Alla cortese attenzione di Tashtego

"Le donne dovrebbero farsi la barba". I benefici sulla pelle riconosciuti dai dermatologi: "Radersi previene la formazione delle rughe" (FOTO)

Ilaria Betti, L'Huffington Post


Pubblicato: 09/02/2015 15:04 CET Aggiornato: 09/02/2015 15:04 CET

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Si sveglia ogni mattina alle 6.30, applica un po' di schiuma da barba sul viso, prende il rasoio e inizia a radersi. Non è la routine mattutina di un uomo ma quella di Angela Garvin, avvocato inglese, che, da otto anni e tre volte alla settimana, si fa la barba e non potrebbe essere più soddisfatta del risultato. Quella che potrebbe sembrare un'"assurdità" per le donne è ora incoraggiata anche da alcuni dermatologi, secondo i quali radersi potrebbe rallentare il processo di invecchiamento della pelle.
"È poco costoso, richiede pochissimo tempo e non irrita la pelle, come i laser o altri rimedi", spiega Angela al Daily Mail. "La convinzione che i peli crescano più forti e più scuri dopo averli rimossi con il rasoio è solo una falsa credenza. Ci si trucca più facilmente, i prodotti si assorbono meglio e la mia pelle è in condizioni ottime. Sembra più brillante a mano a mano che passano gli anni". Angela non ha paura di raccontare la sua "nuova" abitudine, ma molte altre donne preferiscono non uscire allo scoperto, provando vergogna per quel gesto così maschile. Come Gill Jamieson, inglese di 60 anni, che da 40 usa il rasoio sul viso, pur non amando dirlo in giro.
Secondo alcuni dermatologi, però, non ci sarebbe nulla di cui vergognarsi in questa pratica, che farebbe, invece, molto bene alla pelle. "Radersi forma delle micro abrasioni e incoraggia così la produzione di collagene che può ridurre la formazione delle rughe - spiega il dottor Michael Prager, intervistato dal Daily Mail - ogni volta che la pelle subisce un piccolo trauma, il collagene interviene per rinnovare le cellule". Secondo il dermatologo, la pratica non influenzerebbe una ricrescita spropositata dei peli, come si crede. "Tagliare via il pelo non intacca il follicolo, che è situato sotto la pelle e che 'dà vita' al pelo".
Radersi, dunque, potrebbe essere un nuovo metodo da sperimentare per tutte quelle donne ossessionate dai peli. Tutti gli esseri umani hanno una leggera peluria sul viso: alcune donne hanno peli chiari e poco sviluppati, altre scuri e molto visibili. La menopausa e alcuni squilibri ormonali potrebbero portare ad una loro crescita improvvisa con conseguente disagio per la donna, costretta così rimuoverli. "Molti uomini si radono regolarmente per anni - spiega il dermatologo Neal Schultz - è per questo che la loro pelle invecchia più lentamente rispetto a quella delle donne e appare più tonica".
 
Tra i clienti d’oro, Falciani nel libro fa i nomi di due persone, eminenti esponenti di due Paesi del «fronte Sud» della Ue: Spagna e Grecia. Dice: «L’uomo più ricco della Spagna, Emilio Botin del Banco Santander (di cui è stato proprietario fino alla morte, avvenuta il 10 settembre 2014), era uno dei clienti della Hsbc di Ginevra». Poi aggiunge un altro cognome e un altro conto importante, quello della madre dell’ex primo ministro greco George Papandreou, che «aveva un conto di 500 milioni di euro».

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Il fatto è che la lista degli «uomini d’oro» della Hsbc — in possesso di alcuni Paesi già da alcuni anni — sarebbe stata usata, secondo l’ex impiegato Falciani, per imporre politiche di austerity ad altri Paesi. Questo, secondo lui, almeno il caso della Grecia. Falciani ricorda Papandreou e parla di «pressione e di ricatto». Rivelazioni destinate a deflagrare a poche ore dall’Eurogruppo che domani deciderà il destino del Paese guidato da Alexis Tsipras. «Nel 2011 la guida delle negoziazioni con la troika sul salvataggio della Grecia fu affidata a Sarkozy (l’ex presidente francese, ndr), che aveva quella lista e, conoscendone i nomi, poteva fare pressione su Papandreou», scrive Falciani.
PAPANDREOU E MERKEL PARLANO AGLI INDUSTRIALI TEDESCHI

E ancora: «Come era avvenuto negli Stati Uniti, la lista della Hsbc fu usata come arma di ricatto e merce di scambio. In Grecia l’elenco scomparve... In Grecia, come altrove, non è mai stata avviata formalmente alcuna indagine». Falciani si occupa anche del ruolo che ebbe in Francia nel gestire il caso della lista degli evasori, da ministro delle Finanze, l’attuale direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi) Christine Lagarde. Mentre la vittoria del socialista François Hollande sarebbe servita ad imprimere una svolta alle indagini.
 
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L’Opec si è autoproclamata vincitrice nella sfida con lo shale oil americano. O almeno così sembra a giudicare dalle sue nuove stime, che ora incorporano una frenata delle estrazioni di petrolio dei concorrenti tanto brusca da far risalire la richiesta del suo greggio addirittura sopra il tetto produttivo di 30 milioni di barili al giorno nella seconda metà dell’anno.
Le previsioni sono ovviamente di parte. E a bilanciarle ci sono gli scenari ribassisti sempre più foschi dipinti da molti autorevoli analisti, come Ed Morse, global head of commodity research di Citigroup, che in un rapporto diffuso ieri prospetta la possibilità di un crollo del Wti addirittura a 20 dollari «per un certo periodo», prima di avviare una ripresa più solidanel corso dal secondo trimestre. Anche gli hedge funds sono evidentemente scettici di fronte alla tenuta del recente rally: le statistiche Cftc registrano che la settimana scorsa le posizioni corte (alla vendita) sul Wti sono di nuovo aumentate dell’1,2%, mentre quelle lunghe - tuttora prevalenti - sono calate del 2,2 per cento.

Le manovre di posizionamento dei fondi indeboliscono la teoria che a guidare il rally fossero le ricoperture. Un fattore rialzista più potente potrebbe forse essere il boom di acquisti di Etf: i prodotti energy hanno attirato flussi positivi di 3,7 miliardi di $ in gennaio secondo Blackrock. Sta di fatto che il petrolio continua ad apprezzarsi: il Brent è salito a 58,34 $ (+0,9%) e il Wti a 52,86 $ (+2,3%), in una cavalcata che sta ormai comprimendo il contango, ossia il maggior valore dei barili a pronti rispetto a quelli a futuri, che incentiva lo stoccaggio.
L’Opec potrebbe aver cantato vittoria troppo presto - e i suoi stessi economisti avvertono che la validità delle loro previsioni dipende dal permanere di prezzi del petrolio bassi «almeno fino a fine giugno» - ma ha comunque fornito un ulteriore spunto rialzista al mercato, in particolare affermando che i tagli agli investimenti e le fermate degli impianti di trivellazione manifesteranno rapidamente i loro effetti. L’Organizzazione ora vede crescere la produzione non Opec di 860mila barili al giorno nel 2015, ben 420mila in meno rispetto a un mese fa e circa la metà rispetto all’incremento dell’anno scorso. Le revisioni più forti l’Opec le ha applicate alla produzione Usa, ma il rallentamento sarà diffuso e avrà come risultato di spingere il fabbisogno di greggio Opec a 30,1 milioni di barili al giorno nel terzo trimestre e 30,64 mbg nel quarto (per l’intero 2015 il “call on Opec” è stimato a 29,2 mbg, 430mila bg più di un mese fa). La decisione di lasciare fermo a 30 mbg il tetto produttivo, per costringere altri a riequilibrare il mercato, non sarebbe insomma stata troppo azzardata. Whishful thinking? A dirlo sarà il mercato, che del resto la stessa Opec - con uno storico cambio di strategia - ha chiamato a fare da arbitro.
 
Ed era successo anche nel 2008: la rovinosa discesa del petrolio, che tra luglio e dicembre lo portò dal record di 147 $ ad appena 36 $, a settembre venne interrotta da un breve rally. In sei sedute ci fu un recupero di quasi il 20%, ma poi il tracollo riprese per altri tre mesi. La vera inversione di tendenza arrivò solo dopo un forte taglio di produzione dell’Opec e una ripresa tangibile della domanda. Oggi il quadro dei fondamentali non ha ancora mostrato alcun cambiamento: l’Opec resta ferma nel proposito di non intervenire, negli Usa si continua ad estrarre una quantità record di greggio (la produzione è stabile a 9,2 mbg) e le scorte, in tutto il mondo, si accumulano a vista d’occhio.
Una risalita del prezzo del barile sarebbe prematura e addirittura controproducente, secondo alcuni analisti, perché rischia di interrompere la tendenza a frenare le estrazioni. Anche solo pochi giorni di rialzo potrebbero aver spinto qualche produttore a costruire nuove operazioni di hedging, allungando il periodo di protezione dai prezzi bassi (e quindi rinviando la necessità di reagire).
 
Citigroup ritiene che il prezzo del petrolio sia lungi dall'aver raggiunto un punto di svolta. La banca d'affari indica in una nota che una contrazione della produzione non è probabile, almeno fino alla fine del terzo trimestre dell'anno. Le quotazioni del WTI potrebbero scendere di conseguenza nel breve termine al di sotto di $30 al barile.
Citigroup spiega che nonostante il declino globale delle spese in conto capitale che ha spinto al rialzo i prezzi del greggio nelle ultime settimane, la produzione negli USA sta continuando a crescere. Brasile e Russia stanno inoltre pompando petrolio a livelli record, e l'Arabia Saudita, l'Iraq e l'Iran hanno lottato per mantenere la loro quota di mercato tagliando i prezzi in Asia. L'eccesso di offerta sul mercato dovrebbe quindi persistere.
Citigroup aggiunge che dopo la rivoluzione dello scisto negli USA l'OPEC non ha più la capacità di manipolare i prezzi e massimizzare i profitti per i paesi produttori. Gli analisti non escludono perciò che il WTI possa quotare per un periodo tra $20 e $29 al barile.
Citigroup prevede ora per il benchmark americano un prezzo medio di $46 al barile nel 2015, rispetto ai $55 attesi in precedenza. Le previsioni sul Brent sono state tagliate da $63 a $54 al barile.
 
"Siamo diventati vecchi e ci siamo abituati a stare insieme. Pensiamo le stesse cose. Ci leggiamo nella mente. Sappiamo cosa vuole l'altro senza dover chiedere. A volte l'uno fa irritare l'altro. Forse a volte ci diamo per scontati. Ma di tanto in tanto, come oggi, medito su di noi e mi rendo conto di quanto sono fortunato a condividere la mia vita con la più grande donna che abbia mai incontrato".
 
Quando, davanti al ritrovamento di una tela, si arriva a nominare come possibile autore uno dei massimi artisti di tutti i tempi, l’incredulità è legittima. Ma se a fornire l’attribuzione è il maggiore esperto in materia, il problema si complica. Carlo Pedretti, sommo studioso di Leonardo, ha attribuito due anni fa il Ritratto di Isabella d’Este al maestro da Vinci parlando di un «eccezionale dipinto nel quale non esito a riconoscere l’intervento di Leonardo particolarmente nella parte del volto».

Eppure lo scetticismo sembra prevalere tra gli storici dell’arte e mentre Vittorio Sgarbi parla di «una crosta di qualità modestissima che vale al massimo duemila euro», Claudio Strinati dichiara: «Pur potendo osservare soltanto la fotografia, si resta esterrefatti a sentire parlare di cotanto nome. Persino che sia oggetto di un esame scientifico sembra un paradosso, perché mancano i presupposti. Né la stesura della materia, né tantomeno la mano sembrano essere quelli di Leonardo».

LEONARDO DA VINCI ritratto di isabella d este
Ciò che a Strinati sembra urgente sottolineare è proprio l’assenza di un metodo, che invece dovrebbe caratterizzare una disciplina come la storia dell’arte che ha dignità scientifica. «Lasciando da parte i presupposti giuridici dell’operazione, che sono senz’altro validi, in discussione è il procedimento che ha portato a un’attribuzione senza studi e approfondimenti o senza una pubblicazione».

Anche davanti allo scritto di un’autorità riconosciuta negli studi su Leonardo, come Carlo Pedretti, Claudio Strinati non sembra avere dubbi: «Si tratta di una perizia privata, che non può essere considerata una prova scientifica. La critica d’arte è una scienza e se un ricercatore fa una scoperta la deve pubblicare, discutere con i colleghi, esporre la propria tesi. Qui non c’è nessun vaglio, mentre tutti dovrebbero considerare anche la storia dell’arte una disciplina con metodi e cognizioni». Insomma, di fronte a un’ennesima, discussa, attribuzione, ciò che sembra urgente è l’approvazione di un protocollo condiviso.
 

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