Recenti studi filologici condotti dal prof. Denso presso la Facoltà di Lettere Antiche e Moderne di Campobasso hanno svelato l’origine della diffusa quanto erronea credenza che la masturbazione riduca la vista: tutto dipendeva dalla figura del grande poeta italiano Giacomo Leopardi.
Si tratterebbe di un’associazione d’idee bizzarra e grossolana, tramandata nel tempo per caso, fra due caratteristiche del prestigioso poeta romantico: la vista molto difettosa, e l’abitudine alla masturbazione. È noto come Leopardi passasse gran parte del proprio tempo nella sua stanzetta, fra le “sudate carte” a studiare e scrivere, spesso anche in un ambiente semibuio. Tale ossessione per la cultura, pare, determinò un abbassamento della vista considerevole, che portò Leopardi ad essere quasi cieco in età avanzata. La quotidianità reclusa del poeta, dedito alla pagina scritta più che alla vita vissuta, gli impedì di instaurare molte relazioni con il prossimo, in particolare con l’altro sesso, nei confronti del quale Leopardi era piuttosto impacciato. La poesia sembrava l’unico spazio dove poter contemplare la donna, e la dimensione in cui il potere dell’immaginazione poteva esprimersi senza limitazioni.
Ebbene, pare che le capacità immaginative del Leopardi adolescente e poi maturo non si limitassero alla poesia, ma includessero una spiccata tendenza alla masturbazione nei frequenti periodi di solitudine. Da uno scambio epistolare fra Leopardi e il suo intimo amico Gervaso Nandini di Pisa, i ricercatori di Campobasso, guidati dall’esperto italianista Prof. Camillo Denso, hanno potuto accertare l’abitudine del poeta, che attraverso l’onanismo riusciva anche a scaricare molte tensioni e frustrazioni nei giorni di maggiore difficoltà esistenziale e pratica. Non c’è prova certa, ma il team di studiosi ha supposto che la celebre poesia L’Infinito non sia altro che una metafora della così definita “masturbazione onirica” di Leopardi, che si perdeva volentieri nelle proprie fantasie. E la riprova sarebbe – ma ci prendiamo il beneficio del dubbio in proposito – che la poesia termina con il verso “e naufragar m’è dolce in questo mare”. Sembra più una battuta che una decodificazione, ma è in realtà il seguito della ricerca ad essere interessante, in quanto evidenzia l’origine di una secolare, errata credenza..
Infatti, gli studi dell’equipe del Prof. Denso non si sono fermati qui: in un documento datato 1839 – un articolo di ambito medico redatto da un dottore vicino a Leopardi – si ipotizza una correlazione fra la cattiva vista del poeta e la pratica onanistica. La bizzarra teoria, dettata da un’associazione frettolosa e priva di riscontri, in qualche modo si diffuse per passaparola – il Prof. Denso ha individuato ben sei ulteriori testimonianze scritte della diceria, è dunque immaginabile quanto si fosse diffusa a voce – ed è arrivata fino a noi.
Oggi, non è che una storiella per dissuadere gli adolescenti dalla masturbazione compulsiva, ma grazie al Prof. Denso sappiamo finalmente da dove viene questa impropria diceria che la medicina moderna ha sempre smentito.
Le ricerche del gruppo di Campobasso sono raccolte per intero nel volume Denso C. e. a., Leopardi fino ai giorni nostri, Campobasso: 2011.