Azioni Italia Il trading secondo noi

ucg torna in utile per 114 milioni (4° trim 2011) :V:V:V

ma è straordinario!
nemmeno il mago Zurlì avrebbe fatto meglio.
Non dimentichiamo che nel 3° trim 2011 le perdite erano state quasi 11 MILIARDI :lol::lol:
 
Il Pil della Gran Bretagna è calato dello 0,3% nel quarto trimestre 2011 e non dello 0,2% come precedentemente indicato dalla stima preliminare. Su base annua la crescita è stata quindi rivista a +0,5% da +0,7%. Il Pil dell’intero 2011 risulta quindi in crescita dello 0,7% a fronte dell’ultima stima che era di +0,8%.
Gli investimenti sono stati rivisti a -5,6% su base trimestrale e a +1,9% su base annua. Il deficit delle partite correnti sempre nell’ultimo trimestre nel periodo risulta pari a 8,5 miliardi di sterline contro stime per 8,7 miliardi. Il dato del terzo trimestre è stato rivisto a un deficit di 10,5 miliardi contro la stima precendete di 15,2 miliardi.
 
Le quotazioni del Gas tornano ai minimi degli ultimi 10 anni. In questo momento il derivato con consegna maggio quotato al Nymex segna un calo di 1 punto percentuale a 2,271 dollari per milione di Btu. Ieri i prezzi sono scesi a 2,086 dollari, il livello minimo degli ultimi 10 anni. Nelle ultime 5 sedute le quotazioni hanno perso il 7,5% mentre il saldo degli ultimi 12 mesi evidenzia un rosso del 54%. Nel corso del 2011 l’output di Gas ha toccato un nuovo massimo storico sorpassando il record che resisteva dal 1973. Per quanto riguarda i prezzi, il livello massimo è stato toccato nel 2005 in quota 15 dollari.
 
Germany The Final Frontier!
Su Zero Hedge, Mark Grant, autore di Out of the Box Wall Street ZEROHEDGE ci racconta che … tutto sembra più buio prima che diventi nero! Ovviamente per far contenti i pasdaran dell’esterofilia italica abbiamo bisogno di ricordare che l’Italia è messa molto peggio dei tedeschi, sta per fallire e non le restano che pochi mesi di vita!
Queste analisi scivolano via…
” The statistical component of the European Union, Eurostat, is quite clear; they do not count guarantees or contingent liabilities as part of any nation’s debt. We might all note that if Nestle or IBM or General Electric did this they would find their senior executives jailed for Fraud but never mind; this is the methodology of the EU which quite obviously masks the truth. The problem then is not the simple math used to obtain a more accurate debt to GDP ratio but in digging out the various guarantees, contingent liabilities and obligations of any member nation of the European Union. “Time consuming” would be the accurate words because you have to sleuth around like Sherlock Holmes to come up with the data.”
Per le nazioni esaminate fino ad oggi l’autore si è concentrato sulle garanzie, garanzie bancarie, garanzie regionali, derivati ​​garantiti dagli stati, i debiti delle varie istituzioni con garanzie sovrane e così via.
Facendo un’analisi approffondita della situazione finanziaria della Germania, si è scoperto che vi sono 3200 miliardi di dollari di PIL a fronte di 2618 miliardi di dollari di debito pubblico.

Percentage of Liabilities at the ECB 18.94% Germany’s Percentage of the ECB Debt ($4 trillion) $757.6 billion German annual cost for the EU budget $46.36 billion German Guarantees for the Stabilization Funds $280.6 billion German Guarantees
for the Macro Financial Assistance Fund $211.14 billion German Target-2
Liabilities $656 billion German Guarantee for the EIB Debt $157.29 billion
Sovereign Guarantee for KFW $588 billion
Sovereign Debt & Guarantees $5.315 trillion tra una garanzia e l’altra arriviamo a 5 315 miliardi di dollari il che porta ad un totale del 139,8 % il German Debt to GDP Ratio:help::help::help:
 
ciao black,
i lossatori di vecchia data sono duri a morire ;)
siediti prima di leggere cosa ho fatto:



buy put sul MIB strike 10000 scad dic2014

se vogliono vedere quanto ce l'ho duro... eccoli serviti :help::help::help:

:eek:

Sai che ankio oggi ho comprato un wc?!
però Put 16000 giugno....scelta un po' più "conservativa".....:rolleyes:.....FORSE.....
 
Ultima modifica:
Con poche eccezioni, l' informazione che plasmerà il discorso pubblico è soggetta al processo censorio de facto del governo e delle elite al di là della responsabilità verso il pubblico. Il concetto di repressione di Freud è particolarmente d' aiuto nel valutare il pessimo stato dei media e del discorso pubblico negli Stati Uniti. Per Freud, le esperienze di vita collettive vengono registrate nel subconscio, con quelle esperienze particolarmente inquietanti o socialmente inammissibili involontariamente soppresse, per riemergere solo più tardi come nevrosi. Mentre la soppressione è conscia e volontaria, la repressione è lontana dalla volontà individuale.

I sondaggi che indicano che almeno la metà del pubblico diffida della versione ufficiale sull' 11 settembre, il fondamento principale della “guerra al terrorismo”, e che nessun altro evento è stato maggiormente rimosso dal senso comune tramite i mass media come l' 11 settembre. La longevità della teoria di Freud dipende da continue ripetizioni della manifestazione dell' episodio represso in modo da ossessionare la mente del pubblico, per la quale è stato artefatto un surrogato della realtà.

Peter Dale Scott descrive occasioni come l' omicidio del presidente John Kennedy e l' 11 settembre come “deep events” (eventi profondi) a causa della loro complessità storica e dei collegamenti con i molti aspetti del “deep government” (governo profondo) - i militari del paese, le comunità di intelligence e i loro impegni. L' incapacità di spiegare adeguatamente e riconoscere gli eventi profondi e ricercare rimedi preventivi adeguati hanno portato a continui inganni, esperienze spiacevoli e ad una nuova “realtà” che si impone nelle menti del pubblico. Assieme al concetto di repressione, il termine è applicabile anche a istanze di tale portata storica gestite in termini di psicologia di massa, o, più specificamente, dalle notizie dei media apparentemente indipendenti e alternativi in grado di ricordare la realtà.

Ad esempio, l' 1 maggio 2011, il presidente Obama annunciò l' assassinio di Osama Bin Laden, la mitica mente dietro gli attacchi dell' 11 settembre, ad una nazione apparentemente entusiasta. La maggior parte delle agenzie di stampa riportarono l' annuncio di Obama senza discutere, perché si adattava allo schema con i loro reportage spesso sbagliati sull' 11 settembre. Appena media alternativi ed blogger hanno evidenziato le varie contraddizioni della faccenda – i testimoni oculari, foto manipolate del presunto cadavere di bin Laden, e il fatto che la stampa internazionale riportasse della morte di Bin Laden già da svariati anni – la stampa delle corporation ha agito in fretta per tacciare le critiche ragionate come “teorie cospirazioniste” con una raffica di editoriali ed op-ed. In effetti, l' annuncio della presunta morte di Bin Laden arrivò appena quattro giorni dopo che l' amministrazione Obama aveva rilasciato il certificato di nascita presumibilmente autentico del presidente, un evento allo stesso tempo stranamente amplificato e represso dalla proclamazione del destino di Bin Laden; il vocabolario della repressione coniò un nuovo termine: “deather”.*

Ancora, la vita di una bugia si fonda sul successo dell' inganno e sulla forza dell' esperienza alternativa creata per sostituire la verità. Da nessuna altra parte la repressione e la revisione della memoria dell' 11 settembre è più intensa che nei media progressisti che sostengono di offrire un' alternativa al giornalismo controllato dalle corporation. Alcuni di questi media hanno budget annuali milionari e sono particolarmente aperti alle manipolazioni dagli interessi delle elite, spesso tramite l' auto-censura, tramite scrittori-ombra al soldo delle corporation e sovvenzioni da potenti fondazioni esentasse.

Il notiziario Democracy Now! è un esempio calzante. Un programma decisamente convincente con un pubblico altamente istruito ed influente, Democracy Now! ha una considerevole credibilità, molta ottenuta sorvegliando l' amministrazione di George W. Bush e l' invasione e occupazione dell' Iraq. È attraverso l' uso di questa credibilità che Goodman e Democracy Now! hanno consapevolmente soppresso gravi questioni relative all' 11 settembre, svolgendo così un importante ruolo nel dividere il movimento 11/9 Truth dalla sua controparte contro la guerra e coltivando quest' ultimo, con il suo inevitabile distacco confuso dalla storia.

Il successo di Democracy Now! sta nella fede dei suoi aderenti che credono rappresenti un' autentica alternativa radicale ai notiziari mainstream – dichiarazione dovuta alla volontà del programma di indirizzarsi verso questioni di razza e genere e dalla sua copiosa attenzione verso atti di protesta sociale. Tuttavia, nelle analisi, la copertura di Democracy Now! nel migliore dei casi è carente, e nel peggiore è assolutamente fuorviante, tenendo di più ad assomigliare ai suoi equivalenti mainstream piuttosto che alla vera stampa alternativa. Questo fenomeno è aumentato nonostante l' amministrazione Obama abbia intensificato molte delle politiche avviate dal sua predecessore.

Un esempio pratico è la copertura di Democracy Now nei mesi scorsi delle cosiddette “Primavere Arabe”. Mentre i report dalla stampa alternativa e quella internazionale hanno indicato i legami tra l' “opposizione” Libica e Siriana e gli apparati militari e d' intelligence dei paesi guida della NATO – Gran Bretagna e Stati Uniti – Democracy Now! si è messo in riga con i grandi media, valorizzando addirittura queste forze come combattenti contro i tirannici regimi di Gheddafi e Assad. Nel caso della Siria ci sono report contrastanti se siano il regime di Assad oppure le squadre della morte NATO arrivate dalla Turchia ad essere responsabili per le molte morti avvenute durante l' anno. Al Jazeera e Al Arabia assieme a gruppi indipendenti per i diritti umani hanno accusato il regime di Assad del bagno di sangue in Siria. Democracy Now! ripete e rafforza questi report senza fare nessuna domanda, anche se i media realmente alternativi queste affermazioni le hanno esaminate.

Il giornalista indipendente Webster Tarpley, nel novembre 2011 si è recato in Siria per fare una prima indagine sulle presunte brutalità del regime di Assad. Le sue scoperte erano totalmente diverse da ciò che gli spettatori occidentali erano abituati a sentire. Dopo un' intervista ai funzionari siriani ed un giro del paese senza scorta, dove ha parlato con decine di cittadini siriani, Tarpley ha riportato che la maggior parte delle violenze erano attribuite alle stesse forze coinvolte nel rovesciamento di Gheddafi in Libia. Mentre i civili erano vittime di bombardamenti e bersagli dei cecchini – famose tecniche dei militari statunitensi per provocare divisioni etniche e guerre civili, dal Salvador all' Iraq – i siriani intervistati da Tarpley avevano grande considerazione del regime e volevano un incremento delle forze militari per prevenire questi attacchi.

Tarpley trasmette dalla Siria con il suo programma settimanale World Crisis Radio e ha continuato a trasmettere le sue scoperte a canali alternativi come Russia Today, la Press TV iraniana, Alex Jones e Jeff Rense. Nonostante la notorietà, Tarpley non faceva parte di Democracy Now! e con tutta probabilità, non solo per le sue conclusioni non ortodosse sulla “primavera araba”, ma anche per un' onestà intellettuale che l' ha condotto, tra gli altri impegni, ad una rigorosa e concisa interrogazione su l' 11 settembre, così da tenerlo fuori dal dissenso e dalle discussioni della Sinistra.

La repressione, l' imposizione riveduta dell' 11 settembre e il custode della “guerra al terrorismo” nell' immaginario collettivo hanno importanti implicazioni non solo per l' integrità del discorso pubblico, ma per tutta la civiltà e cultura occidentale. Per come è stato manipolato dai media dominanti, l' 11 settembre è diventato la lente incrinata dalla quale vediamo e comprendiamo la nostra storia, la nostra identità e i nostri scopi. Ogni tentativo di sovvertire o eludere i fatti veri si manifesta come una piccola crepa nelle mura del palazzo della verità e della razionalità. Inoltre contribuisce ai disegni di quelle forze che cercano di costruire una specie di mondo nuovo.

James Tracy
Fonte: GlobalResearch.ca - Centre for Research on Globalization
Link: 9/11 Truth, Inner Consciousness and the "Public Mind"
27.03.2012
 
IL CASO/ L'Italia "sorpassa" la Germania: una mappa lo dimostra James Charles Livermore mercoledì 28 marzo 2012
Immagine d'archivio (Infophoto) Approfondisci GEOFINANZA/ I tre dati che riaccendono l’allarme in Europa, di M. Bottarelli FINANZA/ I "compiti a casa" per Passera che studia da Premier, di G. Credit
Interrogato sull’efficacia delle Ltro, Mario Draghi lo ha detto chiaro e tondo: “Il sistema finanziario deve essere al servizio dell’economia reale, non il contrario”. A fare da eco al presidente Bce è stato il ministro Passera, che già all’indomani dell’asta invocava: “Tanta liquidità venga messa al servizio dell'economia reale”. Quando ascoltiamo appelli accorati in sostegno dell’economia reale, spesso la cosa più difficile è dare un’immagine a ciò che dobbiamo sostenere. Che cos’è in fondo l’economia reale?
Contrapposta alla perfida finanza, che promette ricchezza senza fatica e puntualmente ci scaraventa addosso scenari catastrofici, l’economia reale rischia di apparire come un mondo incantato dove ciascuno di noi, scansate le sfide che il mondo oggi ci presenta, può finalmente ritornare ai “bei mestieri di una volta”. Agli estremi opposti c’è chi liquida la questione in termini spicci: l’economia reale è quella che “fa le cose”. Ma allora il tavolino Ikea a quattro euro è economia reale?
Secondo il dizionario economico Longmann Pearson, l’economia reale riguarda la produzione di beni e servizi, differenziandosi così dall’economia di scambio e dall’attività di compravendita che contraddistingue quest’ultima. Ma neppure l’approccio accademico soddisfa fino in fondo: perché mai i servizi, immateriali proprio come la finanza, dovrebbero rientrare nella stessa categoria di chi lavora con tornio e scalpello?
La ragione sta nel tipo di lavoro che l’economia reale implica. Rispetto all’economia di scambio, l’economia reale si basa su quelle attività, manuali e intellettuali, capaci di trasformare tempo e risorse in risposte ai bisogni delle persone. Gli elettrodomestici che riempiono le nostre cucine, gli apparecchi elettronici nei nostri salotti, le automobili parcheggiate sotto casa sono solo alcuni esempi tra i molti prodotti che dopo aver attraversato tutta la filiera dell’economia reale entrano a far parte del nostro quotidiano.
Prendiamo un frullatore. Agli inizi del suo processo produttivo ci sono le materie plastiche necessarie per le scocche, l’acciaio delle lame e le componenti elettroniche che ne regoleranno il funzionamento. Semplificando il percorso, possiamo affermare che i pezzi sono poi formati e assemblati dalle industrie del settore e i prodotti finiti saranno affidati ai negozi per la vendita al dettaglio (quest’ultima, pur essendo un servizio, rientra nell’economia reale proprio come indica il professor Pearson...).
Lungo questo processo sono impiegate persone dalle competenze diverse, tra i quali possiamo menzionare periti chimici, ingegneri, operai specializzati, esperti di marketing e di logistica, autotrasportatori e ispettori di produzione. E i volumi di produzione non sono secondari: secondo Bloomberg, ogni anno nel mondo si producono materie plastiche per 1.000 miliardi di dollari, mentre le apparecchiature elettroniche ammontano a un corrispettivo di 400 miliardi di dollari.
Il rebus iniziale sembrerebbe già risolto: quando invochiamo aiuti all’economia reale, vogliamo che gli euro della Bce, gli incentivi e le attenzioni delle istituzioni si rivolgano a chi è attivo nell’industria alimentare e nell’abbigliamento, ai produttori di medicinali, elettrodomestici e tutti gli altri beni industriali fino alle apparecchiature aerospaziali. A rendere più complicato il quadro, una serie di sfide sulle quali - come si rimarca a Bruxelles con cadenza ormai quotidiana - si deciderà il futuro dell’Europa.
La prima sfida da affrontare è che l’economia reale europea si sta estinguendo. Le statistiche Eurostat sul manifatturiero indicano che il numero di persone impiegate nel settore è sceso del 17,4% in circa dieci anni (1998-2009). Stiamo parlando di sei milioni di posti di lavoro che in buona parte sono stati riassorbiti dalla manodopera a basso costo dei mercati emergenti. Ma c’è un fenomeno tutto “intra-europeo” che non va sottovalutato: in Europa è in atto una concentrazione territoriale delle aziende. Le due cartine in fondo all’articolo, frutto di una ricerca Natixis su dati Eurostat, sono una fotografia dell’industria manifatturiera a dieci anni di distanza. Tra il 1998 e il 2009 l’economia reale europea si è concentrata sempre più in quei territori storicamente capaci di fare impresa, mentre paesi interi non hanno saputo - o voluto - arrestare la rapida deindustrializzazione del proprio tessuto economico.
Mappa alla mano, il cuore dell’economia reale sono il nord Italia, i Land meridionali tedeschi, la regione francese del Rodano e la Catalogna. La Lombardia, in particolare, rappresenta da sola il 3,5% dell’intero manifatturiero europeo. Sotto la “lente” dell’economia reale l’Europa mostra così di poggiarsi sulla capacità produttiva di nove regioni (si veda la tabella a fondo pagina), mentre chi secondo il metro finanziario dello spread dovrebbe essere Paese cardine (Regno Unito, Finlandia e Olanda) è in realtà periferico.

Emigrazione e concentrazione dell’economia reale sono i fenomeni che meglio inquadrano l’attuale situazione economica europea: messi alle strette dai grandi cambiamenti epocali degli ultimi vent’anni, molti paesi Ue hanno sacrificato il proprio patrimonio industriale per concentrare persone e capacità su quei settori avanzati non ancora minacciati dai paesi emergenti. Tra questi settori rientrano la finanza, i servizi di consulenza, le professioni legali, l’informatica, il mondo dei media e delle telecomunicazioni. Questa resa strategica ha funzionato?
Purtroppo ha semplicemente fomentato il paradosso in cui si trova l’Europa: i settori avanzati sono difficilmente accessibili perché si basano su alte competenze professionali. E per mantenere questo divario serve innovazione. Ma in uno dei suoi rapporti su competizione e industria, l’Ue avverte che “non esiste innovazione, né ricerca se non esiste attività manifatturiera”. Ossia, se non c’è economia reale. Considerato che neppure la Commissione europea può riportare indietro le lancette dell’orologio, esiste una soluzione per uscire da questa spirale?
Nella seconda parte di questa indagine, un alleato inatteso - e non nella migliore delle condizioni - si scopre capace di tentare l’impresa. È l’euro e sulla sua capacità di sostenere l’economia reale si basa il futuro dell’Unione europea.
 

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buon giorno a tutti,
oggi torna l'assistenza al fine di ripulire nuovamente i pc dai virus...

per qualche giorno non posterò sul forum nella speranza che la direzione riesca a risolvere questo sgradevole problema

:ciao:
 

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