C&D...
Dazi, l’euro vola a 1,103 e Trump centra l’obiettivo
In un momento di forte confusione sui mercati, diventa essenziale comprendere gli effetti macroeconomici dei nuovi dazi per orientare in modo efficiente le scelte di allocazione, o anche solo per interpretare correttamente ciò che sta accadendo.

In apparenza, un aumento delle tariffe dovrebbe rafforzare il dollaro e migliorare la bilancia commerciale. Tuttavia, nella realtà, il meccanismo è più complesso:
I dazi agiscono come uno shock negativo sull’offerta, generando inflazione da costi. Poiché i prezzi aumentano senza una corrispondente crescita della domanda, la Fed tende ad adottare un atteggiamento più prudente, evitando rialzi aggressivi dei tassi nominali.
Risultato: il tasso d’interesse reale (tasso nominale – inflazione attesa, secondo Fisher) si riduce → possibile indebolimento del dollaro. E sembra proprio questo l’obiettivo voluto da Trump, anche in considerazione delle scadenze di trilioni di dollari da rifinanziare ( rendimenti in forte calo sui Treasuries)
Anche l’impatto sulla bilancia commerciale è ambiguo:
• I dazi riducono le importazioni, ma
• Le ritorsioni penalizzano le esportazioni
• Le imprese USA soffrono l’aumento dei costi di produzione, erodendo i margini e la competitività
Un ulteriore punto di attenzione sarà la prossima stagione delle trimestrali: il 70% degli utili delle big cap americane dipende dalle esportazioni. La pressione sui margini sarà al centro dell’attenzione.
Sul fronte della crescita, l’effetto netto è negativo:
• Incertezza → meno investimenti privati
• Aumento dei costi → compressione del PIL
Il rischio concreto è quello di una stagflazione, ovvero una combinazione di crescita debole e inflazione elevata. È una dinamica che si sta già riflettendo in diversi dati macro pubblicati di recente, anche se sarà fondamentale valutare la transitorietà del fenomeno.