L'angolo della poesia

Riccio di luce

Mi aspiri mi crei mi trasformi in ombra
e nel buio fatale della mia dissoluzione
avida ti espandi come un riccio di luce
per guidare la mia barca fino al porto della tua carne

Alejandro Jodorowsky
 
Strinsi le mani sotto il velo oscuro...
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’agra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore...
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.

Soffocando, gridai: “E’ stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai”.
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento.”

Anna Achmatova
 
E quel cuore più non riponderà
Alla mia voce, esultante e afflitto.
Tutto è finito... E il mio canto risuona
Nella notte vuota, ove più tu non sei.

A. Achmatova
 
Amori che amo e passioni che mi permetto:
un caffè caldo la mattina.
La lettura (la più lenta possibile) del giornale.
Una pioggia di tanto in tanto per lavare i sentimenti.
La terra sotto i tuoi nuovi tacchi.
Il mare nel pomeriggio col tempo nuvoloso.
Garofani. Tanti garofani.
Ancora:
"L'uomo che vola sopra la città" di Chagall.
Salire consunti i gradini di legno.
La mia mano nel tuo seno.
Qualche poesia di Kavafis.
Ma soprattutto la mia mano nel tuo seno.

Titos Patrikios
 
ROSE PERENNI

La bellezza delle donne che ci hanno cambiato la vita
più profondamente di cento rivoluzioni
non si perde, non dilegua con gli anni
per quanto svaniscano i tratti
per quanto si deformino i corpi.
Resta nei desideri suscitati un tempo
nelle parole giunte anche in ritardo
nell’esplorazione incerta della carne
nei drammi mai venuti alla luce
nel riflettersi delle separazioni,
nelle identificazioni totali.
La bellezza delle donne che cambiano la vita
resta nelle poesie scritte per loro
rose perenni che effondono sempre lo stesso profumo,
rose perenni, come da sempre dicono i poeti.

T. Patrikios
 
Dame la mano

A Tasso de Silveira

Dame la mano y danzaremos;
dame la mano y me amarás.
Como una sola flor seremos,
como una flor, y nada más…

El mismo verso cantaremos,
al mismo paso bailarás.
Como una espiga ondularemos,
como una espiga, y nada más.

Te llamas Rosa y yo Esperanza;
pero tu nombre olvidarás,
porque seremos una danza
en la colina, y nada más..

Gabriela Mistral
 
LA NEVE

E’ scesa la neve...
a visitare la valle.
E’ scesa la neve...
guardiamola cadere.
Dolce! Giunge senza rumore,
come gli esseri soavi
che temono di far male.
Così scende la luna,
così scendono i sogni...
Guardiamola scendere.

Gabriela Mistral
 
OE KENZABURO
Io non posso rivivere, ma noi potremo rivivere

1

Vinto il trauma della nascita,
l’esserino serra ostinatamente
gli occhi ancora incapaci di vedere.
Poi piange,
sentendo avvicinarsi il volto di chi
riconosce in lui la propria immagine...
Sono forse io, vecchio di nuovo in fasce
a emettere quegli urli?
I tempi che dovrà attraversare questo bambino
supereranno in sofferenze i miei settant’anni.
Benché non possa pormi domande,
non cessa di brancolare nel buio, divaricando
le sue dita minuscole e delicate.

2

Una delle leggende della foresta dello Shikoku
si chiama «Il nostro albero». La leggenda racconta
che ogni persona che vive e muore nella valle
possiede un suo albero.
Quando qualcuno muore la sua anima se ne vola in cielo
per posarsi ai piedi di un albero.
Poi, trascorso un certo tempo,
discende a valle
per entrare nel cuore di un nascituro,
ai piedi del suo albero.
Se un bambino lo desidera con tutte le sue forze,
può (a volte) vedere da vicino
il vecchio che un giorno diventerà.

3

Fino ai miei dieci anni,
il Giappone era in guerra.
Bambini, cantavamo:
«Al tuo fianco, Grande Principe,
moriremo senza rimpianti»
Il giorno in cui il Grande Principe
con voce umana annunciò
che la guerra era perduta,
il sindaco del nostro villaggio,
in piedi davanti alla stazione radio, esclamò:
«Noi non potremo rivivere!»
Sotto un cielo azzurro senza nuvole,
la sola eco alle sue parole fu un grande silenzio.
Quando ci s’inoltra nella foresta, attraversata la zona
dei cedri e dei cipressi,
si scorgono alcuni alberi dalle ampie foglie che formano una lucida fustaia.
Qui si erge un gruppo di abeti.
Sono i «nostri alberi», gli alberi della mia famiglia.
Ho atteso ai piedi di un giovane albero.
Desideravo chiedere
al vecchio che sarei diventato:
«Potrò rivivere?»
Ma quando al tramonto sentii dei passi nel sottobosco,
corsi impaurito verso una scarpata di sorbi.
Saltando qua e là, scivolai e caddi.
Spogliando il mio corpo coperto di ferite
per ungerlo con un olio di radici che aveva raccolto,
mia madre brontolò arrabbiata:
«Come si fa a dire a dei bambini
“Noi non potremo rivivere?”»
E aggiunse queste parole, che per me sarebbero rimaste
a lungo un mistero:
«Io non posso rivivere,
ma noi potremo rivivere».

4

Un amico, che combatteva una difficile lotta contro la leucemia,
e che condivideva allo stesso tempo l’incertezza
del suo popolo senza patria,
scelse come argomento di riflessione finale
lo stile di vita e d’espressione che certi artisti adottano di fronte alla morte.
Quegli artisti che non raggiungono mai una serena maturità,
che rifiutano la tradizione, che non si conciliano con la società,
che si ergono solitari nel loro rifiuto,
alcuni dei quali pervengono a un’originalità senza pari...
Nel suo ultimo fax, inviatomi da una stanza
d’ospedale di New York, scriveva:
«Non temere le contraddizioni che tormentano l’anima della vecchiaia,
esamina bene le difficoltà e, anche se le tue gambe vacillano,
tendi le braccia al di là».
Oggi che erro nel vicolo cieco degli anni,
sono perfettamente consapevole della mia scontrosa solitudine:
il sentimento del rifiuto mi è fin troppo famigliare.
Che io dica no alle macchine di distruzione planetaria
accumulatesi nel corso del mio secolo, non ha niente di straordinario.
Ma oggi dubito perfino dei molti tentativi
che si fanno per smantellarle.
Mi rannicchio sul pavimento che trema, domandandomi:
«Che valore hanno tutte queste opere, frutto della mia semplice immaginazione?»
Il vecchio che avevo atteso quel giorno
ai piedi del «mio albero»,
oggi sono io, ma non ho ancora trovato
le parole per rispondere alla domanda di quel ragazzo...

5

Un anno dopo la sua nascita, non ritrovo più in mio nipote
alcun riflesso della mia vecchiaia
che credevo di avervi intravisto.
La pelle liscia e lucente, mi guarda.
Ed io, errando nel vicolo cieco degli anni,
mi rannicchio al suo fianco.
Nel suo libro incompiuto il mio amico scriveva:
«La vecchiaia non si può né spezzare né vincere,
si può soltanto percorrere fino in fondo».
Se vado in fondo al mio sentimento di rifiuto,
la mano tesa verso il cielo, le gambe vacillanti,
finirò per cogliere
qualcosa?
Rinsaldare il proprio sentimento di rifiuto
significa non cedere né alla facile speranza né alla disperazione...
Questo esserino innocente di appena un anno per il quale tutto è nuovo
continua
ostinatamente
davanti ai miei occhi
a brancolare.

6

Per la prima volta, in fondo a me stesso,
le parole di mia madre
hanno perduto il loro mistero.
Un vecchio desidera rispondere a tutti i piccoli esseri:
«Io non posso rivivere,
ma noi potremo rivivere».
 
Pagina di libro notturno

Sbarcai una notte di maggio
in un gelido chiaro di luna
dove erba e fiori erano grigi
ma il profumo verde.

Salii piano un pendìo
nella daltonica notte
mentre pietre bianche
segnalavano alla luna.

Uno spazio di tempo
lungo qualche minuto
largo cinquantotto anni.

E dietro di me
oltre le plumbee acque luccicanti
c’era l’altra costa
e i dominatori.

Uomini con futuro
invece di volti.

Tomas Tranströmer
 
UNO SGUARDO

Uno sguardo che rivela
il tormento interiore
aggiunge bellezza al volto,
per quanta tragedia e pena riveli,
mentre il volto
che non esprime, nel silenzio,
misteri nascosti non è bello,
nonostante la simmetria dei lineamenti.
Il calice non attrae le labbra
se non traluce il colore del vino
attraverso la trasparenza del cristallo.

GIBRAN
 

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