una delle tante recensioni che si trovano e che piace molto...
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Il titolo stesso – Apocalypto – non è casuale. Il termine “apocalisse”, di cui il titolo è parafrasi, è utilizzato nel significato comune che gli viene attribuito: sconvolgimento, fine del (di un) mondo(IL MONDO DELLE BUGIE E DELLA SOPRAFFAZIONE BUROCRATICA). Ma anche nel significato etimologico con cui è stato utilizzato dall’autore dell’ultimo libro del Nuovo Testamento: “rivelazione”, scoperta di un nuovo mondo(l'occasione per costruirne uno vero e + giusto...un'europa delle genti e nn delle burocrazie e dei profittatori). Un nuovo mondo – l’America – per gli esploratori; e un nuovo mondo – la civiltà dell’Occidente cristiano – per le popolazioni indigene.
La citazione che apre il film ("Una grande civiltà non è conquistata dall’esterno, finchè non ha distrutto se stessa dall’interno”) suggerisce che la crisi della civiltà maya può essere letta anche come emblema della crisi di ogni civiltà. In particolare, causa di ogni crisi è la corruzione morale, che porta al sacrificio umano (esplicito e diretto nella civiltà maya, implicito o nascosto - aborto, strumentalizzazione del corpo, ecc. - nella civiltà moderna).
La corsa è il tratto dominante della seconda parte del film. Ma la corsa di Zampa di Giaguaro non è solo una fuga da qualcosa, fine a sé stessa, per aver salva la propria vita. E’ una corsa per qualcosa, verso una speranza, per salvare altre vite: quelle – compresa una vita nascente – della propria famiglia. E’ una corsa che trova nell’amore energie insospettate, e che ha infine un approdo (non lo rivelo per non rovinare il finale a chi non lo ha visto). Qualcuno ha paragonato questo cammino velocissimo, immerso nel mistero della crudeltà umana, e per certi versi metafora della vita, ad un altro cammino, molto più lento e doloroso, descritto da Gibson nel suo precedente film: la Via Crucis di Cristo.
Alla corsa di Zampa di Giaguaro si contrappone l’inseguimento inutile, privo di vero significato, dei guerrieri maya. Una corsa che continua per inerzia – emblema di stupidità – negli ultimi due guerrieri, nei quali vengono persino a mancare i moventi della vendetta o della paura del capo.
Un altro parallelismo è quello tra le due figure di padre che il film propone.
Il capo dei guerrieri maya è temuto più che rispettato. Ed ha lo stesso rapporto col figlio. Questi sa che può avere la considerazione paterna solo se è all'altezza delle aspettative di coraggio e di valore in combattimento che il padre ripone in lui. E’ un figlio essenzialmente triste. Il testimone che il padre gli lascia è un pugnale: lo stesso pugnale che ne causerà la morte.
Anche Zampa di Giaguaro ammira suo padre, ma perché ne è protetto e rassicurato. E' felice e ha l'ilarità tipica di un ragazzo, pur essendo già padre a sua volta. Il padre lo ammonisce quando vede nei suoi occhi la paura: ma non perché non lo vuole debole, bensì perché non lo vuole schiavo. Gli mostra come affrontare la morte con dignità, consentendo che il figlio diventi pienamente uomo. Se il seme non muore, non porta frutto. Il “gioco” dei significati nascosti (alcuni già individuati nella recensione e nelle lettere di commento che mi hanno preceduto) potrebbe continuare a lungo, per scoprire i “messaggi” inseriti intenzionalmente dal regista. Ma vorrei limitarmi ad un’ultima considerazione.