agenzia delle Dogane rileva che nessuna ulteriore comunicazione è a oggi pervenuta da parte dell'Autorità vaticana". In pratica il Vaticano, nonostante l'avvento di papa Francesco, da ben sei mesi non risponde alla richiesta dell'Agenzia delle dogane italiana. I correntisti che hanno prelevato allo IOR valigie di contanti sono stati costretti a riempire il modulo della dichiarazione in uscita perché altrimenti non avrebbero avuto i soldi dalla banca vaticana.
paradisi-fiscali
Poi in Italia hanno preferito rischiare violando gli obblighi piuttosto che dichiarare il contante. E' evidente che per il Nucleo Valutario della Guardia di Finanza sarebbe fondamentale avere quell'elenco di 3.660 mancate dichiarazioni in due anni, più quelle che mancheranno nel 2013 ma l'AIF tace.
Probabilmente Bergoglio non ha ancora messo mano a quel fortino dei fedelissimi dell'ex segretario di Stato, Tarcisio Bertone. L'AIF è tuttora guidata da un direttore vicino a monsignor Ettore Balestrero (spedito all'estero da Bergoglio) come René Brülhart che percepisce 30mila euro al mese più 5 mila di spese forfetarie, più le note spese, e risiede a Roma solitamente tre giorni alla settimana, mentre il lavoro viene svolto dal suo braccio destro Tommaso Di Ruzza, genero di Antonio Fazio, ex governatore di Bankitalia.
la dogana di chiasso
Brülhart, l'uomo che si rifiuta di rispondere alle Dogane italiane, nonostante lo stipendio poco coerente con il nuovo corso francescano e nonostante un potenziale conflitto di interessi (è amministratore di due società estere che non si sa bene cosa facciano) sarà l'uomo decisivo della delegazione del Vaticano alla sessione di Moneyval, l'organismo anti-riciclaggio che da lunedì a Strasburgo farà l'esame alla Santa Sede.
La scelta di Brülhart di non consegnare i 3669 nomi dei cittadini italiani o stranieri che hanno evaso il loro obbligo di dichiarazione alla Dogana italiana nel 2011-2012, non sarà certo un bel biglietto da visita. In base al decreto 195 del 2008, tutti i soggetti che trasportano verso l'Italia più di 10 mila euro devono comunicarlo ai funzionari delle dogane. Le sanzioni arrivano fino al 50 per cento dell'importo trasferito senza dichiarazione transfrontaliera.
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L'agenzia auspica che il memorandum firmato il 26 luglio tra l'Aif vaticana e l'Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d'Italia possa migliorare la situazione. Oggi nessuno rispetta la legge. Tanto che ieri nella risposta all'interrogazione il ministero ha parlato dei controlli più stringenti che stanno per essere adottati alla frontiera tra Italia e Vaticano.
L'Agenzia delle dogane "facendo seguito a un'informativa del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza - spiega il ministero - ravvisa l'opportunità di un'attivazione di misure di attenzione nei confronti di tali movimentazioni da attuare sul territorio adiacente i punti di entrata e di uscita con lo Stato del Vaticano, attesa l'assenza di barriere fisiche e di uffici di confine tra i due Stati".
Silvia Chimenti del M5S ieri in Parlamento ha lanciato un appello al papa: "Il ministero del-l'Economia conferma in pieno i nostri sospetti: c'è un disallineamento totale tra il numero di dichiarazioni in entrata e in uscita tra Vaticano e Italia. A questo punto rivolgiamo un appello a papa Francesco che ha già dimostrato la sua volontà di voltare pagina e di improntare il suo pontificato alla massima trasparenza.
Chiediamo al pontefice che si adoperi affinché l'Aif fornisca alla nostra Agenzia delle dogane i 1700 nominativi di potenziali evasori che nel 2012 hanno fatto viaggiare indisturbati denaro sporco tra Italia e Vaticano. In questo elenco, vogliamo sottolinearlo, sarebbero stati presenti anche i 456 mila euro di monsignor Scarano: se le autorità italiane ne fossero in possesso, le indagini sarebbero notevolmente facilitate. Il database dell'Aif potrebbe essere girato in pochi minuti alla Dogana o all'Agenzia delle Entrate: con un gesto così semplice il Vaticano fornirebbe un apporto decisivo alla lotta al riciclaggio".
 

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