Il 30 aprile è san Pio V... giorno della smemoratezza...
Alla morte di
Pio IV, il
7 gennaio 1566, fu inaspettatamente eletto Papa grazie a un accordo tra i cardinali Borromeo e Farnese e consacrato il giorno del suo 62º compleanno, dieci giorni dopo. La sua elezione fece tremare la
curia romana, niente festeggiamenti e sontuosi banchetti per solennizzare l'evento, infatti Pio V era di carattere rigido e intransigente. Il giorno dell’incoronazione, anziché far gettare monete al popolo come consuetudine, in novello Pio V preferì soccorrere a domicilio molti bisognosi della città di Roma. Anche da papa continuò a vestire il bianco saio domenicano, a riposare sopra un pagliericcio, a cibarsi di legumi e frutta, dedicando l’intera sua giornata al lavoro e alla preghiera. Pio V godette subito dell’ammirazione e del rispetto di tutti per la pietà, l’austerità e l’amore per la giustizia. Colpì inoltre senza pietà gli abusi della corte pontificia, dimezzando le inutili bocche da sfamare e nominando un’apposita commissione per vigilare sulla cultura ed i costumi del clero, che a quel tempo lasciavano molto a desiderare. Ai sacerdoti vennero interdetti la simonia, gli spettacoli, i giochi, i banchetti pubblici e l’accesso alle taverne. Ai vescovi fu imposto un previo esame di accertamento circa la loro idoneità, la residenza, pena la privazione del loro titolo, la fondazione dei seminari, il rispetto del cerimoniale e l’erezione delle cosiddette Confraternite di catechismo. Il papa era compiaciuto di poter partecipare alle manifestazioni pubbliche della fede nonostante le torture della calcolosi, di far visita agli ospedali, di curare egli stesso i malati e di esortarli alla rassegnazione. Nella curia Pio V organizzò la Penitenzieria, creò la Congregazione dell’Indice per l’esame dei libri contrari alla fede, intervenne personalmente alle sessioni del Tribunale dell’Inquisizione e talvolta concesse udienza al popolo per ben dieci ore consecutive. Le sue maggiori attenzioni erano rivolte ai poveri che ascoltava pazientemente e confortava anche con aiuti pecuniari. Cercò con ogni mezzo di migliorare i costumi della gente emettendo bolle, punendo l'accattonaggio, vietando il dissoluto carnevale, cacciando da Roma le
prostitute[1], condannando i fornicatori e i profanatori dei giorni festivi. Per i bestemmiatori erano previste pene pecuniarie e corporali. Difese strenuamente il vincolo matrimoniale, infliggendo pene severe agli adulteri, vietò il combattimento di tori ed i festeggiamenti carnevaleschi, espulse da Roma parecchie cortigiane. Egli curò, inoltre, la pubblicazione del
catechismo romano, del
breviario romano riformato e del
messale romano. Rafforzò gli strumenti della
Controriforma per combattere l'
eresia ed il
protestantesimo e diede nuovo impulso all'Inquisizione Romana (condanna a morte per eresia di
Pietro Carnesecchi e
Aonio Paleario).
Fu rigido oppositore del
nepotismo. Ai numerosi parenti accorsi a
Roma con la speranza di qualche privilegio, Pio V disse che un parente del papa può considerarsi sufficientemente ricco se non conosce l'indigenza. Siccome i cardinali ritenevano opportuna la presenza di un nipote del papa nel Collegio dei Principi della Chiesa, Pio V si lasciò indurre a dare la porpora a
Michele Bonelli, nipote di una sua sorella e domenicano pure lui, purché lo aiutasse nel disbrigo degli affari.
[2] A Paolo Ghislieri, figlio di suo fratello, permise invece di entrare nella milizia pontificia, ma lo cacciò persino dallo Stato, appena seppe che coltivava illeciti amori.
[2]

Monumento a papa Pio V, in piazza del Collegio Ghislieri, a
Pavia.
Nel
1566 promosse la costruzione del convento domenicano di Santa Croce e Ognissanti a Bosco Marengo, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto costituire il centro di una città di nuova fondazione, nonché suo luogo di sepoltura. Nel
1567 fondò a
Pavia un'istituzione caritatevole per studenti meritevoli, il
Collegio Ghislieri, che tuttora, tramite concorso pubblico, accoglie alcuni tra i migliori studenti dell'
Università di Pavia. L'
11 aprile 1567 concesse il titolo di
dottore della Chiesa a san
Tommaso d'Aquino. Nel
1568 lo stesso titolo fu concesso anche a quattro padri della Chiesa d'Oriente:
Sant'Atanasio,
San Basilio Magno,
San Giovanni Crisostomo e
San Gregorio Nazianzeno.
Tra le sue
Bolle papali, l'
In coena Domini (
1568) ricoprì un ruolo primario; tra le altre, quelle che più contribuirono a definire la linea di condotta del suo pontificato - ispirato a ferrea e intransigente difesa della
Chiesa cattolica contro qualsiasi nemico - furono quelle che decretarono: il divieto di questua (febbraio 1567 e gennaio
1570); la condanna di
Michele Baio, professore di
Lovanio le cui teorie precorrevano il
giansenismo (1567); la denuncia del
dirum nefas (agosto
1568); la conferma dei privilegi della
Società dei Crociati per la protezione dell'Inquisizione (ottobre 1570); il divieto di discussione sul miracolo dell'
Immacolata Concezione (novembre 1570); la soppressione dei
Fratres Humiliati, accusati di depravazione (febbraio
1571); l'approvazione del nuovo ufficio della Vergine Maria (marzo 1571). Suggerì ai Fatebenefratelli di aprire un nuovo ospizio a Roma. Durante la carestia del 1566 e le epidemie che seguirono, fece distribuire ai bisognosi somme considerevoli ed organizzare i servizi sanitari. Al fine di reperire le ingenti somme necessarie, provvedette a sopprimere qualsiasi spesa superflua, addirittura facendo adattare alla sua statura gli abiti dei suoi predecessori. Con una simile austerità di vita il papa riuscì nonostante tutto ad imporsi sugli avversari e ad indurre gli altri prelati e dignitari della curia romana ad un maggiore spirito di devozione e penitenza. Per l’uniformità dell’insegnamento, secondo le indicazioni del Concilio Tridentino, che aveva richiesto fosse redatto un testo chiaro e completo della dottrina cristiana, Pio V ne affidò la redazione a tre domenicani e lo pubblicò nel 1566. L’anno seguente proclamò San Tommaso d’Aquino “Dottore della Chiesa”, obbligando le Università allo studio della Somma Teologica e facendo stampare nel 1570 un’edizione completa e accurata di tutte le opere teologiche del santo. In campo liturgico si deve alla lungimiranza di questo pontefice la pubblicazione del nuovo Breviario e del nuovo Messale, cioè il celebre rito della Messa ancor oggi conosciuto proprio con il nome di San Pio V. In ambito musicale inoltre nominò il Palestrina maestro della cappella pontificia. Suo merito fu anche quello di promuovere l’attività missionaria con l’invio di religiosi nelle “Indie orientali e occidentali” ed un pressante invito agli spagnoli a non scandalizzare gli indigeni nelle loro colonie.
Per sottrarre i cattolici alle usure degli ebrei,
[3] favorì i cosiddetti Monti di Pietà, relegando gli ebrei in appositi quartieri della città mediante la bolla
Hebraeorum gens (
1569), salvandoli di fatto dalla furia popolare
[4]. Contemporaneamente al lavoro di pubblica amministrazione, Pio V agiva con grande energia sul fronte della difesa della purezza della fede: sotto il suo pontificio infatti Antonio Paleario e Pietro Carnesecchi, già protonotari apostolici, subirono l’estremo supplizio per aver aderito al protestantesimo e gli Umiliati furono soppressi, poiché a Milano avversavano le riforme operate dal Borromeo. Inoltre, nel 1570, scomunicò e “depose” la regina Elisabetta I d’Inghilterra, rea della morte della cugina Maria Stuart e di aver così aggravato l’oppressione dei cattolici inglesi. Inviò in Germania come legato pontificio Gian Francesco Commendone, tentando di impedire che l’imperatore Massimiliano II potesse sottrarsi alla giurisdizione della Santa Sede. Inviò in Francia proprie milizie contro gli Ugonotti tollerati dalla regina Caterina de’ Medici. Il re spagnolo Filippo II fu esortato da Pio V a reprimere il fanatismo anabattista nei Paesi Bassi. Michele Baio, professore all’Università di Lovanio e precursore del giansenismo, meritò la condanna delle proprie tesi eretiche.
San Pietro Canisio, su incarico papale, confutò le Centurie di Magdeburgo, prima tendenziosa storia ecclesiastica redatta dai protestanti. L'intransigenza, inflessibilità e zelo di cui il Pontefice diede prova anche nelle relazioni con i potenti dell'Europa del tempo, gli procurarono non pochi avversari.
Ma l’episodio più celebre della vita di questo grande pontefice, unico piemontese ad essere stato elevato al soglio di Pietro in duemila anni di cristianesimo, è sicuramente il suo intervento in favore della
battaglia di Lepanto. Per stornare infatti la perpetua minaccia che i Turchi costituivano contro il mondo cristiano, il santo papa s’impegnò tenacemente per organizzare un lega di principi, in particolare dopo la presa di Famagosta eroicamente difesa dal veneziano Marcantonio Bragadin nel 1571 che, dopo la resa, fu scuoiato vivo. Alle flotte pontificie si unirono quelle spagnole e veneziane, sotto il supremo comando di Don Giovanni d’Austria, figlio naturale dell’imperatore Carlo V. Il fatale scontro con i Turchi, allora all’apogeo della loro potenza, avvenne il 7 ottobre 1571 nel golfo di Lepanto, durò da mezzodì sino alle cinque pomeridiane e terminò con la vittoria dei cristiani. Alla stessa ora Pio V, preso da altri impegni, improvvisamente si affacciò alla finestra, rimase alcuni istanti in estasi con lo sguardo rivolto ad oriente ed ebbe la visione della vittoria nella battaglia di Lepanto ed esclamò «...sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto.» e da quel giorno le campane suonano ogni giorno alle 12. Poi infine aggiunse: “Non occupiamoci più di affari. Andiamo a ringraziare Dio perché la flotta veneziana ha riportato vittoria”. L'anno successivo, nel
1572, il 7 ottobre venne celebrato il primo anniversario della vittoria di Lepanto con l'istituzione della "Festa di Santa Maria della Vittoria", a ricordo del felice avvenimento che cambiò il corso della storia, che poi cambiò nella festa liturgica del Santo Rosario, al 7 ottobre, preghiera alla quale sarebbe stata attribuita dal papa la vittoria. Il senato veneto infatti fece dipingere la scena della battaglia nella sala delle adunanze con la scritta: “Non la forza, non le armi, non i comandanti, ma il Rosario di Maria ci ha resi vittoriosi!”.
Pio V, spossato da una grave ipertrofia prostatica di cui, per pudicizia, non volle essere neanche visitato
[5], si spense la sera del
1º maggio 1572, all'età di 68 anni, dopo aver detto ai cardinali radunati attorno al suo letto: «Vi raccomando la santa Chiesa che ho tanto amato! Cercate di eleggermi un successore zelante, che cerchi soltanto la gloria del Signore, che non abbia altri interessi quaggiù che l'onore della Sede Apostolica e il bene della cristianità». Spesso è riportato erroneamente che egli sia il primo Papa a vestire di bianco, volendo indossare l'abito dei
Domenicani anche dopo l'elezione a Sommo Pontefice; in realtà i Papi indossavano già da secoli la
talare bianca e papa Pio V si limitò ad indossare il saio bianco del suo
Ordine sotto le vesti papali.
Politica antiebraica
Mediante la bolla
Hebraeorum gens (
1569), perseguitò di fatto gli
Ebrei, con la chiusura di tutti i
ghetti dello
Stato Pontificio (tranne che a
Roma e ad
Ancona) e dei domini ecclesiastici transalpini (con la sola eccezione di
Avignone). Si distinse anche per la lotta ai cristiani eterodossi e «...perseguitò con furore ancor più sfrenato i protestanti veri e propri...
[6]» L'intransigenza, inflessibilità e zelo di cui il Pontefice diede prova anche nelle relazioni con i potenti dell'Europa del tempo, gli procurarono non pochi avversari
[7]. Una
pasquinata prese in giro il gesto di Pio V di mettere un'epigrafe affissa a una latrina:
(
LA)
« Papa Pius Quintus, ventres miseratus onustos,
hocce cacatorium nobile fecit opus » (
IT)
« Pio V, avendo compassione per tutto ciò che si ha sullo stomaco
, eresse come opera nobile questo cacatoio
» (
Pasquinate)
Niccolò Franco fu accusato di esserne l'autore e nonostante fosse difeso dal cardinale
Giovanni Morone, fu impiccato a Roma l'
11 marzo 1570.
[8] In occasione del
rogo per eresia del poeta
Aonio Paleario,
Pasquino riporta i seguenti versi contro il papa:
« Quasi che fosse inverno,
brucia cristiani Pio siccome legna
per avvezzarsi al fuoco dell'
inferno[9][10] »
(Roma, 1570) Gli effetti della bolla
Hebraeorum gens e della successiva
Caeca et obdurata (emanata peraltro da
Clemente VIII) furono devastanti per molte delle comunità ebraiche residenti nello Stato Pontificio. In seguito soprattutto alla bolla di Clemente VIII gli ebrei di
Bologna furono costretti a rifugiarsi nel vicino territorio estense, e, in seguito alla distruzione di tutto ciò che potesse avere dei legami con la comunità ebraica, compresi i cimiteri, furono costretti a portare con sé, nell'abbandonare la città, anche i propri morti.
[11] Prima della fine del Cinquecento si estinsero definitivamente molte comunità israelitiche situate nello Stato della Chiesa, fra cui quelle di
Ravenna,
Orvieto,
Fano,
Viterbo,
Spoleto e
Terracina. Gli ebrei residenti nei centri più prossimi a Roma emigrarono nel già sovrappopolato
ghetto romano.