Alla cortese attenzione di Tashtego

Sono in tanti e sempre più numerosi, in Romania, a rimpiangere il leader comunista. A confermarlo, una ricerca dell’Institutul Roman pentru Evaluare si Strategie, un autorevole think tank di Bucarest.
Quasi un plebiscito per il Conducator, che regnò sulla Romania dal 1965 al 1989. Addirittura un 66% vorrebbe infatti Ceausescu di nuovo in sella, sulla poltrona di presidente della Repubblica, a guidare il secondo Paese più povero dell’Unione europea verso un futuro più radioso. Sorpresa? Fino a un certo punto. A fine 2010, un simile sondaggio aveva dato risultati conformi, con un 41% di nostalgici.
Fa impressione osservare la percentuale di chi rimpiange Ceausescu salire di venti punti in 5 anni, in una nazione dove il 41,7% della popolazione rimane a rischio povertà o esclusione sociale e dove, misura ancora più efficace per leggere lo stato di salute di un Paese, un bimbo su quattro cresce in famiglie che galleggiano sotto la soglia di povertà relativa.
Lo stesso sondaggio Ires lo conferma. Sotto il regime, non si votava e non si era liberi, ma tutti avevano "un lavoro sicuro", ha risposto il 23% del campione. E più in generale, ha assicurato un ampio 70%, ai tempi "si viveva meglio" di oggi, in una Romania dove i mal di pancia della gente cominciano a diventare sempre più dolorosi. Tanto da far rimpiangere Ceausescu.
 
‘Na matina Patre Lavì va a dì’ la méssa a ‘Rbisaja. Finita la méssa, su lo jì via je tène da ‘rinà’; se guarda atturno, non véde gnisciù, se ‘ccòstallà de un spigulu de muru e la fa. Però se ne ‘ccòrghjie la guardia e je fa la cundraminzió’, che je costò tando quando aìa pijato pé’ dì’ la méssa. Su lo pagà ‘stu prète disse: “Cuscì ogghj so ditto la méssa per ca…u!” ‘Sta frase se seguìta a rminduà’ quanno se fatiga tanto sinza aécce resurdati”.
 
Quando un piatto è cucinato bene pensiamo di non aver bisogno di altro: ce lo gustiamo così com'è. Ma c'è un modo per renderlo ancora più appetitoso senza modificare gli ingredienti? A quanto pare, sì. Secondo una ricerca della Oxford University, le posate influenzano la percezione di ciò che mangiamo. Ma non per la loro forma bensì per la loro consistenza: più forchetta e coltello sono pesanti, più il piatto sarà soddisfacente.
Lo studio, pubblicato sulla rivista "Flavour", ha coinvolto 130 ristoranti di Edimburgo. A ogni partecipante è stato servito lo stesso pasto, consistente in trota, patate e spinaci. Per la metà dei clienti sono state messe a disposizione posate tre volte più pesanti rispetto alle quelle utilizzate dalla restante parte dei volontari. Secondo quanto riportato dai ricercatori, i commensali che hanno usato forchetta e coltello più pesanti avrebbero mostrato di gradire di più il piatto. Sarebbero stati anche disposti a pagare il 15% in più per mangiarlo.
Charles Michel, autore della ricerca e chef al Crossmodal Research Laboratory della Oxford University, ha spiegato che, sebbene un collegamento tra posate e gusto fosse già noto agli esperti, è la prima volta che il loro peso viene messo in relazione con il sapore e l'appagamento derivanti dal piatto. "È come se il valore positivo o negativo che attribuiamo alle posate influenzasse anche il nostro giudizio sul cibo - ha spiegato a Wired -. È interessante scoprire che un loro peso maggiore del normale può renderci più riflessivi, più pronti a goderci ciò che stiamo mangiando, anche senza accorgercene".
Insomma, per rendere un piatto più gustoso senza modificare la ricetta un modo c'è. Meglio scegliere con cura le posate e badare anche alla forma. "Precedenti studi hanno rilevato che il design di questi strumenti influenza il nostro comportamento - ha spiegato Michel -. I bicchieri grandi, ad esempio, ci invitano a bere di più così come inserire un grande cucchiaio in un piatto di portata ci spingerà a servirci più cibo". E aggiunge un'affermazione che suona più come un consiglio: "Non pensiamo mai alle posate come possibili alleati della nostra salute".
 
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Ognuno ha la sua posizione preferita per addormentarsi: c'è chi si trova comodo solo a pancia in giù, chi sulla schiena. Dormire sul fianco, però, sarebbe tra tutte la scelta migliore: secondo una recente ricerca, pubblicata sul "Journal of Neuroscience", questa postura sarebbe in grado di apportare benefici al nostro cervello, aiutandolo a "depurarsi" e riducendo il rischio di sviluppare malattie neurologiche come l'Alzheimer o il Parkinson.
"Il cervello è un organo metabolicamente molto attivo. È uno dei più attivi nel nostro corpo", ha spiegato Helene Benveniste, autrice dello studio e professoressa di radiologia alla Stony Brook University di New York. Durante il giorno accade, però, che una serie di sostante di scarto si accumulino nel cervello: i ricercatori sono soliti chiamarle sostanze "spazzatura". Quando questo materiale si accumula può generare una serie di effetti a lungo termine e aumentare le chance di sviluppare malattie neurologiche. Dormire sul fianco, invece, aiuterebbe il sistema glinfatico, ovvero il sistema di rimozione dei fluidi extracellulari dai compartimenti interstiziali del cervello e del midollo spinale, a funzionare meglio.
"Il sistema glinfatico ha il compito di 'pulire', di togliere di mezzo le sostanze di scarto - ha spiegato la Benveniste -. È come se il nostro cervello avesse bisogno di essere potato". La posizione che adottiamo durante il sonno può, dunque, aiutarci a tagliare i rami secchi. "È interessante notare che la postura laterale sia anche una delle più adottate, sia tra gli esseri umani sia tra gli animali - spiega la co-autrice, la dottoressa Maiken Nedergaard -. Il nostro studio supporta anche l'ipotesi che il sonno abbia la funzione di 'ripulire' il cervello dalla spazzatura che accumula durante il periodo della veglia. Per questo i disturbi del sonno possono accelerare il processo della perdita della memoria in malattie come quella dell'Alzheimer. Grazie a questa ricerca, però, sappiamo che c'è una posizione migliore delle altre che può aiutarci a prevenire tali problemi".
 
Le norme «sulla cittadinanza, la residenza e l' accesso» in vigore nello Stato della Città del Vaticano sono state aggiornate il 22 febbraio 2011 e portano la firma di papa Benedetto XVI. Si tratta di sedici articoli spalmati su otto pagine.

Subito chiariscono che solo il Santo Padre (e per lui il Cardinale Presidente del Governatorato) può concedere la cittadinanza. Idem la residenza, che però può coinvolgere anche il Cardinale Segretario di Stato - sempre in sostituzione del Pontefice - ma esclusivamente davanti a una «persona addetta a un organismo della Santa Sede».
guardie svizzere

Per gli altri casi, ci può pensare il solito Presidente del Governatorato. Attenzione però: le autorizzazione (articolo 2, numero 4) «sono revocabili in ogni momento con congruo preavviso, eccetto che giusti motivi non consiglino un provvedimento immediato».

L'articolo 3 snocciola i casi che possono portare alla perdita della cittadinanza. Capita «ai cardinali, quando non risiedano più» in Vaticano o a Roma. E poi ai «diplomatici della Santa Sede, quando lascino il servizio». O a «qualsiasi cittadino con l' abbandono della residenza e comunque con la cessazione delle autorizzazioni a risiedere nella medesima».

citta?? del vaticano
Per quanto riguarda i parenti, la norma è chiara: stop allo status per «il coniuge o per i figli di un cittadino vaticano a seguito della perdita della cittadinanza da parte del cittadino stesso», ma pure «i figli di un cittadino vaticano (…) al compimento del 18esimo anno di età perdono la cittadinanza» ma possono continuare a vivere nella Santa Sede.

Il punto 3 dell' articolo 3, stabilisce che «la cittadinanza vaticana non si perde per il semplice fatto di una dimora temporanea altrove» se si mantiene un' abitazione nel Vaticano o, per i Cardinali, a Roma. Tradotto: se uno si trasferisce definitivamente è spacciato. Se ottenere la cittadinanza è complicato, la residenza non è da meno.

VATICANO mages
Tutto è nelle mani del solito Governatorato, che può dare il via libera anche per generici «casi ritenuti opportuni» ma tutto può essere revocato. La Santa Sede ha anche un preciso elenco anagrafico, dove annota chi vive nel cuore di Roma a tempo indeterminato e chi no, più altri dettagli. Non sono ammessi «clandestini», tanto che perfino chi vuole accedere in Vaticano a bordo di un veicolo può farlo solo «previa autorizzazione» (articolo 13, punto 1).

Indispensabile, inoltre, avere con sé uno speciale documento. Solo il Papa e i suoi parenti (oltre a cardinali, patriarchi, vescovi e membri del corpo diplomatico) possono farne a meno (articolo 11). L' articolo 12 al punto 1 spiega che «quando sussistono giusti motivi, può essere interdetto l' accesso alla Città del Vaticano», che suona un po' come la chiusura della frontiera.

Più specifico il punto successivo, dove si legge: «Coloro che si trovano in Vaticano senza le necessarie autorizzazioni o dopo che esse siano scadute o revocate possono esserne allontanati». Cioè, espulsi.
CARDINALI IN VATICANO

Nessun regalo neanche per l' assegnazione degli alloggi, che vengono distribuiti dalle «amministrazioni competenti» (articolo 14, punto 1) ma la concessione può essere revocata improvvisamente.

E non pensate di ospitare qualcuno: «i cittadini o i residenti non possono dare alloggio ad altre persone senza l' autorizzazione» stabilisce l' articolo 15. Per chi trasgredisce, sono previste sanzioni.

Queste norme rispondono alle provocazioni dei leghisti, che in questi giorni hanno suggerito di portare gli immigrati in Vaticano. «Perché non lo fanno?» ha chiesto Salvini. Semplice: perché è vietato.

 

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